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RIONE SANITÀ

Un quartiere antichissimo, un quadro prodigioso e una conversione speciale

Cultura | 18 Luglio 2020

Può un quadro segnare a tal punto una coscienza, da cambiare la storia di un uomo e addirittura la storia intera? Dipende dal quadro, e dalla sua stessa storia.

La storia che vi raccontiamo oggi inizia molti secoli fa, esattamente all’inizio del Diciottesimo secolo e più precisamente nel 1712, a Firenze: qui un giovane appartenente alla nobiltà si innamorò perdutamente di una ragazza del popolo, e la distanza di classe non rendeva possibile per i due di unirsi in matrimonio, e il giovane fu costretto ad allontanarla. La ragazza si sentì messa da parte, e le sue condizioni miserevoli la spinsero alla prostituzione, ma ciò non impedì che morisse di stenti.

Venutolo a sapere, il giovane fu preso dal rimorso, e scelse la via del sacerdozio per lavare le proprie colpe, ed entrò nell’ordine dei Vincenziani, e, a quanto si tramanda, inviato a Napoli, presso l’importante convento ubicato nel rione dei Vergini e dedicato proprio a San Vincenzo de’ Paoli, fatto costruire nella sua struttura primaria addirittura dal nipote di Galileo Galilei che qui soggiornò e morì.  Il rimorso però continuava a non abbandonare il giovane sacerdote, che, inginocchiato davanti ad un’immagine di Cristo crocifisso, spendeva i giorni e le proprie notti pregando per l’anima della fanciulla, ma ad un certo punto gli apparve lo spettro della stessa che lo invitava a trovare pace e non pregare più per lei, essendo la sua anima dannata ormai irrimediabilmente sprofondata all’inferno.

Il prete invece riprese con più insistenza le proprie orazioni, spinto dal desiderio di riuscire a sottrarre quell’anima dalle fiamme eterne, fino a quando lo spettro della fanciulla gli apparve nuovamente, ardente del fuoco inestinguibile che spaventò il giovane al punto da farlo balzare in piedi ed indietreggiare, e decisa a trasmettere un messaggio chiaro all’altro, pronunciò alcune parole ardenti come la sua anima, spiegando l’impossibilità di una sua salvezza e il martirio a cui gli spiriti dannati sono costretti, e per dare una prova di tale pena infinita si pose sull’inginocchiatoio sul quale il prete era poco prima in orazione e appoggiò le mani sul quadro, la cui tela rimase bruciata nei punti del contatto, così come i punti dell’inginocchiatoio su cui si era appoggiata l’anima dannata.

Richiamati dai rumori provenienti dalla cella, i confratelli trovarono, avvolto dal fumo che riempiva la stanzetta, il giovane svenuto. Sia il quadro che l’inginocchiatoio vennero esposti in sacrestia perché fossero di monito a coloro che, accorsi per ascoltare la tragica storia della giovane infelice, vedessero coi propri occhi e si convertissero a una vita proba e davvero cristiana.

Secondo altre fonti, probabilmente più attendibili, questa vicenda si svolse all’interno di un convento fiorentino, e la fanciulla sarebbe stata in realtà una donna sposata morta in seguito ad una grave malattia; secondo tale versione, la tela sarebbe stata affidata a Padre Giuseppe Scamarelli, superiore della Casa della Missione di Firenze trasferito a Napoli, il quale mostrò tra l’altro la piccola tela anche ai figli del Sovrano quale monito edificante.

Quale delle due versioni sia quella veritiera non ci è dato saperlo con certezza: all’èbbreca ‘e ‘stu fatto, ossia all’epoca della vicenda, le cronache minori si basavano per lo più sul passaparola, e la trasmissione orale ne mutava la trama a seconda del narratore e dell’epoca, arricchendola o trasformandola di sana pianta a seconda del il gusto personale o del pubblico; ma seppur discordanti, i resoconti non tolgono fascino e profonda emozione alla storia ed alla preziosa reliquia, che divenne motivo di tantissimi pellegrinaggi presso il convento: una storia infernale in un luogo di pace, che tocca davvero le corde dell’anima non tanto per suggestione quanto a causa del profondo religioso rispetto per l’intera vicenda. Tra i visitatori più o meno illustri, un giorno del 1726, arrivò un giovane avvocato che, profondamente toccato dal resoconto di questa vicenda e dagli oggetti esposti in sacrestia, decise di abbandonare la toga per indossare gli abiti sacerdotali e iniziare un profondo cammino di fede, e proprio in questo convento, dove la chiamata si era palesata in maniera tanto potente, scelse di abbracciare la vita ecclesiastica.

Quel giovane avvocato rispondeva al nome di Alfonso Maria de’ Liguori, e senza questa profonda vocazione che portò il nostro all’onore degli altari, sicuramente oggi il culto popolare soprattutto verso la Natività avrebbe avuto un altro tragitto meno sentito, e probabilmente la tradizione napoletane ma anche mondiale non sarebbe stata arricchita da quei preziosi attestati di fede sincera e profonda spiritualità che sono i brani più famosi del repertorio popolare e non solo, e che si intitolano “Tu scendi dalle stelle” e “Quanno nascette Ninno”, canzoni che, insieme all’arte presepiale a Napoli, hanno rappresentato un momento magico per tantissime generazioni e per intere famiglie e bambini raccolti intorno alla meraviglia e alla magia del Presepe.

Di quel soggiorno di Sant’Alfonso presso la struttura conventuale esistono oggi ancora testimonianze e reliquie presso la Cappella del Tesoro, un piccolo scrigno delle meraviglie che accoglie innumerevoli testimonianze e reliquie preziose (tra cui un piccolo ostensorio contenente alcune gocce di sangue del Patrono di Napoli, San Gennaro) tutte accuratamente accompagnate da certificati e attestazioni d’epoca sottoscritte e datate, ed oggi affidato, insieme alle altre mirabili meraviglie custodite nell’immensa struttura del convento Vincenziano (realizzato nella forma attuale, insieme alla bellissima chiesa, da Luigi Vanvitelli), alle cure dell’associazione Getta la Rete, che con amorevole dedizione sta procedendo, dal 2016, alla catalogazione dei preziosi cimeli e delle opere d’arte qui racchiuse, e che fanno parte di un più immenso tesoro che affonda le sue radici all’origine dell’urbanizzazione del quartiere Vergini – Sanità, e che oggi conta alcune associazioni impegnate a raccontare al mondo quanto preziosa e al tempo stesso poco conosciuta, se non addirittura ignota sia, la storia che qui si respira sin dai tempi dei primi coloni greci.

E’, questo convento, un concentrato di meraviglie e di storia sacra, che sprofonda fisicamente le fondamenta nella storia più remota del quartiere e della stessa origine del culto proto cristiano a Napoli che merita una più attenta ed approfondita descrizione, e una più accurata visita per raccontarvi quello che questo borgo racchiude all’interno delle sue viscere, ma che non è stato mai raccontato abbastanza.

…Ma questa è un’altra storia…

Un articolo di Sergio Valentino pubblicato il 18 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Luglio 2020

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