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RIONE TRAIANO

Con Alessio Forgione sui luoghi del suo nuovo libro, “Giovanissimi”

Libri | 22 Gennaio 2020

L’appuntamento è in un freddo pomeriggio di gennaio fuori la chiesa di via Piave. Per essere certa che fosse quella, la chiesa, mando ad Alessio Forgione una foto d’epoca. “Sì, è questa” mi conferma.

Il suo primo libro, Napoli Mon Amour, pluripremiato e paragonato spesso al Ferito a morte di La Capria, è stata una di quelle letture folgoranti: questa città non smette mai di avere qualcosa da dire. E’ la terza volta che ci incontriamo: la prima è stata a Ricomincio dai libri, quando presentò il suo primo libro. La seconda proprio per incontrare La Capria, a Palazzo Donn’Anna, in una domenica d’inverno di due anni fa. Oggi è la prima volta che ci troviamo faccia a faccia.  Ce ne andiamo in giro – accompagnati anche dall’obiettivo di Roberta Basile – tra Soccavo e Rione Traiano, i luoghi dove si ambienta “Giovanissimi”, il suo secondo libro, da domani nelle librerie, ancora per i tipi di NN, coraggiosa casa editrice di Milano che molto crede e molto investe anche nelle scritture “meridionali”.

Sulle strade di Marocco e di Davide Bifolco

Perché la chiesa di via Piave? Perché questo è uno dei luoghi principali del romanzo. E’ uno dei tanti muretti dei ragazzi di questi quartieri, uno dei tanti campi di calcio improvvisati, uno dei pochi luoghi di socializzazione. “Andavamo sempre lì perché non c’erano siringhe e non c’erano persone che ti chiedevano i soldi e se ti veniva voglia di giocare a pallone era un posto comodo”. E inoltre, penso, mentre arriviamo e, dall’alto, vediamo la scalinata che affianca la chiesa e che poi ci porterà nel cuore di Soccavo, è anche una sorta di zona di confine tra una Napoli e un’altra. Perché questa città contiene tanti microcosmi, che vivono di vite proprie, che non si incrociano.

Soccavo, Rione Traiano, per una parte della città sono luoghi di passaggio. O, peggio, luoghi impenetrabili. Piazze di spaccio. Punto. Dove non si cerca nemmeno l’umanità che le abita…

Roberta e io queste strade le abbiamo battute per mesi, nei giorni dell’omicidio di Davide Bifolco, morto di Stato, ucciso da un carabiniere. Quei giorni con la famiglia di Davide, con i suoi amici, ci hanno segnate definitivamente: conosciamo queste strade, queste storie. Ci appartengono ormai.

E “Giovanissimi”, che al momento della passeggiata non avevo ancora letto, le contiene tutte. Perché è un romanzo verità, che brucia a ogni pagina, che ci porta in una periferia tabù per la maggior parte degli abitanti di questa città. Una delle tante periferie “al centro”. Perché Soccavo e Rione Traiano sono un ponte tra il Vomero, quartiere ad alta densità medio borghese, e Fuorigrotta, quartiere medio borghese, quartiere dello Stadio e dell’Edenlandia, della Mostra d’Oltremare e della stazione dei Campi Flegrei.

Un ponte maledetto, per tanti. Anche per chi ci vive e soffre del sogno smarrito di farne – come era l’idea di chi lo costruì – un quartiere bello, che imitava i vialoni alberati delle città dell’Europa del Nord.

Dalla chiesa ci incamminiamo dunque verso il basso, scendendo le scale e chiacchierando del romanzo e della storia di Marocco, il protagonista di Giovanissimi – 14enne, abbandonato dalla mamma a nove anni e cresciuto da un padre per bene, che si arrangia come può a crescerlo in modo più sano possibile – e dei suoi amici e coetanei: Gioiello, Fusco e Petrone, i “giovanissimi regionali della Pro Calcio Napoli”, e di quelli del quartiere Lunno, il suo migliore amico, Marco e Tonino. E subito dentro si agita una domanda: ma chi nasce qui può avere un’adolescenza uguale a chi nasce nei quartieri confinanti? La risposta è una, chiara, certa: ed è no. Nonostante gli sforzi, nonostante tutto. Alessio ne è una prova. Nonostante suo padre e sua madre siano stati “i migliori esempi possibili”, come scrive nei ringraziamenti al suo libro, è chiaro che queste strade lo hanno segnato, hanno fatto di lui l’uomo che è.

