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NEL NOME DEL CIUCCIO

Attila Sallustro: storia del divo, del campione e della prima bandiera azzurra

Identità, Sport | 4 Maggio 2019

Molti decenni prima che le mura e le vie di Napoli diventassero un museo a cielo aperto teso a rievocare le gesta e le imprese di Diego Armando Maradona, la viscerale identificazione tra il Napoli e la sua gente aveva il suo trait d’union nel primissimo campione ammirato in azzurro: Attila Sallustro.

Enfant prodige

Raccontare di Sallustro equivale a riavvolgere completamente – se non di più – il nastro della storia del Napoli. Sallustro, infatti, giocava per il Napoli ancor prima che il Napoli, come lo conosciamo oggi, vedesse la luce.

È il 1920.

Attila è un vivace bambino di 12 anni. La sua famiglia, emigrata in Paraguay ad inizio secolo, aveva da poco fatto rientro a Napoli. Il piccolo Sallustro, nato in Sud America, aveva iniziato a giocare a calcio su consiglio del medico, che aveva individuato nella pratica sportiva il rimedio adatto alle febbre reumatiche di cui soffriva.

Dopo la scuola, Attila trascorreva i suoi pomeriggi scorrazzando dietro ad un pallone tra gli alberi della Villa Comunale.  Erano quelli i contesti e le situazioni in cui i primi osservatori dell’epoca erano soliti scovare i giovani talenti. Uno di questi, Mario De Palma, notò il piccolo Sallustro, facendolo entrare nella squadra giovanile dell’Internazionale, una delle tre compagini cittadine del tempo insieme al Naples e alla Pro Napoli.

Due anni più tardi, nel 1922, il bianco-blu dell’Internazionale – che nel frattempo aveva già inglobato la Pro Napoli – si fuse col blu-celeste del Naples. Nacque la FBC Internaples, antesignana dell’Associazione Calcio Napoli di cui Sallustro, nel 1925, ne divenne centravanti e giocatore di maggior talento a soli 17 anni.

Il calcio a Napoli, tra passione popolare e propaganda fascista

Naples e Internazionale avevano dominato la scena calcistica partenopea per quasi un decennio, monopolizzando intorno a sé l’interesse di un numero sempre crescente di appassionati.

Da disciplina perlopiù dilettantistica e amatoriale di inizio Novecento, il calcio andò gradualmente e costantemente ad affermarsi come sport popolare, in grado com’era di coinvolgere e interessare persone provenienti da qualsivoglia estrazione sociale ed economica.

Una funzione unitaria che non sfuggì all’occhio del regime fascista che, ben presto, individuó nel calcio un fortissimo strumento di propaganda politica e di affermazione del consenso.

L’anno di svolta, per l’Italia e per Napoli, fu il 1926.

Il 2 agosto, con l’emanazione della Carta di Viareggio, nacque la Divisione Nazionale, antenata della Serie A che riunì le squadre del Nord e del Sud, prima divise in due distinti tornei, in un unico campionato. Il 25 dello stesso mese, l’assemblea dei soci dell’Internaples – presieduta da Giorgio Ascarelli – ratificó il cambio di denominazione in Associazione Calcio Napoli.

Da quel momento, la storia d’amore tra Napoli, il Napoli e Attila Sallustro spiccó letteralmente il volo.

Cresceva il Napoli, cresceva Sallustro

In città, la fama del giovanissimo Sallustro aveva già toccato picchi altissimi col campionato di Lega Sud 1925/26, l’ultimo prima del passaggio alla Divisione Nazionale e della nascita ufficiale del Napoli, avvenuta a fine stagione.

Con 10 gol in 13 partite (due alla Bagnolese, due alla Casertana, uno alla Puteolana, quattro alla Messinese e uno all’Anconitana), Sallustro fu tra i principali protagonisti della stagione dell’Internaples, sconfitta in finale di Lega dall’Alba Roma e giunta ad un solo passo dal giocarsi lo Scudetto con la Juventus, appena passata nelle mani della FIAT e della famiglia Agnelli.

L’imminente arrivo del girone unico nazionale e l’ambizione del presidente Ascarelli proiettarono il neonato Napoli in una dimensione ancor più grande, impegnativa e competitiva. Il divario economico tra Nord e Sud del paese trovò una fedele rappresentazione nell’enorme gap tecnico tra le compagini settentrionali e quelle meridionali.

