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RIEDIZIONI

Riscoprire Marotta. La Polidoro ripubblica: “San Gennaro non dice mai no”

Libri | 15 Settembre 2020

Ci sono operazioni culturali che pesano, come quella dell’editore Alessandro Polidoro. Pesano per chi, come noi, ha a cuore la storia letteraria di Napoli (che come sapete, da circa due anni, raccogliamo in una mappa) e soprattutto la salvaguardia di quegli uomini e quelle donne, in ogni campo, che hanno provato a disvelarne l’anima.

“San Gennaro non dice mai no”, di Giuseppe Marotta, è pronto per tornare nelle librerie e speriamo per essere letto e riletto non solo da chi Napoli la abita o l’ha abitata, ma soprattutto da chi non ne conosce le profondità: a più di settant’anni dalla prima edizione Polidoro ha deciso di riportare a nuova vita Marotta. Un’operazione importantissima che vi raccontiamo con lui.

Un “fortuito” recupero con il placet di Marotta jr

“Ho sempre amato Marotta. L’Oro di Napoli, libro e film, è stato una di quelle pietre miliari della mia formazione – ci racconta Polidoro – A un certo punto mi sono però reso conto che, a parte “L’Oro di Napoli”, Marotta non c’era più nelle librerie, nonostante io lo consideri uno dei più rappresentativi esponenti della letteratura italiana del secolo scorso. Ho iniziato così un’immediata attività di ricerca e verifica un po’ su tutta la sua opera, che ritengo straordinaria e che, oltre Napoli, racconta meravigliosamente anche Milano… libri completamente dimenticati. Ho così lavorato per recuperare i diritti in maniera fortunosa, contattando prima dell’estate suo figlio, Luigi, che vive ad Agropoli e ha 87 anni.  Lui  ha accettato con gioia, mi ha detto che si sente rinato, è felice di questa operazione. E io, devo dire, sono orgoglioso di riportare alla luce Marotta”.

“San Gennaro non dice mai no” uscirà simbolicamente il 19 settembre, giorno del “prodigio” di San Gennaro – evento quest’anno molto poco popolare a causa del Covid – e sarà presentato il giorno prima, il 18,  a Palazzo Reale di Napoli, dallo stesso editore, dal direttore del premio Napoli Domenico Ciruzzi e da Alessio Forgione, autore di “Napoli mon amour” e “Giovanissimi”, già noto a chi ci segue, che ne ha scritto la nuova prefazione.

“Forgione, un Marotta di questi tempi”

“Con Alessio ci siamo incontrati prima del lockdown – racconta ancora Alessandro Polidoro – e abbiamo avviato una relazione di amicizia e progettualità. Ho scelto l’autore di “Napoli Mon Amour” e “Giovanissimi” perché lui può essere tranquillamente un Marotta di questi tempi: semplice, cordiale.  ha già raggiunto grandissimi successi, ha una scrittura molto alta nella sua semplicità ed è un interprete di questo secolo. Insomma Forgione è già uno dei protagonisti di oggi e può prendere il testimone di Marotta…”.

Il 1947, Marotta e Napoli

“San Gennaro non dice mai no” uscì un anno dopo “L’Oro di Napoli”, ma temporalmente era avanti di due decenni (l’Oro racconta degli anni 20-30, San Gennaro la Napoli del dopoguerra, tra miseria e ingegno).

Marotta, che viveva a Milano dal 1925, vi aveva raccolto – come nell’Oro – 23 bozzetti sulla città e la sua gente, già apparsi come elzeviri sul «Corriere della sera» che di nuovo rivelavano, nel cronista, lo scrittore: una città, quella di “San Gennaro non dice mai no”, ormai “svezzata” dalla guerra e alle prese con le sue macerie e la sua inventiva.

Scrive Marotta di Napoli: “Voglio bene, perché ci son nato, al mondo dei vicoli e della povera gente del mio paese. Di tutti i suoi mali sono depositario e amico, ne parlo perché li conosco, ne parlo con la speranza di giustificarli, di dimostrare che prima di risolversi in colpe i mali di Napoli sono soltanto dolore”.

