lunedì 16 settembre 2019
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RIVIERA DI CHIAIA

Giù le impalcature da palazzo Guevara: ma del monumento allo Scugnizzo in piazza non c’è ancora traccia

Attualità | 16 Giugno 2019

Sono passati più di 6 anni da quel 4 marzo 2013, quando un’ala di Palazzo Guevara di Bovino crollò un’ala dell’edificio, in corrispondenza del lato sinistro della facciata principale, tra la riviera di Chiaia e Piazza della Repubblica. Un crollo che non ha mai trovato spiegazioni ufficiali e che solo per miracolo non causò vittime.

Le cause del crollo

Causò, invece, quel crollo, decine di sfollati – alcuni mai rientrati a casa propria – in quel palazzo e in quelli limitrofi: non è ipotizzato, con tanto di indagini, che le ragioni del crollo fossero causate dai lavori sotterranei della metro o da cedimento strutturale dovuto all’erosione causata dall’acqua nei piloni. Certo è che la Ansaldo si è caricata di ogni spesa di ripristino dei palazzi danneggiati.

La metro San Pasquale Mergellina Municipio

Negli anni scorsi una delibera regionale ha assicurato al Comune una prima tranche pari a 14 milioni su un totale di 30 per continuare i lavori a San Pasquale e sull’intera tratta Mergellina-Municipio. L’importo ha consentito anche lavori di sistemazione di superficie sulla Riviera (sistemata fino all’altezza del Bar Riviera). Dunque la strada si presenta in parte risistemata con ultimi ritocchi proprio nell’area di Arco Mirelli, dove appunto c’è palazzo Guevara e dove fino a qualche anno fa c’era un simbolo della città, sconosciuto ai più giovani.

Il monumento allo Scugnizzo

Dunque lo scheletro del Palazzo ormai è completo, sono state levate le impalcature e entro i primi di luglio, in corrispondenza dell’inizio delle Universiadi, l’intera area dovrebbe essere liberata. Nel centro della piazza davanti al Consolato americano e a Palazzo Guevara di Bovino, si intravedono tra i cantieri i resti del monumento allo scugnizzo. Si farà in tempo a ripristinarlo per le Universiadi? Visto lo stato dei fatti e l’imponenza dell’opera – smontata e conservata in un deposito – dubitarne è lecito.

La storia del Monumento alle Quattro Giornate

Il  Monumento alle Quattro Giornate, conosciuto più diffusamente come Monumento allo Scugnizzo napoletano, celebrava e rievocava l’insurrezione popolare del 1943, contro l’occupazione nazista. Venne progettato venti anni più tardi le quattro giornate per ricordare la liberazione di Napoli, medaglia al valore della Resistenza, per alimentare l’orgoglio cittadino, rendendo ognuno consapevole di quel valore collettivo che spinse i combattenti napoletani a difendere la loro città e la loro terra.

Fu fatto un concorso con molte resistenze delle istituzioni di allora, come raccontiamo più avanti, lo vinse lo scultore Marino Mazzacurati nel 1963: il gruppo scultoreo doveva ricordare ad ogni passante un tratto di storia che a Napoli non può essere dimenticata. Lavorato in tutti e quattro i lati in modo che, pur provenendo da uno dei quattro punti cardinali si potesse intrecciare lo sguardo con i volti degli Scugnizzi, nel moto vorticoso della pietra, il monumento snodava nel realismo che Mazzacurati cercò di raggiungere dal secondo dopoguerra nelle sue opere, evocative e drammatiche.

Raccontava, nel 1964, Paolo Ricci che l’idea di dedicare agli scugnizzi delle « Quattro giornate » un monumento da innalzare a Napoli fu lanciata, con calore ed entusiasmo nel 1952, da un vecchio antifascista napoletano: il poeta, avvocato e giornalista Carlo Criscio, che era stato uno dei componenti più vivaci del comitato di liberazione napoletano e aveva esaltato, in una serie di trasmissioni radiofoniche, subito dopo la liberazione della città, i memorabili fatti della sollevazione popolare.

“L’idea fu raccolta da altri galantuomini napoletani, vecchi antifascisti e. alcuni, come Antonino Tarsia, Aurelio Spoto e il Troisi diretti protagonisti di quei fatti medesimi. Costituitosi, dunque, un comitato, si tentò di impostare in senso pratico la realizzazione del monumento Ma Napoli, amministrata in quegli anni oscuri da Lauro e dalla sua banda di «grammatici » – raccontava Ricci – fu sorda ai richiami di Criscio e dei suoi amici. Il « comandante», infatti, rifiutò nettamente ogni sia pur modesto aiuto da « parte del Comune, «sostenendo che il progetto Mazzacurati – Persichetti vincitore del I premio del concorso non poteva distogliere fondi, anche minimi, da un bilancio dissestato. Mentre si mostrava cosi accorto amministratore nei confronti del progetto del monumento, Lauro intanto organizzava — a spese naturalmente del Comune dissestato — le sue note volgarissime e costosissime carnevalate elettorali, dilapidando allegramente centinaia e centinaia di milioni”.

Migliore accoglienza la idea di Criscio non ebbe, in verità, presso altri enti e istituzioni napoletani.

“Nel 1956 – racconta ancora Ricci – fu poi costituito un comitato d’onore, presieduto da Enrico De Nicola e composto da Giovanni Porzio, Ferruccio Parri,  Giorgio Amendola e Giovanni Leone, ma il prestigio e l’autorità di questi uomini non riuscirono a smuovere la cortina di ostilità che  circondava l’idea del monumento. Parve, così, che non se ne dovesse far proprio nulla. Ma il Criscio non abbandonò la idea e, a furia di sforzi e di pressioni, battendosi come un leone, è riuscito, in anni di tenace e oscuro lavoro, a raggrannellare la somma necessaria per bandire un decoroso concorso nazionale, dotandolo di premi di notevole entità e gettando le basi di una rapida realizzazione dell’opera. Questa premessa cronologica era indispensabile per sottolineare il valore morale dell’iniziativa napoletana: così che quando, la scorsa settimana nella Cappella di Santa Barbara, al Maschio Angioino, furono consegnati i premi ai vincitori del concorso, noi tutti sentimmo che quella era una vittoria dell’anti fascismo napoletano Alla cerimonia assistevano infatti ” alcuni esponenti della Resistenza e, in prima fila, i parenti dei leggendari ragazzi caduti in combatti mento insigniti di medaglia al valore”.

Era, dicevamo, quando Ricci scrisse questo articolo, il 1964. L’opera di Marino Mazzacurati e dell’architetto Giuseppe Persichetti vide però solo nel 1966 l’inizio dei lavori: fu Aldo Moro, raccontano le cronache, a posare la prima pietra. Tre anni dopo fu inaugurata in piazza della repubblica: era il 14 giugno 1969.

Oggi, quasi esattamente a 50 anni di distanza, sarebbe bello se si riuscisse a rimetterlo in piedi prima dell’inizio delle Universiadi, a piazza della Repubblica dove nacque grazie all’impegno di tanti napoletani che si batterono per la sua edificazione. Per ricordare a migliaia di ospiti provenienti da tutto il mondo la vera natura di Napoli, città della resistenza.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 16 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Giugno 2019

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