Nei suoi primi due anni di Divisione Nazionale, il 1927 e il 1928, il Napoli ottenne sul campo altrettante retrocessioni. In due stagioni, la squadra vinse appena quattro incontri di campionato e, in 28 partite complessive giocate, Sallustro andò a segno appena sei volte.

La FIGC, alla ricerca di una formula definitiva per il lancio della Serie A e convinta dalla perseveranza di Ascarelli, concesse gli Azzurri un duplice ripescaggio in massima serie. Grazie ai necessari investimenti economici, il Napoli crebbe in forza ed esperienza.

Sallustro, grazie anche ad una squadra più forte e competitiva che in passato, tornò ad essere il bomber implacabile ammirato appena due anni prima. Nel 1928/29 il “veltro”, come amavano chiamarlo i tifosi partenopei per il fiuto del gol e la rapidità dei suoi movimenti, realizzò ben 22 gol in 28 partite.

Gli Azzurri staccarono il pass per il nuovo campionato di Serie A a girone unico a 18 squadre. Ascarelli, intenzionato ad affiancare a Sallustro dei campioni degni di nota, rinforzò massicciamente la squadra. Oltre al portiere Cavanna, acquistato dalla Pro Vercelli, a Napoli arrivarono anche gli attaccanti Mihalic e Vojak, prelevati rispettivamente dalla Fiumana e dalla Juventus.

In panchina arrivó l’inglese William Garbutt, primo “mister” del calcio italiano, già vincitore di tre Scudetti col Genoa. Il primo grande squadrone della storia azzurra era finalmente nato: il Napoli giunse quinto, trascinato nelle zone alte della classifica dai 43 gol del tridente Sallustro-Vojak-Mihalic.

Tredici di questi portarono la firma del grande Attila, ma due in particolare assunsero un’importanza storica e simbolica maggiore rispetto agli altri.

Il 20 ottobre del 1929, allo Stadio Militare dell’Arenaccia, Sallustro realizzò la rete decisiva nel 2-1 al Milan con cui il Napoli ottenne la sua prima vittoria in Serie A. Pochi mesi più tardi, il 16 febbraio 1930, fu suo il sigillo finale nel 4-1 con cui gli Azzurri batterono la Triestina nella gara inaugurale dello Stadio “Vesuvio”, primo e unico impianto calcistico di proprietà del club partenopeo edificato nel Rione Luttazzi e interamente finanziato dal presidente Giorgio Ascarelli.

L’arrivo di Garbutt fu di fondamentale importanza nello sviluppo e nella crescita dei giocatori azzurri. La sua esperienza e i suoi metodi di allenamento ebbero un influsso decisivo soprattutto su Sallustro che, da funambolico individualista qual era sempre stato, seppe convertirsi al diktat e alla filosofia del “gioco di squadra” professata dal tecnico inglese.

Sotto la guida di Garbutt, Sallustro conobbe un’impressionante continuità di rendimento. In coppia col fiumano Antonio Vojak (miglior bomber azzurro di sempre in Serie A con 102 gol realizzati in sei stagioni), Attila raggiunse sempre la doppia cifra stagionale. E i tifosi del Napoli accarezzarono per la prima volta il sogno di poter mettere le mani sullo Scudetto.

I migliori risultati arrivarono nel 1932/33 e nel 1933/34, con la squadra partenopea che giunse terza in entrambe le occasioni e, per la prima volta nella sua storia, riuscì a qualificarsi per la principale competizione europea del tempo: la Coppa Mitropa del 1934.

Apologia di un mito

Nelle stagioni successive, il rendimento della squadra calò e, a risentirne, fu lo stesso Sallustro. Attila lasciò il Napoli nel 1937, a quasi trent’anni, con 108 gol fatti in undici stagioni.

Un record rimasto imbattuto e intaccato fino all’arrivo di Diego Armando Maradona, al cui appello mancano ulteriori quattro gol che, se riconosciuti, porterebbero il bottino totale in azzurro di Attila a quota 112.

Si tratta di quelli realizzati da Sallustro nella Coppa CONI, manifestazione organizzata dalla FIGC nel 1927 e nel 1928, riservata alle squadre non qualificatesi per la fase finale che assegnava lo Scudetto.

