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SAN MARZANO DOP

Le bugie di Report: filiera corta e tutela dalle speculazioni mediatiche, queste le urgenze reali

Attualità, Economia | 18 Ottobre 2014

sammarzano

Ricorderete che secondo la puntata anti-pizza di Report è stato affermato tra le altre cose che il San Marzano DOP è un’eccellenza che i campani non saprebbero sfruttare appieno: perché non avrebbero saputo approfittare delle opportunità offerte loro dall’Europa, ma soprattutto perché da noi mancherebbero persone con la voglia di lavorare nei campi del DOP.

Balle. La filiera del DOP campano dispone di tradizione, capacità imprendoriale, passione e organizzazione più che sufficienti per valorizzare la nostra eccellenza: il problema è il danno d’immagine causato da bolle mediatiche contro le nostre produzioni DOP, e la mancanza di azioni mirate e concrete, come gli incentivi alla filiera corta ed una maggiore tutela dalle frodi che li danneggiano.
Questo in sintesi il pensiero di Gianluca Iovine, vice presidente dell’ordine degli agronomi di Napoli, nonché stimato consulente agronomo per numerose cooperative campane che operano sulla filiera del San Marzano. Lo abbiamo intervistato per capire come stanno realmente le cose.

La prima domanda è su Report: nell’ormai famosa puntata sulla pizza c’era un passaggio sul calo delle vendite del San Marzano DOP, attribuito all’incapacità degli imprenditori campani di cogliere appieno le opportunità offerte dall’Europa. Non solo: mancherebbero, secondo la trasmissione RAI, persone disposte a lavorare nelle campagne, lasciando così la produzione del DOP non sfruttata al massimo delle sue potenzialità. Le cose stanno effettivamente così?

La voglia di coltivare San Marzano c’è, le persone qualificate per farlo pure: il problema sono gli scandali, l’attenzione mediatica negativa, sia in termini ambientali sia di frode del DOP, che spaventano il consumatore. L’impatto commerciale si traduce in un minor consumo, con conseguente abbassamento dei prezzi: bisognerebbe cercare di mediare questi clamori mediatici, molto spesso infondati.

Diciamolo subito, dunque: questa storia dell’eccellenza campana non sfruttata al meglio perché manca la gente che vuole lavorarci è un po’ una sciocchezza…

E’ una grandissima sciocchezza. Se qualcuno vuole, venga in campagna con me nel periodo in cui si programmano le coltivazioni del DOP, gli agricoltori chiedono spesso di poterne produrre di più. Se la filiera non fosse strutturata ed organizzata, avremmo tanto di quel San Marzano che non sapremmo neanche a chi darlo. Qui ci sono competenze, voglia di fare, storicità e struttura organizzativa: se ogni tanto l’attenzione mediatica si interessasse anche della qualità delle nostre produzioni e non solo degli scandali ambientali, problemi non ce se sarebbero. Questo vale per il San Marzano come per tutti gli altri DOP della Campania.

Stiamo parlando dell’effetto mediatico “Terra dei fuochi”?

Dell’effetto mediatico Terra dei Fuochi come degli scandali sulle DOP, sulle frodi alimentari. Della bolla mediatica nessuno parla, ma ci sarebbe da aprire un capitolo sulla serietà intellettuale di chi svolge determinate professioni. Il problema è questo: scrivere della terra dei fuochi per un giornalista è facile, viene servito su un piatto d’argento tutto ciò che può fare clamore mediatico: criminalità, inquinamento, la salute delle persone, cose spendibili mediaticamente. Purtroppo. Ma poi la ricerca della verità sulla qualità delle nostre produzioni viene veramente fatta? O ci si sofferma solo su quello che interessa che venga letto? Questa è la mia opinione, senza accusare nessuno.

Insomma si fa molto clamore sulla base di ipotesi, ma poi quando vengono smentite da analisi serie nessuno ne parla più.