Ma la bellezza di Marotta è sempre stata quella di tutti i napoletani innamorati di Napoli: accanto a questo dolore, lo scrittore intravedeva nel suo popolo un’innata, paziente capacità di accettarlo, che costituiva – e forse ancora costituisce – in fondo la loro vera ricchezza. Nel 1947, dunque – dopo l’Oro e dopo 20 anni di lontananza – Marotta aveva deciso di tornare a Napoli per rivedere la città segnata dalla guerra e divenuta «tutta un rione popolare».

«E’ la piccola storia di un mio viaggio a Napoli», scrive nella prefazione. «So già che molti, napoletani o meno, non vorranno saperne delle mie impressioni, deploreranno sia i miei colori che le mie figurine  Non è vero, diranno, che contro i piú antichi muri di Napoli i venti e gli uomini si grattano da secoli la schiena; diranno: lei non ha visto niente, travisa e anzi diffama una città […]. Scrivendo finora su Napoli non mi sono mai illuso di superare i limiti dell’annotazione, di un pro-memoria: su una sola corda di chitarra o forse mezza ho strimpellato una rozza cantilena alla mia città, quando, scomparsi Di Giacomo, la Serao, Russo, a nessuna musica essa diceva piú niente; ben vengano ora i primi violini».

Gli elzeviri: “la mia salvezza”

Di Giacomo, Russo ma soprattutto Serao. Marotta era, come lei, un narratore-cronista dello spirito della città, il cui dolore viveva sulla pelle trasmettendolo alla penna insieme alla dignità. “La mia salvezza fu l’elzeviro” raccontava Marotta. E mai parole furono più vere:  il potersi dedicare, quasi esclusivamente, a questa forma giornalistica in forma di breve racconto, gli diede l’opportunità di dedicarsi alla letteratura nel modo a lui più congeniale e la libertà di potenziare il suo stile. Parole e aggettivi inconsueti (il cielo “bianco e adulto”, il mare “di un azzurro delittuoso”) che a noi lettori scorrono semplicemente dentro, non rivelano certo che dietro ogni elzeviro c’era un grande, faticoso, impegnativo lavoro di cesellatura. “Mi ci vogliono anche cinque giorni per scrivere un elzeviro. Cancello, copio e ricopio e alla fine lascio il tavolo come un pugile lascia il ring,  sfinito” raccontava lui.

E poi quanti scrittori possono raccontare Napoli con protagonisti e  storie che appartengono pressoché tutti ai vicoli e ai «bassi» senza essere macchiette?  Come scriveva il critico letterario Enrico Falqui dei personaggi di Marotta, nei quali intravedeva «la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza» non come oggetto di denuncia sociale nè di ritratto antropologico ma come esercizio di memoria, attraverso la consapevole lente del ricordo: «Senza essere nostalgico del passato né fanatico del presente, questo strano Novecentista, imparentato coi De Amicis e con le Serao, va in sollucchero sempre che gli capiti a tiro una natura morta di sgargiante tradizione napoletana secentesca […]. Ed è un fatto che alle tante Napoli anche illustri, di cui già disponevamo, adesso tocca aggiungere la sua».

“Sì, è questa la forza di Marotta – ci conferma Alessandro Polidoro – il suo essere napoletano, di una napoletanità che non muore mai… quella della Napoli della miseria,  dello sconforto, della povertà che dimostra sempre la capacità di lottare e rinascere… la sua voglia di vivere… per cui poi, alla fine, vengono fuori ritratti meravigiliosi di queste persone che riescono a farcela in maniera brillante. Tra i miei preferiti c’è il racconto di Re Giuseppe (Giuseppe Navarra, “il Re di Poggioreale”, ndr). Tra l’altro ho poi scoperto che c’è un film, del 1961, sul “Re di Poggioreale” prodotto a Hollywood da Dino De Laurentiis…”.

Un film, tra l’altro, sceneggiato da John Fante. Per restare nel campo della pura bellezza della scrittura. E degli autori che meritano tutta la nostra gratitudine.

Lucilla Parlato

 

Nella foto in alto Giuseppe Marotta fotografato a Milano da Federico Patellani nel 1947.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 15 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Settembre 2020

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