A suon di gol, negli anni Sallustro era diventato un vero e proprio mito vivente per il popolo napoletano, la cui sconfinata riconoscenza seppe tranquillamente perdonargli le ultime e più deludenti stagioni in azzurro. D’altronde Attila giocava per diletto poiché il padre, considerando disdicevole che prendesse soldi per fare un’attività sportiva, gli impose di giocare gratis.

Il primo stipendio da professionista arrivò solo nel 1932, ma il presidente Ascarelli amava comunque ricompensarlo con regalie varie, come orologi d’oro, camicie di seta e ritagli di stoffa pregiata. La sua fama raggiunse apici inverosimili a tal punto che, a bordo della Balilla 521 ricevuta in regalo sempre dal patron azzurro, investì un passante in Via Toledo che, riconosciutolo, ebbe a scusarsi con Sallustro per avergli intralciato la strada.

L’amore dei Napoletani per il proprio campione ebbe straordinari risvolti anche in campo nazionale, contribuendo ad acuire ulteriormente l’accesa rivalità tra lo stesso Sallustro e il famigerato Giuseppe Meazza, giovane e inarrestabile attaccante dell’Ambrosiana-Inter e dell’Italia.

Per l’azzurro della Nazionale, il CT Vittorio Pozzo preferì puntualmente il bomber nerazzurro al “veltro” partenopeo, scatenando le ire e le gelosie dei supporter napoletani. I Napoli-Inter andati in scena, in quegli anni, allo Stadio Vesuvio divennero delle vere e proprie battaglie di partigianeria con cui dimostrare all’Italia intera che, tra i due, era Sallustro quello più forte.

E su quelle partite Sallustro ebbe più volte modo di incidere la propria firma in modo decisivo: nel 1932, il Napoli sconfisse in casa l’Inter per 1-0 proprio con un suo gol, mentre in altri due incontri Attila realizzò altrettante doppiette nei successi azzurri (4-1 e 3-1) contro la formazione meneghina di Meazza.

All’Ambrosiana-Inter segnó anche la sua ultima rete con la maglia del Napoli, nel 2-2 di Milano del 2 maggio 1937.

Quelle elencate, però, furono pressappoco che rivincite personali. Sallustro, infatti, con la maglia dell’Italia, riuscì a racimolare appena due presenze e un solo gol, quello realizzato al Portogallo nella vittoria per 6-1 del 1929. L’altra, invece, avvenne proprio davanti al pubblico di Napoli, nel 3-0 alla Svizzera del 4 febbraio 1932.

La memoria mancata

Per Sallustro, la definizione di mito abbraccia anche circostanze ed eventi del tutto slegati al mondo del calcio e al rettangolo verde. Si deve, infatti, ad Attila e al suo amore con la giovane soubrette russa, Lucy D’Albert, uno dei primi casi nazionali di gossip rosa.

I tifosi azzurri erano soliti rintracciare le cause del declino sportivo di Attila nella “scomoda” presenza della popolare ballerina. I due si sposarono nel 1934. Appese le scarpette al chiodo, Sallustro raggiunse la sua amata a Roma, dove vissero insieme fino al 1960.

Tornò a Napoli proprio in quell’anno per svolgere l’incarico di direttore dello stadio San Paolo, ricoperto ininterrottamente fino al 1981. Morì a Roma nel 1983, un anno prima della sua Lucy e dell’arrivo, a Napoli, di Maradona.

Verso la fine degli anni ’80, lo stesso Diego fu tra i promotori di un’iniziativa tesa a voler dedicare l’impianto cittadino proprio a Sallustro. La curia di Fuorigrotta si oppose fermamente, ritenendo irriguardoso ed irriverente sostituire il nome del santo con quello del grande Attila, che dovette accontentarsi – non senza polemiche da parte della sua famiglia – di una stradina nel quartiere di Ponticelli, nel rione De Gasperi.

Si realizzò, così, una sorta di memoria mancata, che non rese la dovuta giustizia e il giusto omaggio al ricordo di un uomo e di un campione che, per la prima volta in assoluto, seppe rendere grande Napoli e il Napoli nel panorama calcistico italiano.

Antonio Guarino 

L’illustrazione che fa da copertina all’articolo è stata curata e realizzata da Maura Messina.

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 4 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 7 Maggio 2019

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