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San Gennaro, la Deputazione fa causa al Comune. Imperiali: “Non si distruggano secoli di storia”

Identità | 24 Aprile 2021

La Cappella del Tesoro nasce come “voto” a San Gennaro. Con un singolare patto stipulato davanti a un notaio, i rappresentanti delle famiglie nobili della città, quelle dei Sedili – i cui rappresentanti costituiscono da 5 secoli la Deputazione del Tesoro di San Gennaro –  fecero un patto da laici con il Santo patrono, sancendo il legame indissolubile con la città di Napoli.

La prima pietra fu posta nel 1608, nel 1647 la fine dei lavori. Una gestione garantita da secoli dalla devozione popolare, dalla nobiltà, che investiva anche in opere pregevoli (basti pensare ai tanti dipinti nella Cappella o alla mitra di San Gennaro, il gioiello più prezioso del mondo, custodito nel limitrofo Museo del Tesoro), e  – infine – dal Comune di Napoli

Con la fine dei Sedili, fu infatti il Comune di Napoli a finanziare il mantenimento dello spazio più importante dei devoti partenopei – la Cappella dei napoletani – attraverso un contributo annuo, determinato anche dai documenti che nei secoli hanno confermato questa gestione unica al mondo, non ultimo il nuovo statuto della Deputazione del tesoro, ancora governata dagli eredi di quelle famiglie.

Da molti anni però, a partire dal 2011, questo contributo annuale di circa 89mila euro per la manutenzione e gestione della Cappella da parte del Comune di Napoli è andato scemando sempre più fino a scomparire. Di fatto oggi il Comune di Napoli deve alla Deputazione del tesoro di San Gennaro 737mila euro. Tant’è che la Deputazione, dopo anni di attesa, ha deciso di fare causa all’amministrazione comunale della città.

“Lo abbiamo fatto anzitutto per la sopravvivenza dell’Istituzione” ci spiega Riccardo Imperiali di Francavilla, responsabile degli Affari Legali della Deputazione.

“Negli ultimi anni, infatti, proprio perché si stavano esaurendo le risorse che servono a mantenere la cappella, a operare i restauri necessari di volta in volta e a pagare i dipendenti, la Deputazione si era comunque mossa per avere una maggiore disponibilità finanziaria.

Era stata questa la ragione – continua Imperiali – ad averci spinto a consentire l’ingresso gratuito solo ai napoletani e a pagamento per i turisti, anche per poter spiegare al meglio le opere che contiene la Cappella”.

Poi è arrivata la Pandemia, che ha sottratto anche quell’unica risorsa. Non restavano dunque molte altre possibilità che non quella di portare la vicenda davanti ai giudici.

Da Lauro a Valenzi, da Bassolino alla Iervolino, il contributo non è mai mancato nemmeno in tempi recenti. Un precedente solo nell’800

Solo due volte, nel corso dei secoli, il Comune aveva tentennato, salvo poi velocemente ricredersi e onorare la propria obbligazione, nel 1866 e nel 1917, racconta ancora Imperiali, che è tra l’altro un profondo conoscitore della storia dell’organismo.

“L’allora capo della Deputazione, che era un avvocato, fece una grande battaglia contro l’allora amministrazione e la vinse”. Poi nei secoli, e fino a un decennio fa, da Lauro a Bassolino, da Valenzi alla Iervolino, quel contributo – che secondo l’avvocato Andrea Pisani Massamormile, che ha presentato la vertenza, non è una graziosa concessione, ma l’ adempimento di un obbligo” – è venuto a mancare con la disastrosa amministrazione De Magistris.

La nascita della Cappella del Tesoro

Se si vuole vedere una cosa unica a Napoli, tra le tante, è la copia di quel patto tra la città di Napoli e il santo. E’ nella prima sala del Museo del Tesoro, insieme alla mappa dei sedili, del Duca di Noja e ad altre opere magnifiche di grandi artisti dell’arte e dell’oreficeria.

Tra il 1526 e il 1527, mentre la città fronteggiava problemi di varia natura,  dovuti anche alla carestia, i rappresentanti dei Sedili di Napoli decisero di fare un voto a San Gennaro. Se li avesse protetti dai guai, gli avrebbero eretto una nuova e più ampia Cappella all’interno del Duomo.

Nacque così la Deputazione, una sorta di consiglio d’amministrazione laico della Cappella del Tesoro, da allora organo autonomo per eccellenza dal potere ecclesiastico, che ha sempre rivendicato la natura laica dei beni e la propria gestione indipendente, anche recentemente, quando l’ex ministro Alfano voleva accorpare la gestione della Cappella alla Chiesa di Napoli. Ci fu una rivolta popolare – di cui fu protagonista anche Identità Insorgenti – e Alfano fu costretto a ritirare il decreto e a dare alla Deputazione un nuovo statuto, al passo coi tempi.

L’ambiguità di De Magistris

Quel che sorprende è che la vicenda esca fuori solo ora quando il sindaco si è sempre professato grande devoto di San Gennaro e non è quasi mai mancato al “bacio” della teca, nel corso di questo decennio.  Anzi, ha sempre presenziato, anche in tempi di pandemia, alle celebrazioni del Santo, soprattutto a quella del 19 settembre, come capo della Deputazione. Eppure sapeva di essere inadempiente.

E’ il primo cittadino della città, del resto, a presiedere quest’organismo. Quando Alfano ritirò il decreto che avrebbe cancellato 5 secoli di Storia De Magistris disse: «San Gennaro è salvo, il nuovo Statuto che regola la vita e le attività della Cappella del Tesoro di San Gennaro è stata una vittoria della città. una vittoria di popolo che sancisce il legame esistente tra Napoli e San Gennaro che nessuno potrà mai toccare».

Invece pare che sia proprio l’inadempienza della sua amministrazione, oggi, a provocare nuovi problemi alla gestione di quei beni che i cittadini stessi eressero e dedicarono al santo patrono di Napoli.

Imperiali: “Una questione che non potevamo non porre”

“Ci sono stati in passato incontri con De Magistris, che sono diventati sempre più radi – racconta ancora Imperiali – così come il contributo del Comune. Prima ridotto e poi non più versato. Mentre ci era stato garantito che sarebbe stato messo a bilancio. A noi interessa porre la questione anzitutto, perché altrimenti il nostro credito rischia di andare in prescrizione. Inoltre solo con una vertenza possiamo vederci riconosciuto il credito e dunque muoverci per chiedere eventuali prestiti alle banche. Senza contare che questa inerzia – anche se, ripeto, stiamo cercando di reperire fondi anche con altre iniziative – rischia di pregiudicare non solo l’istituzione ma l’identità stessa di Napoli”.

Insomma, dopo la nascita davanti a un notaio, stavolta, cinque secoli dopo, sarà un giudice a decidere dei destini della Deputazione di San Gennaro e a dire l’ultima parola su questa gravissima e spiacevole diatriba, che segna ancora una volta l’indifferenza dell’amministrazione di fronte ai propri simboli più importanti e che rischia di includere la Deputazione tra i tanti creditori del comune.

Bisognerà aspettare almeno fino al 26 luglio 2021 per gli sviluppi: in quella data è fissata la prima udienza che porta ancora una volta davanti a un tribunale  le questioni legate a San Gennaro.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 24 Aprile 2021 e modificato l'ultima volta il 24 Aprile 2021

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