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RICORDANDO EDUARDO

La verità sul “fujtevenne” a 30 anni dalla scomparsa

Arte e artigianato, Cultura, Identità, NapoliCapitale, Teatro | 31 Ottobre 2014

eduardo

Ricorre oggi, 31 ottobre 2014, il trentennale della morte di Eduardo De Filippo. Molti lo celebreranno con eventi e incontri o trasmissioni televisive.

Noi, per cercare di dare un contributo diverso dai tanti, siamo andati a indagare sul suo “Fujtevenne ‘a Napule”, una frase che nell’immaginario comune, nel corso degli anni, ha reso l’immagine del grande autore, attore e regista, maschera indimenticabile e indimenticata del teatro napoletano nel mondo, ancor più “antipatico” agli occhi di molti (perché di Eduardo tra le varie cose è proverbiale il pessimo carattere).

Siamo andati a indagare su questa sua frase perché, soprattutto,  a Eduardo – forse più che ad altri artisti – non fu mai perdonato di aver scelto di chiudere la propria vita a Roma, dove visse i suoi ultimi anni. E nulla importa che molta parte del suo tempo la trascorresse anche a Isca, l’isolotto di fronte a Li Galli, tra Nerano e Positano, di sua proprietà. E forse anche per quella frase, fujtevenne, che nella vulgata comune suonava e tutt’ora suona come una tuonante sentenza verso la città. O almeno questo ci hanno voluto far credere per anni.

Chi scrive da ragazza aveva una passione talmente forte per Eduardo (poi cambiata con gli anni proprio per il discorso sulla lingua e grazie a una chiacchierata illuminante che feci con Roberto De Simone, circa vent’anni fa, sulla differenza stilistica e linguistica tra Eduardo e Viviani, tra lingua borghese e popolare) che a un certo punto decisi di approfondire e scandagliare meglio questo rapporto di “insofferenza” tra Eduardo e la città. Scoprii così che Eduardo ne aveva tutte le ragioni in quel suo periodo e in quel suo contesto.

Lottava, Eduardo, per dare a Napoli un teatro stabile. Me lo raccontò la sua seconda moglie, Isabella Quarantotti, allora, regalandomi un libro, Eduardo, pensieri, polemiche e pagine inedite, un volume da lei scritto, che in allegato conteneva tutti i documenti del suo scontro istituzionale.  Eduardo, vi si racconta infatti, combatté negli anni sessanta per la creazione a Napoli di un teatro stabile, il Mercadante, che voleva affiancare al San Ferdinando, da lui acquistato e restaurato. Ma una serie di scontri politici fecero sì che Eduardo, grazie a problemi burocratici e ostacoli istituzionali, non vedesse realizzato questo sogno per la città. Fu in quel momento che pronucià la famosa frase.

“Eduardo disse quella parola, Fuitevenne, quasi 40 anni fa ad alcuni giovani attori che gli chiedevano lumi sul loro futuro. Veniva da una esperienza non felice con il progetto di Teatro Stabile: gli avevano promesso la direzione, per poi lasciar cadere tutto. Tanto è vero che lo Stabile è nato molti decenni dopo. Dunque, sentiva amarezza e sfiducia a proposito del lavoro di attore in questa città. Poi la parola ha esteso il significato a tutta Napoli” ha raccontato Luca De Filippo, il suo unico figlio. “Eduardo disse”fujtevenne”, ma il suo pensiero fu sempre rivolto a Napoli. Non solo costruì qua, e in una zona molto popolare, il suo San Ferdinando, ma soprattutto negli ultimi anni, dunque dopo il suo ”fujtevenne”, lottò per i ragazzi a rischio di Nisida.Tentò di smuovere la classe politica,ma fallì. Se dall’84, l’anno in cui morì, fossero state fatte cose importanti e la politica non fosse stata latitante, molti di quei ragazzi non sarebbero diventati criminali” l’accusa di suo figlio.

Una precisazione, questa, che ci insegna che poi certe frasi che diventano leggenda andrebbero contestualizzate e non “assolutizzate”. Del resto per anni hanno voluto spacciarci Eduardo come l’ennesimo fatalista riguardo alla sua città quando nei panni di Gennaro Iovine in «Napoli milionaria!», andata in scena la prima volta quando era ancora in corso la seconda guerra mondiale, pronunciava l’altra sua fatidica frase: «Adda passà ‘a nuttata».

Anche qui bisogna ricordare che il personaggio eduardiano la pronunciava in attesa della guarigione della figlia. Eppure nell’immaginario comune anche questa frase è sempre stata spacciata come espressione “tipicamente napoletana” di attesa rassegnata. Iovine nella commedia recita la battuta dopo che ha trovato, con fatica in tempi di borsa nera, la medicina rara che serviva a sua figlia. Insomma gli uomini hanno fatto la loro parte, ora tocca al tempo fare la propria. Ma non c’è alcun fatalismo in questa frase. Nessuno. Come non c’era nessun invito generico alla fuga nel “fujtevenne”. Solo un momento di sconforto in un periodo di guerra con le istituzioni, come poi nella storia è capitato, dopo, a tanti “teatranti” di questa città, da Roberto De Simone a Mario Martone.

Eduardo oggi insomma vogliamo ricordarlo così, nel reale contesto di quelle sue parole, scavalcando i luoghi comuni che da sempre accompagnano non solo le icone di Napoli ma sopratutto i suoi più grandi uomini. Ed Eduardo lo fu, ultimo e indimenticabile artista a portare la nostra lingua in giro sui palconscenici del mondo.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 31 Ottobre 2014 e modificato l'ultima volta il 24 Maggio 2021
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