Perché “Giovanissimi” è un libro fortemente autobiografico, ovviamente con spunti tratti anche dalla cronaca (e dalla cultura popolare del tempo in cui si ambienta, il 1997). “Io sono nato a Bagnoli e ci ho vissuto fino ai tempi delle superiori. Poi ci trasferimmo qui, in questo quartiere. Dove è iniziata un’altra storia. Bagnoli è un quartiere proletario, dove c’è una memoria storica… dove gli anziani ci raccontavano dei funerali di Togliatti o di Belinguer. Rione Traiano invece è un quartiere sottoproletario, privo anche di questo…”.

Scendiamo. Ci inabissiamo. E non è un bel vedere. Rispetto a qualche anno fa le cose sono peggiorate ancora. C’è spazzatura ovunque. E i bei pini citati tante volte, i viali alberati, sono più spogli. Come per il resto della città, ne sono stati abbattuti tanti. Ci muoviamo tra spazzatura e cumuli di tronchi e rami sparsi un po’ ovunque. Alcuni hanno abbattuto delle mura. “I pini mozzati qui non fanno notizia come quelli di Posillipo” penso. Anche i pini di Soccavo e Rione Traiano hanno destini minori rispetto ai pini dei quartieri alti.

Nel piazzale fuori a una scuola mi dice: “Qui un ragazzino di 14 anni può fare qualsiasi cosa. E’ come Pinocchio nel paese dei balocchi, con Lucignolo. Marocco e Lunno, insomma, due dei protagonisti del suo libro. “E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui, perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi” troverò poi scritto più tardi, nella prima pagina del Pdf che Alessio mi girerà (da questo racconto a oggi, il libro l’ho poi letto due volte, amandolo più del primo).

Attraversiamo strade tutte simili, l’altra strada di confine tra mondi, via Giustiniano, superiamo le giostrine e imbocchiamo i vialoni del Rione, fino al mercatino. Anche questo è un luogo chiave di “Giovanissimi”. Facciamo foto fuori ai cessi, dove poi scoprirò che si svolgono alcuni momenti del libro. Alessio odia le pose, non ama farsi fotografare, si sottopone con pazienza a quest’obbligo. Ma soprattutto lo vedo fare foto col cellulare di tanto in tanto: un “bong” artigianale fatto con una bottiglia di plastica, sull’asfalto di Rione Traiano, alcune scritte sui muri, l’edicola sfondata e ormai chiusa (ma tanto presente nel libro, essendo il suo Marocco un assiduo lettore di Dylan Dog, tant’è che – dice a un certo punto – da grande vuole fare l’indagatore dell’incubo. E storie di fantasmi e di alieni animano qua e là le sue fantasie di adolescente smarrito). Come se ritrovasse, tra amarezza e claustrofobia, con quelle foto, le storie raccontate nel suo libro.

Le “location” di Giovanissimi

C’è tanto Rione Traiano. Tanti sono i luoghi citati in “Giovanissimi”. C’è lo Stadio, anche quando non si vede, perché è una presenza costante e importante per questo quartiere la sua vicinanza. Ci sono via Terracina e via Giustinano, c’è Fuorigrotta e c’è via Epomeo. C’è la Cumana di Piave, la Stazione dei Campi Flegrei e c’è via Romolo e Remo, il Rione Lauro. La Loggetta, la Mostra d’Oltremare e Edenlandia. Via Cinthia. Via Caracciolo e la Villa Comunale. I campetti di calcio di via San Domenico. Il liceo di Parco San Paolo (con la mostruosa Raiola, odiosissima e incapace professoressa di latino, “fredda come un cadavere steso sul lettino dell’obitorio”). Le strade deserte e quelle dei negozi. La desolazione e il degrado. C’è la sala giochi. Sono i luoghi dove Alessio ha vissuto tante prime volte, come Marocco, chiamato così per i capelli ricci e ingovernabili che un giorno deciderà – primo atto di autonomia – di radere del tutto e che passa le notti allenandosi a non soffrire. Sono i luoghi dove si consumano i destini di questi adolescenti del 1997, poco più che bambini, che cadranno chi più chi meno, lungo la storia, come birilli colpiti da uno strike.