Basta aprire i giornali di quel periodo, si è puntato solo sulle cose che fanno più clamore mediatico: da Luca Abete di Striscia la Notizia, alle Iene con l’inchiesta sul pomodoro coltivato vicino alla discarica. Hanno detto che il pomodoro era inquinato: ma con quali parametri è stata fatta l’indagine, con quali criteri di analisi è stato determinato il contenuto di metalli pesanti all’interno del prodotto? Il caso di Caivano poi è emblematico: prima sequestrano e scoppia il clamore mediatico, poi fanno le analisi, i campioni risultano puliti e allora dissequestrano. Ma di questo nessuno parla più.
Se si considera la fase in cui è scoppiata la bomba mediatica, con tutti gli articoli pubblicati, ci rendiamo conto che si è sparato sulla croce rossa. In tutto ciò il San Marzano non è stato investito direttamente da scandali, ma ne ha risentito indirettamente a livello industriale.

Come tutelare gli agricoltori che lavorano onestamente e con competenza?

Per tutelare gli agricoltori bisogna tutelare i prodotti, è questo che non si capisce. Se voglio tutelare un allevatore di bufale, devo tutelare il marchio mozzarella di bufala. Se tutelo il “brand” mozzarella di bufala il consumatore acquista con maggiore serenità, il caseificio ha bisogno di più latte, e quindi l’allevatore venderà di più. Questo vale per il San Marzano come per qualsiasi altro DOP. Ma se noi continuiamo a danneggiare l’immagine di questi prodotti … anche perché gli attacchi sono sempre contro i prodotti campani!
Io mi domando: ma nella filiera del Grana, del Parmigiano, dell’Asiago sono tutti virtuosi? Nella filiera del prosciutto di Parma DOP nessuno compra prosciutto dall’Ungheria e lo marchia col prodotto DOP? Non credo, però qualunque cosa accada in Campania fa clamore, e quindi si parla della Campania.
Non voglio condannare le altre filiere, è per far notare che alcuni meccanismi mediatici si innescano solo qui. Se c’è qualcuno che ha sbagliato deve pagare, ed è giusto che paghi, però non sono tutti così. C’è gente che si lavora duro in campagna, trasformatori che lavorano onestamente e seriamente: quando ci fu lo scandalo dei caseifici legati al clan Schiavone, la filiera della mozzarella DOP perse milioni di euro, colpendo caseifici che non c’entravano niente.

Al di là del clamore mediatico, il San Marzano DOP è un prodotto controllato e sicuro?

E’ un prodotto controllato perché fa parte di una struttura organizzata: Il controllo avviene su tutta la filiera, sia in fase di produzione primaria che di trasformazione. Il prodotto entra nel circuito del conserviero, e le industrie di conservazione hanno dei piani di analisi molto stretti, dettati dalla normativa europea sull’igiene degli alimenti. Inoltre le DOP sono soggette a controlli specifici: alla normale e vigente normativa sulla sicurezza e l’igiene degli alimenti, si aggiunge quella del prodotto regolamentato del DOP garantito da un ulteriore ente di controllo.
Non solo: ci sono certificazioni volontarie fatte dalle aziende, e controlli integrativi richiesti dai clienti finali. Se un cliente me li chiede glieli fornisco, perché si cerca di mantenere il mercato, capendo il clamore mediatico e cercando di fornire tutte le certezze possibili. Ma ad oggi DOP San Marzano che abbiano avuto di questi problemi a me personalmente, nelle mie filiere che seguo, non risultano.

Parliamo del prodotto: qual è la sua zona d’origine e cosa lo rende così speciale?

La zona del DOP, definita dal disciplinare di produzione, va dall’Agro Sarnese Nocerino all’Agro Nolano, toccando Acerra e parte di Caivano, Afragola e Cardito. È un pomodoro ricco di sapore, di aromi, quando lo assaggi senti un pomodoro fresco, delicato. Essendo molto pelabile anche le temperature di lavorazione sono diverse: insomma, non è come gli altri, non puoi mangiarlo e non accorgerti che è un’altra cosa. Inoltre è una produzione tipica molto legata al territorio: i produttori sono legati a questa produzione, perché l’hanno sempre fatta. C’è una tradizionalità, c’è una passione: a volte l’agricoltore fa delle cose al di là del beneficio economico che ne trae, perché per tradizione lo ha fatto suo nonno, lo ha fatto suo padre, adesso lo fa lui.

È legato al territorio solo per tradizione o anche per terra e clima?

