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RIFLESSIONI DI UN GIORNALISTA

Parte e vittima dell’infodemia: vi racconto il mio punto di rottura

Attualità, Senza categoria | 25 Maggio 2020

Una grande onda di stress post traumatico. Difficile immaginarsela a livello figurativo come qualcosa di fluido associato alla piacevolezza del mare, perciò noi lo chiameremo muro. Il grande muro costruito mattone dopo mattone nelle nostre notti in bianco, col respiro spezzato. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha condotto uno studio le cui conclusioni restituiscono un dato: il 63 percento degli italiani ha sviluppato disturbi come insonnia, mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico e depressione. Il lockdown durante l’epidemia da Covid-19 lo stiamo pagando tutto e anche caro.

Io – permettete la prima persona insolita in un pezzo giornalistico – sono perfettamente inserita in quella percentuale, con una psicoterapia appena cominciata e una diagnosi di reflusso laringo-faringeo portata a casa quando mi è stato possibile entrare in uno studio medico specialistico. Con i primi sintomi riscontrati alla fine di marzo. Insomma per gli ipocondriaci come me questo è stato un tempo complesso, di incertezze, mancanze, di crisi interna ed esterna.

E mi sono chiesta, continuando a fare il mio lavoro: è possibile essere parte dell’infodemia ed esserne contemporaneamente vittima? L’infodemia è un neologismo – fonte Treccani – con cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha voluto sottolineare che forse il maggiore pericolo della società globale nell’era dei social media è la deformazione della realtà nel rimbombo degli echi e dei commenti della comunità globale su fatti reali o spesso inventati, c’è stata – e c’è ancora – una circolazione eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

Ora per un giornalista è doveroso verificare le notizie e infatti il problema non sono le fake news, almeno per chi fa questo mestiere, che andrebbero comunque controllate ed eliminate per evitare la diffusione di contenuti antiscientifici e falsi, soprattutto sui social. Piuttosto è stato difficile gestire il peso di un sovraccarico di informazioni, sapendo di avere un ruolo e di essere coinvolta nella copertura continua dell’epidemia: le storie di chi si è ammalato, di chi è guarito, le famiglie, gli esperti, i medici, le cliniche, le foto angoscianti, i dati, il crollo economico e culturale, le proteste, le idee e i tentativi di resistenza nel pieno di una tragedia. Le storie raccontate si sommano infinitamente a quelle lette ogni giorno. Consapevoli di non potersi distaccare mai completamente e di essere stati in isolamento. Così il Coronavirus fa fatica ad uscire dalla testa di un giornalista, in qualsiasi parte del mondo si trovi.

La situazione è senza precedenti, ecco perché si arriva al punto di rottura, quel momento in cui si affronta la forte pressione psicologica a cui si è sottoposti e la conseguente perdita di equilibrio. Il lavoro ha effetti sulla nostra persona e sulla nostra psiche, è assolutamente normale, siamo esposti al rischio. I casi di stress post-traumatico sono più numerosi tra i reporter che nel resto della popolazione, ce lo spiega bene Valigia Blu in un approfondimento dal titolo: La sicurezza fisica e psichica dei giornalisti che coprono COVID-19.

Che ci ricorda anche come l’argomento salute psichica dei giornalisti sia poco affrontato, sottolineando un ritardo del giornalismo – a differenza di altre categorie professionali – nel discutere e riconoscere le questioni di salute mentale che lo accompagnano. Sul tema persiste uno stigma che spesso porta a non riconoscere il problema e questo è il motivo per cui ne scrivo. Se lo diciamo ad alta voce, se lo condividiamo, se ci esponiamo pubblicamente come se ci avessero scorticato e restassero scoperti solo i nervi, queste tematiche perderanno il carico di pregiudizi che le circondano, lasciando che parole come pazzo, squilibrato, esaurito, instabile, depresso, eccetera eccetera, perdano il loro senso negativo, si capiscano e si svuotino.

E lascino a noi – che portiamo avanti una continua negoziazione con noi stessi – la possibilità di indagare le nostre fragilità senza che siano messe in dubbio le competenze professionali, di avere cura e chiedere aiuto, di prenderci il tempo per conoscere le cause del nostro stress insieme ai fatti che raccontiamo, di non punirci e non essere severi di fronte a reazioni inaspettate e la maggior parte delle volte anche sconosciute, di elaborare il nostro trauma. Viviamo in simbiosi con il nostro lavoro e la scrittura è l’argine ai nostri mille pezzi che fluiscono, lo spazio bianco, il modo in cui si gestisce l’ansia e si depotenzia il carico emotivo. E’ srotolarsi come un gomitolo, è una terapia. Per noi che raccontiamo tutto, anche quello che ci tocca talmente tanto da essere doloroso. Siamo parte del racconto, ogni volta. Come dice una mia amica bravissima.

Perdonerete dunque questo scritto un po’ sconnesso che vi apparirà senza un senso, ma non è nato con l’ambizione di rivelare grandi verità, non dice molto ma è quello che è successo esclusivamente a me, o potrebbe essere successo a tutti. Chiamiamola per comodità confessione, come scriveva Fernando Pessoa nel suo Libro dell’Inquietudine: se scrivo ciò che sento è perché così facendo, abbasso la febbre di sentire. Questo articolo è ciò che mi contraddistingue, perciò grazie per essere arrivati fino a qui.

 

PHOTO CREDIT: GIOVANNI CENTRELLA

Un articolo di Maria Fioretti pubblicato il 25 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 25 Maggio 2020

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