lunedì 20 maggio 2019
Logo Identità Insorgenti

Ria Rosa: storia di un’atipica sciantosa protofemminista

Rubriche | 10 Maggio 2019

«Te si’ fatta na vesta scullata, nu cappiello cu ‘e nastre e cu ‘e rrose… stive ‘mmiez’a tre o quatto sciantose e parlave francese…è accussí?» scriveva Libero Bovio. Era il 1917. «Ma guarda un pochettino, ma tieni mente un po’, uno non è padrone ‘e fa chello che vvò!» avrebbe puntualizzato, poi, vent’anni più tardi Ria Rosa: l’atipica sciantosa dei Café Chantant, che seppe essere femminista prima ancora che il femminismo squadernasse il mondo, e che non ebbe paura di denunciare l’egemonia del patriarcato, le molestie, i soprusi e i gretti orrori del fascismo, attraverso i testi rivoluzionari (e mai banali, mai tediosi) delle sue canzoni.

Femminismo, sciantose e Café Chantant

Dimenticate per un attimo (ma, forse, anche per sempre) il cliché delle femministe incazzate, depresse, avverse, deluse dalla vita. Accantonate pure l’immagine delle sessantottine tutte slogan, pantaloni floreali e zoccolacci duri, stile francescano. Rifuggite, poi, rapidissimamente, l’idea demonizzata (e temibile) delle zitelle ribelli, quelle che odiano i maschi, o che, fiere delle loro gambe pelose, rinnegano la propria femminilità in gloria della rivendicazione dei diritti della donna. Fermiamoci un istante, dunque, solo un momento. Vi chiedo di liberare la mente dal cumulo di idiozie e falsi miti di progresso che, per anni, ci hanno fatto credere che esista al mondo un solo dettame per essere donne, e molti altri, sfavorevoli e avversi, per dichiararsi femministe.

Respiriamo e facciamo un passo indietro. Portiamoci col pensiero ai primi anni del ‘900, al grado zero della lotta al femminile. Figuriamoci il periodo napoletano della Bella Époque: quello delle sciantose suadenti, delle bramosie lascive, dei fremiti d’anca che provocavano tachicardia e sospiri tra gli spettatori del Gran Salone Margherita. È un salto temporale bello lungo, e di primo acchito anacronistico, lo ammetto, ma utile per comprendere che, in realtà, opporsi alle ingiustizie promulgate dal sessismo non vuol dire necessariamente inneggiare alla misandria, rinnegare i tacchi alti, avere il culo basso, o scendere in strada, a petto nudo, scimmiottando le FEMEN.

E se vogliamo dirla tutta, chiaramente e fino in fondo, si può contestare il sistema patriarcale, credere fortemente nella parità di genere, dunque, essere femministe, pur non conoscendo affatto le più sofisticate evoluzioni della lotta al patriarcato. Ed è questo il caso di Maria Rosaria Liberti, in arte Ria Rosa: l’atipica sciantosa dei Café Chantant, che da Napoli a New York seppe dare voce all’indipendenza femminile con una leggerezza disarmante, tipica delle canzonette, ben cinquantanni prima che il femminismo nascesse, e che potesse essere definito come tale. Ria non conosceva la parola femminista. È vero: ma ciò, capirete bene, non significa che non lo sia stata.

«Nun so doce, so feroce»: autocoscienza di una sciantosa protofemminista

Femmena spregiudicata, libera, sfrontata e, soprattutto, indipendente. Maria Rosaria Liberti, classe 1899, nata tra gli interstizi del quartiere Montecalvario, riuscì a farsi spazio in un mondo meramente maschilista, facendo sussultare gli uomini del tempo non tanto per la bramosia del suo statuto di sciantosa, quanto piuttosto per l’audacia dei testi che scelse di cantare.  «Io nun so doce, so feroce»: così cinguettava questa protofemminista della canzone napoletana, allontanando da sé il modello della donna-moglie-santa, tipica di quegli anni e, contestualmente, quello della desiderabile chanteuse, la femme fatale evasiva ed ammiccante, lambita dagli spettatori dei Café Chantant.

Niente mossa, dunque, zero compromessi e nessun trucco vistoso per surriscaldare gli animi degli astanti. In barba alla dicotomia cattolica che vuole le donne tutte “sante o puttane”, Ria osò mettere in musica il profilo della donna moderna, quella che indomita, e senza mezze misure, punta i piedi a terra e non si lascia addomesticare: «la donna d’oggi, è inutile negarlo, non è più la vile ancella, oggi abolisce in pieno la gonnella, e ‘sta gonnella ‘a metto ‘ncuollo a te…!».

Ed è questa la tipologia di donna a cui presta la voce Ria Rosa. Ed è questa, probabilmente, la descrizione più fedele della femminista ante-litteram che seppe essere Maria Rosaria Liberti. Una napoletana anticonformista, sanguigna e irriverente, che indossava «o ross n’copp o ’musso» – per piacersi, non per compiacere e che, svincolata da qualsiasi aspettativa di genere, sceglieva di restare «fresca fresca, sola sola» a godersi le chiare acque di Mergellina, senza cedere passivamente alle lusinghe degli spasimanti. «Nooo. Mimì non mi scocciare, Mimì nun fa’ ‘o carogno, perché io non mi voglio riscaldare».