Per un fatto pedo – climatico, terreno e clima: la composizione del suolo dell’agro sarnese, dove nasce il San Marzano, vanta una falda affiorante e terreni molti ricchi in sali minerali. Quando infilano i pali di castagno nel terreno per coltivarlo quasi esce l’acqua dai buchi: è molto caratteristico. Tra l’altro nell’agro sarnese la sua coltivazione è fatta quasi tutta a mano, e non meccanizzata: molto tradizionale e tipica. Ma ciò che conta di più è che per il suo legame con il territorio il San Marzano è un’eccellenza coltivabile solo nella nostra terra. E da nessuna altra parte al mondo.

Per quanto riguarda l’aspetto commerciale, è vero che si vende più all’estero che da noi?

Il mercato di riferimento è quasi tutto estero, da noi si vende poco perché costa molto. Il rapporto di prezzo è uno a tre: il pomodoro lungo convenzionale va a 11 centesimi al chilo, il San Marzano a 47. Se parliamo del trasformato, un barattolo da 480 grammi di pelati costa circa 30/35 centesimi, un San Marzano circa un euro. Con la contrazione dei consumi che c’è stata nel nostro paese, causa crisi, è chiaro che una persona che fa la spesa, se deve comprare un pelato probabilmente prende quello di 30 centesimi. Lavorare con l’estero pertanto ci da un po’ di respiro in più: in particolare il Giappone, è uno dei nostri mercati di sbocco principali.

Le istituzioni locali, a partire dalla Regione Campania, cosa dovrebbero fare per tutelare il San Marzano DOP?

In termini di normativa sui nostri distretti rurali, almeno quella vigente fino al 2013, rimuovere alcune assurdità: ad esempio, un’azienda di un prodotto tipico come il San Marzano non può fare investimenti per la trasformazione in loco, se un’altra industria di trasformazione non le cedeva le proprie quote di lavorazione. Non incentivare la produzione e la trasformazione diretta, a filiera corta, di questi prodotti di nicchia è un controsenso. E’ un concetto che alla regione non siamo riusciti a far passare. Poi le istituzioni dovrebbero intervenire seriamente e duramente su tutti coloro che creano un danno di immagine alla nostra regione.

Spieghiamo meglio la questione della filiera corta, è molto interessante.

I Piani di Sviluppo Rurale finanziano gli investimenti per le aziende agricole e alimentari, tra cui anche quelle di trasformazione del pomodoro, fino all’anno scorso per accedere c’erano dei parametri relativi ai quantitativi di produzione. Per avere il finanziamento, un’azienda doveva dimostrare che un’altra impresa di trasformazione non avrebbe prodotto, insomma che rinunciava alla propria quota di trasformato, cedendola alla prima. Tutto questo va bene se parliamo di prodotto convenzionale, ma per il San Marzano parliamo di piccoli quantitativi: a fronte dell’importanza commerciale di incentivare le filiere corte, il problema era che nel bando non c’era una deroga specifica per il san Marzano.
Ma per altri prodotti tipici e di piccola quantità tali deroghe esistono, e aiutano le industrie più virtuose a strutturarsi anche per la trasformazione e la commercializzazione, e quindi chiudendo la filiera: per il DOP San Marzano invece la mancanza di tali deroghe impediva l’accesso ai fondi strutturali del PSR. E stiamo parlando di bandi regionali. Questo per quanto riguarda la precedente programmazione: la nuova, che copre il periodo 2014 -2020, e che penso partirà l’anno prossimo, è in fase di strutturazione dei bandi, ovvero delle varie misure di investimenti. Staremo a vedere cosa succederà, spero che ne tengano conto di queste realtà più particolari.

In conclusione ci sono almeno tre priorità che dovrebbero essere perseguite dalle istituzioni locali, a partire dalla regione Campania: tutelare il “brand”, l’immagine dei DOP campani, incentivare la filiera corta rimuovendo gli impedimenti burocratici, e maggiori tutele nei confronti delle frodi.

Certo, da un lato maggiori tutele, dovrebbero intervenire sulle filiere dove ci sono dei dubbi, e quando si hanno le certezze bisogna far chiudere, ma anche difendere l’immagine delle nostre eccellenze.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 18 Ottobre 2014 e modificato l'ultima volta il 22 Ottobre 2014

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