C’è un vuoto d’amore in questo libro, che fa male. “Mentre la vita procedeva indifferente e mentre andavo male a scuola mi preparavo a diventare cattivo, mi tenevo tutto dentro cercando di sembrare normale”. Un dolore che torna, come nei giorni di Davide. “Uno schiaffo in faccia, una ferita aperta”… come l’assenza della mamma del protagonista. Che si fa metafora di quello che non c’è in queste strade, in questi palazzi, in queste vite

Dal giorno dopo la morte di Davide Bifolco siamo stati qui ogni giorno, per mesi. Portai Milena, una ragazza giovanissima, calabrese. Andammo in giro con la telecamera a chiedere ai coetanei di Davide cosa mancasse nel quartiere: “Tutto” ci risposero.

L’incontro con Agostino e Alessio

Qualche sera fa ho rivisto quelle strade anche al cinema. Alessio ha voluto che conoscessi Agostino Ferrente, con cui aveva lavorato anche Flavia Salerni, una delle colonne portanti del giornale che dirigo. Ci siamo rivisti all’Astra, dove hanno trasmesso “Selfie”, che è un film girato in soggettiva, dove protagonisti sono amici e coetanei di Davide e che non avevo ancora visto. E mi ha davvero presentato Agostino. A lui ho chiesto cosa dicessero nel mondo, dopo aver visto questo film bellissimo, emozionante, che sta girando a ogni latitudine. E che percepisco come vero, come il libro di Alessio. Agostino mi ha detto che in tanti, ovunque, in qualsiasi luogo, si sono riconosciuti. Perché sarà banale, ma le periferie purtroppo hanno tutte gli stessi vuoti, le stesse mancanze. Sono tutte orfane di madre.

Ho amato Ferrente e il suo film. Mi è sembrato, dopo averlo visto, che un cerchio si chiudesse. E che quelle voci del quartiere alle quali io da “straniera” nata da una famiglia borghese ho tentato di dare in qualche modo voce, finalmente grazie ad Alessio e Agostino, grazie a Pietro e Alessandro, grazie a Marocco e Lunno, ora una voce ce l’hanno.

Ho pensato che senza il sacrificio assurdo di Davide tutto questo, forse, non sarebbe successo. Che non avrei mai incontrato queste persone, queste scritture, queste voci. E mi sono sentita un po’ meno impotente, un po’ meno sola.

“Giovanissimi” è amore e vuoto. Ragazzi che si bruciano “così tanto che poi non fummo più niente”

E’ un libro bello, tosto, amaro e tenero, quanto sono amari i luoghi dove si svolge. “Sempre le stesse espressioni, sempre gli stessi visi. sempre le stesse persone”… “sentivo che prima o poi la mia vita sarebbe finita o si sarebbe rovinata del tutto e che non avevo la possibilità di evitarlo nè la forza di cambiare rotta”.

E’ un libro che lascia poche speranze se non fosse che ho di fronte Alessio che  è la prova vivente che non tutto è perduto, penso infine, mentre risaliamo le scale e ci fumiamo l’ultima sigaretta prima di salutarci sotto la chiesa di via Piave.

Battiato, citato in diverse pagine di Giovanissimi, mi viene a cercare e mi dà la chiusura. “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

Lucilla Parlato

 

Ph Roberta Basile (tutti i diritti sono riservati)

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 22 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Gennaio 2020

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