Oltre al femminismo (precoce) c’è di più

Preferendo alle performances abituali il guizzo atipico dell’eccezione, la Liberti seppe conquistare il pubblico con una serie di spettacoli arditi e contenutisticamente inusuali. Fu la prima artista italiana al mondo a salire su un palco vestite da uomo, una tra le poche sciantose a farsi portavoce di realtà scottanti, quale ad esempio, quella delle ragazze madri napoletane (la sceneggiata s’intitola E’ pentite), donne violate nella persona oltre che nella carne, poiché ritenute colpevoli della violenza subita e, per questo, costrette a trovare riparo nella Pia Opera del Ritiro di Santa Maria del Gran Trionfo, diversamente detta Convento delle Pentite.

Cantava e si ribellava, dunque, Ria Rosa, senza temere la censura e lo faceva arditamente, contro ogni sorta di abuso, sopruso, o assurda rivendicazione del potere. Come quando, cimentandosi nell’interpretazione del brano Mamma sfortunata (in un primo momento intitolato ‘A seggia elettrica) non ebbe paura di sfidare le autorità americane, schierandosi in difesa dell’innocenza di Sacco e Valenti, due operai anarchici, suoi connazionali, condannati ingiustamente a morte nel 1920: «No! Nun è overo! Figlieme è ‘nnucente…chi l’ha accusato fa ‘na ‘nfamità!’E core e tutt’e mamme nun senteno raggione: si ‘e figlie nun so bbuone, nisciuno ce ‘o ppo dì, ma chella mamma s’accurgette subito ca ‘ncopp’a seggia elettrica ‘o figlio jeva a murì».

 

Di come i testi di Ria Rosa non siano solo canzonette

Irreprensibilmente dalla parte delle donne, quindi, ma non solo. Maria Rosaria Liberti, femmena indimenticabile e ingiustamente dimenticata, detta anche “nonna delle femministe” o “cantante degli emigranti”, diede lustro e innovazione alla storia della musica napoletana, con un repertorio di brani ampio e variegato, il più delle volte gioviale, è vero, ma solo in apparenza accomunabile alle canzonette. Perché la musica di Ria Rosa, seppur in larga misura spiritosa e irriverente, ha la capacità di far riflettere chi si ferma ad ascoltarla.

Lo dimostra il testo di Lo penso ma non lo fo, traccia in cui l’artista, con sagace ironia e leggerezza negli esempi, mette alla berlina le assurde limitazioni che la mentalità patriarcale ha imposto, e tutt’ora impone (anche se in diversa misura) ai ruoli che la donna è chiamata a svolgere in società: «Io te so fidanzata sissignore e che vuò rì.. io si vedo a nu giuvinotto che va a spasso, m’o vulesse piglià, m’o vulesse abbraccià… eh, tu nun m’o può proibbi’, tu guarda a chi vuò tu, e i guard’a chi vogl’i…».

Ed è questa propensione all’equità di genere, quindi, all’uguaglianza tra gli esseri umani, la qualità più sorprendente di quest’emancipatissima sciantosa la quale, infatti, infischiandosene della censura e delle limitazioni del fascismo, seppe raccontare in musica la necessità della giustizia e della libertà, rifuggendo con ardore tanto le costrizioni di regime quanto l’amoralità delle aspettative di genere e, va da sé, ogni forma di disparità tra i sessi o principio di disuguaglianza. «E invece io pe’ dispietto, ‘o voglio fa’ , voglio fuma’, e ‘o russ ncopp all’ognie aggia’ tene’, che male c’è, sulla spiaggia di Lucrino me ne vado a passeggiar, cu nu piezzo e custumino e che ballo ch’ aggia fa’. Ah, preferisco il ‘ 900, ah comm’è bella a libertà!».

Sempre fuori dagli schemi, dunque, ben lontana da ogni dogmatismo, Ria si negò sfacciatamente al prototipo della donna lacrimosa, la schiava d’amore, sostituendo ad esso il modello della femmina cosciente. Quella che preferendo  il ‘900 (alias la modernità) non piange, ma ride e irride, finanche nelle avversità, e che, senza troppi giri di parole, affronta i più reconditi tabù del patriarcato, li annienta, li svilisce e, nel farlo, si domanda: «L’uomo quando passeggia, lo senti di esclamar, Oh quant’è bbona chella, ih, che carnalità, e guard’ ‘a chella bionda, che butirro, nu patè. Beh, a noi non è permesso, ne scusate, ma perché?».

Già: scusate, ma perché?

Quasi cento anni ci dividono, ora, dal quesito ardito di Ria Rosa.

Eppure, ancora non abbiamo trovato qualcuno che sappia rispondere a questa domanda.

Flavia Salerni

 

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 10 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 10 Maggio 2019

Articoli correlati

Sport | 20 Maggio 2019

PALLACANESTRO

Il Napoli Basket perde in casa e mercoledì a Palestrina si gioca l’accesso alla finale Playoff

Eventi | 19 Maggio 2019

L’EVENTO

Harry Potter napoletano: da Io Ci Sto la seconda edizione del Torneo dei “Tre maghi + uno”

Sport | 18 Maggio 2019

PALLACANESTRO

Vittoria all’ultimo respiro per il Napoli Basket che ora sogna la finale Playoff

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi