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ROMANZI IN NAPOLETANO

A cura di D’Amico Editore la prima edizione de La notte de Piedegrotta di Giacomo Marulli

Cultura, Lingua Napoletana | 2 Dicembre 2018

Quando si pensa alla letteratura napoletana, si pensa prima di tutto alla poesia e alla canzone: in ogni caso, non si pensa certamente alla prosa, ai romanzi, tanto che molti credono che romanzi in napoletano non ce ne siano mai stati. E, invece, di romanzi in napoletano (se pur pochi) ce ne sono.

Prima edizione de La notte de Piedegrotta

D’Amico Editore ha da poco pubblicato il romanzo La notte de Piedegrotta, azzoè Lo filantropo de la Pignasecca, di Giacomo Marulli, acquistabile qui. Questa pubblicazione si può considerare alla stregua di un inedito. Questo perché, come ci spiega l’editore, La notte de Piedegrotta, pubblicato in origine in appendice al giornale Il Trovatore, fu all’epoca raccolto in un libro, che è però oggi introvabile, perché non è conservato in nessuna biblioteca italiana.

Un romanzo d’appendice

“È uno dei primi romanzi scritti interamente in napoletano.” ci spiega D’Amico, “Si tratta di un romanzo d’appendice, quindi senza molte pretese dal punto di vista del contenuto. Fu pubblicato in appendice a Il Trovatore nel 1873. Di romanzi in napoletano ce ne sono pochi, quasi tutti pubblicati su questo giornale.

Il primo autore in assoluto a scrivere romanzi in napoletano è stato Giovanni Gagliardi, che, nei primi numeri de il Trovatore, dal 1866 al 1868 ne è stato il principale animatore, si firmava con lo pseudonimo di Don Saverio. Nel 1868, dopo la rottura tra Don Saverio e la redazione del giornale, fu Giacomo Marulli a comporre i romanzi dialettali.”

La storia de Lo filantropo de Piedegrotta

“Il libro racconta una storia semplice, come è tipico dei romanzi d’appendice, ambientata negli anni ’50 dell’Ottocento a Napoli.” ci racconta ancora l’editore “Parla di un episodio di cronaca che avviene durante la festa di Piedigrotta: questo dà l’occasione al Marulli di descrivere la festa.

Protagonisti della storia sono due orfani, il filantropo del titolo, e la Siè Peppa. Nel corso della storia si capirà che in realtà l’uomo detto filantropo non è affatto tale, ma è un volgare camorrista. I due orfani, un ragazzo e una ragazza, finiranno nelle grinfie di questo filantropo, che li adotta.  Quando la ragazzina si fa grande vorrebbe abusare di lei, e fa di tutto per far finire il fratello in galera. La Siè Peppa sarà decisiva per lo scioglimento della storia.

Il libro ci offre testimonianze molto interessanti di usanze e arti perdute, nonché della festa di Piedigrotta. Il personaggio della Siè Peppa, ad esempio, è molto interessante: è una signora capace di curare le fratture con il solo uso delle mani, testimonianza di arti di guarigione praticate un tempo, oggi dimenticate.”

Una curiosità, quasi una firma nascosta

L’editore ci rende tra l’altro partecipi di una piccola curiosità: si tratta di un’indicazione, che ci permette di attribuire a Marulli anche un altro romanzo anonimo, scritto in italiano, dal titolo di Ernesto il disingannato.

“Nel romanzo Ernesto il Disingannato, uno dei protagonisti tenta il suicidio al ponte della Sanità, ma viene salvato: questo mi fa pensare che il libro sia di Marulli. La stessa scena la troviamo infatti ne La notte de Piedegrotta. È un riferimento autobiografico da parte dell’autore, il quale tentò il suicidio proprio sul ponte della Sanità, ma fu salvato. L’autore era disperato perché rimasto disoccupato dopo l’unità d’Italia, poiché apparteneva ad un’importante famiglia borbonica; si pensi che il fratello, era stato un colonnello dell’esercito borbonico, intimo di Ferdinando II. Dopo l’unità d’Italia, tutti gli impiegati legati alla vecchia dinastia furono licenziati, e Marulli tra loro.”

Le onde del Sebeto: il mondo sommerso dei romanzi in napoletano

Il romanzo La notte de Piedegrotta è il primo dei romanzi pubblicati nella nuova collana di D’Amico Editore, Le onde del Sebeto, che si propone di pubblicare esclusivamente opere in prosa in napoletano.

“Le onde del Sebeto,” ci spiega l’editore Vincenzo D’Amico, “è l’idea di qualcosa che c’è e non c’è, qualcosa di dimenticato, quasi scomparso, che, sorprendentemente, a volte, affiora. Si propone di pubblicare solo testi scritti interamente in napoletano.”

Il Trovatore, il giornale dimenticato

Come abbiamo accennato, i pochi romanzi napoletani dell’ ‘800 sono stati pubblicati sul giornale, oggi poco noto, chiamato Il Trovatore.

Della storia di questo giornale quasi dimenticato, ci racconta D’Amico, che ne è un esperto:

“Il Trovatore è un giornale di cui si parla poco o nulla, sebbene all’epoca abbia avuto, a quanto pare, una buona tiratura. Il giornale stesso, oggi, non è semplice da trovare, perché è conservato integralmente, cioè dal 1866 al 1877, solamente alla Biblioteca universitaria di Napoli.

Gli autori di questi romanzi d’appendice, per di più, non si firmavano mai! Non lo facevano per evitare problemi con la legge, perché il Trovatore era continuamente sequestrato, in quanto contrario al governo e vicino agli ideali borbonici. Il giornale, di stampo cattolico, usciva tre volte alla settimana, e aveva contatti con altri giornali cattolici italiani.”

Scrittori del dialetto napoletano di Pietro Martorana

Ma come facciamo a sapere che l’autore de La notte de Piedegrotta è Giacomo Marulli, se su Il Trovatore lui non si firmava; e come mai quasi nessuno sa che esistono romanzi in napoletano? Ce lo spiega ancora l’editore:

“Probabilmente nessuno studia Pietro Martorana, che, nella sua opera Scrittori del dialetto napoletano, a differenza di altri, non ha dimenticato di citare i romanzi. Alla voce su Marulli, infatti, Martorana ricorda che ha scritto tre romanzi in napoletano, tra cui, appunto, La notte de Piedegrotta.”

Un giornale scritto interamente in napoletano

Un altro fatto di grande interesse è che dal 1866 al 1870  Il Trovatore fu scritto integralmente in napoletano.

“Per ben cinque anni dalla sua fondazione,” ci spiega D’Amico, “il giornale fu scritto in napoletano. Dal 1871 in poi , però, fu scritto integralmente in italiano.

Nel passare, nel ’71, dal napoletano all’italiano, gli autori adducono una motivazione piuttosto interessante: perché il giornale, che prima aveva un tono scherzoso, ora passa a un tono più serio.

Il valore ambivalente del napoletano

Solo un intermezzo, la Chiacchierata nel caffè dell’allegria, rimase in napoletano, proprio per il suo carattere tra il serio e il faceto. Si trattava, appunto, di una ‘chiacchierata’ tra vari personaggi che parlavano di politica e cronaca dell’epoca.

Cosa interessante: nella Chiacchierata il punto di vista del liberale era sempre espresso da un signore che parlava in italiano. L’italiano, perciò, a quanto pare, veniva identificato come lingua lontana dalle esigenze del popolo.”

Ritroviamo quindi ne Il Trovatore e nei romanzi di appendice un’ambivalenza che spesso caratterizza il significato che viene attribuito all’uso del napoletano: esso appare in diverse occasioni, o addirittura nello stesso contesto, come lingua dello scherzo, ma anche come lingua del popolo che si esprime.

Teresa Apicella

Teresa Apicella

Laureata in lettere classiche e poi in linguistica, appassionata di antropologia culturale, di cose sommerse e cose che rischiano di scomparire. Amante delle differenze, a patto che attraverso di esse si riveli la ragione profonda per cui siamo tutti uguali. “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili)

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