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RIAPERTURE

Napoli riparte: immergiamoci nella bellezza di Caravaggio

Identità | 18 Maggio 2020

Era come entrare dentro un utero.

Varcare la soglia di quella piccola chiesa rotonda significava lasciarsi il caos alle spalle e tuffarsi dentro una placenta in cui quel caos diventava materia letteraria, racconto artistico.

Era galleggiare in un Averno silenzioso e sincero di penombra e verità. Incontrare una protezione che non aveva bisogno di bugie, per accogliermi in grembo. Trovare in quel caos un senso profondo. Davanti a quel dipinto sull’altare maggiore.

Negli ultimi anni di un vecchio millennio, ogni sera riemergevo alla superficie dopo giornate di saliscendi nel ventre umido e oscuro della metropoli. Nel forziere sotterraneo molle e poroso che tutto ha assorbito e custodito nei secoli e tutto restituisce in tiepide folate di odori e suoni che il tempo riconsegna e sparge in echi lontani eppure tangibili.

L’odore e l’essenza delle storie.
Un silente brulicare di fantasmi.
Un’affollata quiete di presenze discrete.

Scioglievo corde, sfilavo tute, spegnevo lampade ad acetilene, salutavo ragni bianchi e funghi e tornavo in superficie, accecato dal tramonto, incamminandomi fra le strette arterie della città vecchia, incuneandomi nei vicoli, ancora intriso di polvere di piroclastica, stordito dai suoni, dalle voci, dal disordine che ad ogni riemergere squarciavano il buio protettivo del sottosuolo. La pace oscura di quel guscio protettivo.

Arrivavo in quella piccola piazzetta con l’odore di fritto e fumo di sigaretta di qualche taverna ancora addosso e mi fermavo su quella linea retta, quel filo invisibile dove un funambolo immaginario camminava dalla Sala del Coretto di quel Palazzo seicentesco fino alla spalla di Gennaro, appollaiato su quella guglia che è tutta una sinfonia di bocciuoli. Guardavo prima a destra, poi a sinistra, anch’io funambolo, lungo quella linea dove ogni energia confluisce e si concentra, infine varcavo quella soglia, quando in quella chiesa ci si entrava liberamente dalla strada, senza dover pagare alcun biglietto d’ingresso.

Nel caldo grembo materno del Pio Monte della Misericordia.

Quella chiesetta era la mia Pausilypon, la mia tregua. Lo è ancora oggi.
L’unico lembo di mondo in cui poter entrare disarmato, nudo, indifeso. E nella penombra delle fiammelle, quella tela d’altare m’insegnava le mie origini, la materia di cui siamo fatti, di quale umanità siamo parte. Cosa eravamo e cosa siamo oggi.

“Le Sette Opere Opere di Misericordia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio non è solo il miracolo del più grande artista mai apparso sulla terra, ma il racconto preciso e definitivo di un intero popolo. Un saggio di storia sociale racchiuso in un dipinto che sembra non aver margini e cornice, il disvelamento teatrale di un caos che sulla tela trova forma, ragione e senso.

Arrivò in questo Viceregno da fuggiasco, sfuggendo la legge e la vendetta. Da bestia feroce, braccata e disperata. Nave in deriva, attanagliata dalla colpa. Artista di pennello e di coltello, qui trovò porto, pane e ammirazione. Non gloria. Di più: salvezza e rinascita. Napoli Capitale lo accolse come si accoglie un peccatore illuminato, come una madre accoglie un figlio drogato. Primo assoluto atto di Misericordia di un Istituto ancora oggi in vita dopo quattro secoli fu dargli lavoro e dignità.

Girovago nella città più popolosa d’Europa, si ridestò e la dipinse.

Guardate bene questa tela: Napoli non è mai più stata raffigurata con altrettanta impietosa esattezza. La donna al balcone che stende i panni, i bambini in bilico sulla ringhiera, lo straniero accolto nella taverna, il corpo di un defunto seppellito fra le anime pezzentelle, il nudo rivestito, il vecchio sfamato da un giovane seno spaventato.

Un vortice vertiginoso di anime alla deriva, a sorreggersi l’un l’altra, mentre tutto crolla e si tiene in piedi in un equilibrio miracoloso che si perpetua quotidianamente da secoli.

Imperterrito. Umanissimo. Inspiegabile.

Non esiste un’altra città al mondo che più di Napoli trova nelle Sette Opere di Misericordia il suo senso più compiuto, la ragione stessa della sua esistenza.

Michelangelo Merisi lo capì da subito: l’Ottava Opera di Misericordia era la città stessa. Intrigo di contrasti e chiaroscuri che rendono questo luogo la rappresentazione fisica e palpabile del concetto stesso di “caravaggismo”.

Splendore e miseria, mare e lava, luce accecante e buio terribile. Senza la pratica quotidiana delle Sette Opere, oggi più che mai Napoli morirebbe in pochi giorni. E con essa, le ultime speranze di salvezza dell’intero genere umano.

Nessun altro dipinto, in tutta la storia dell’arte, è figlio del suo contesto come “Le Sette Opere di Misericordia”. Quel miracolo è parte integrante di quei vicoli, devi arrivarci dopo averli percorsi, con l’odore di ragù addosso, con le orecchie stanche del vociare di quelle stradine, devi caderci dentro come in un imbuto. Dopo esserti mescolato agli altri, in quel sistema cardio-circolatorio che fa pulsare e palpitare la città. La fa vivere.

Quell’opera non devi solo vederla. Deve risucchiarti, rimescolarti, sconvolgerti ed infine salvarti la vita. Riconsegnarti alla strada rifondato. Svuotato e riempito di nuovi contenuti. E restituirti a quel grembo da stremato, da indifeso, spogliato, vulnerabile. Tornare alla strada dopo esserti lasciato abbracciare e soffocare da quel dipinto, lì nel suo luogo primigenio, che non è un museo, ma la placenta in cui pulsa da quattrocento anni, dove la sua potenza rimane inviolata. Atroce e vergine.

Da oggi e per i prossimi giorni, l’ingresso al Pio Monte della Misericordia sarà gratuito per tutti.

Ancora una volta quel luogo chiama a sè Napoli e i napoletani. Lo fa adesso, ci lascia aggrappare, in questo momento difficile, all’abisso di quella tela che ci ricorda chi siamo.

Entrate in quel ventre.
Fatene parte.
Siatene figli.

L’Ottava Opera di Misericordia è Napoli.

Oggi come ieri.

E in quella tela sta scritto il codice svelato per comprenderla.

Maurizio Amodio

 

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 18 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Maggio 2020

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