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UN ALTRO ADDIO

Se ne va Carlo Giuffré, ultimo grande di un’epoca che fece grande la Napoli del teatro

Carlo Giuffré
Cinema, Teatro | 1 Novembre 2018

Non si finisce mai di aver fatto tutto. Ogni sera ricomincio qualcosa di nuovo. Certezze mai, dubbi sempre. Mi chiedo sempre se lo spettacolo sarà come quello di ieri. Comunque se non ci fosse stato il teatro, non avrei saputo fare altro. Il teatro è tutta la mia vita. Pensate che a casa barcollo, m’ingobbisco, mi annoio, ma in teatro ritrovo il passo. È un’altra storia. In scena si guarisce. E poi sapete che vi dico: gli attori vivono più a lungo, perché vivendo anche le vite degli altri, le aggiungono alle loro.

Così parlava Carlo Giuffré in una delle sue ultime interviste, rilasciata a Il Fatto Quotidiano.  Eduardo diceva che i fratelli Giuffré erano gli unici all’altezza del suo ruolo, gli unici, quindi, in grado di sostituirlo.  E lui lo ricambiava, dicendo che nel teatro Eduardo è un genere a sé. Oggi, quasi a 34 anni esatti dalla scomparsa di Eduardo, caduta ieri, se ne va anche Carlo Giuffré, grande e indimenticato attore anche del teatro Eduardiano.

Ma non solo di quello perché, come per tutti i grandi attori di quell’epoca, è difficile racchiuderne uno in un unico schema o in un solo genere.

Di certo a Eduardo, Giuffré lo dice in tante interviste, molto deve – come tanti altri grandi attori che con lui hanno condiviso le scene – e molto ha rubato. Di certo non amava chi schematizzava Eduardo nel genere “teatro dialettale”. “Bisogna stare attenti – disse in un’intervista – quando si parla di teatro scritto in italiano. Perché a rigor di termini un teatro così non esiste. Goldoni scriveva in veneto. Pirandello, dal canto suo, inventa una lingua che ha una struttura siciliana, un po’ quello che sta facendo, di questi tempi, Camilleri. Vogliamo guardare più indietro? Ruzante adottò il padovano, Machiavelli il toscano. Di autori che hanno usato la lingua nazionale, se si eccettua qualche nome – penso a un Diego Fabbri, ad esempio – non ce n’è. Tutti hanno usato il dialetto. Ed Eduardo ha preso il suo napoletano e, anche lui, l’ha reinventato, facendone il veicolo per un teatro che esprime tematiche senza tempo”.

E Carlo Giuffré, così come il fratello Aldo, come tutti i grandi interpreti nati a Napoli in quei decenni, non è stato, non è e resta, una maschera senza tempo?

Nella sua lunga carriera, Giuffré, inoltre, aveva ostinatamente condotto una sua personale battaglia per riproporre le opere che avevano fatto grande la nostra storia teatrale. Oltre a Eduardo e a tanto Pirandello, anche Eduardo Scarpetta, di cui aveva impersonato la celebre maschera di Felice Sciosciammocca ne «Il medico dei pazzi». “Ma quante opere di Shakespeare deve subire il nostro pubblico? Rispetto ai figli di “Re Lear” – sottolineava polemico – sono convinto che invece quelli di “ Filumena Marturano” appartengono al nostro Dna, alla nostra storia”.

Sull’Enciclopedia dello spettacolo fondata da Silvio D’Amico, opera monumentale aggiornata negli anni 70, si parla così di Carlo Giuffrè nell’aggiornamento 1965-1975. “Nato a Napoli il 3 dicembre 1928. A differenza di Aldo si è formato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, per poi debuttare (1949)nella compagnia di Eduardo de Filippo, col quale rimase per due stagioni. Da allora la sua carriera è parsa svolgersi su due binari diversi: da un lato i ruoli di attor giovane, dal fisico avvenente e dai fascini convenzionali, dall’altro una felice tendenza al comico, alla caricatura. Dopo aver partecipato tra l’altro a una rivista con Anna Magnani (Chi è di scena? di M.Galdieri) fu scritturato dalla Stabile di Napoli. Nella stagione successiva si mise in luce come Michele in Romagnola di Luigi Squarzina e, dopo alcune commedie di boulevard, si segnalò per la delicata interpretazione di Geoffrei, il giovane omosessuale di Sapore di Miele di S. Delanet (reg: Blasi). Tornato alla Stabile napoletana fu protagonista di quasi tutti i suoi spettacoli. Nel 1962 affrontò di nuovo un personaggio dialettale, quello di Caposecco, in una piacevolissima commedia del Settecento napoletano, Annella di Porta Capuana di Gennaro D’Avino, regia di G. Magliulo. Dal 1963 da parte della compagnia De Lullo-Falk-Valli-Albani (La Compagnia dei giovani, ndr) dove sembra aver risolto felicemente l’antinomia fra le sue due personalità d’attore, l’amoroso ed il comico, mettendo a fuoco una “maniera” autoironica, maniera che in alcuni casi (e particolarmente nelle sue interpretazioni cinematografiche, tutte o quasi basate su tipi dialettali) lo porta felicemente al limite della maschera. Con la regia di De Lullo è stato un divertentissimo primo attore in Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello, Albino in La buffarda di Fabbri, un Solijoni ridicolo e minaccioso, con ritmi singolarissimi in Le tre sorelle di Cechov e Guido Venanzi, l’amante nel triangolo pirandelliano del gioco delle parti. Non molto rilevante l’attività televisiva. Oltre alla partecipazione a riviste e spettacoli musicali, che hanno sfruttato le sue doti più immediate e popolari di attor comico, ,o ricordiamo particolarmente nel Ballo dei ladri di J Anoiulh e in una farsa napoletana, Caviale e Lenticchie, di Scarnicci e Tarabusi”.

Più avanti lascerà la Compagnia per il cinema, anche se non sempre di primo piano. Negli anni ’70 diventa celebre per la sua partecipazione alle così dette commedie sexy: tra queste, “La signora è stata violentata!” del 1973 e “La signora gioca bene a scopa?” del 1974. In mezzo c’è anche la conduzione di un festival di Sanremo, nel 1971. E poi ancora cinema. Da ricordare “La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli (1968) e  il “Pinocchio” di Roberto Benigni (2002), in cui interpreta il ruolo di Geppetto.  Con “Son contento” di Francesco Nuti nel 1983 vinse anche un David di Donatello. Raccontava che Suso Cecchi D’Amico che era in giuria gli aveva detto che volevano d dare per l’interpretazione offerta ne La pelle di Liliana Cavani un anno prima. L’ultima interpretazione al cinema è nel 2016, nel film di Vincenzo Salemme “Se mi lasci non vale”.  Nel corso degli Anni 70 e 80 aveva anche collaborato a numerose serie tv come Melodramma, L’ombra nera del Vesuvio e Pronto Soccorso. Nel 2006 ha invece fatto parte del cast del film tv dedicato alla vita di Gino Bartali, andato in onda sulle reti Rai.

In una fase più matura della sua carriera, dopo gli anni dedicati soprattutto al cinema e alla tv, il teatro, il suo grande amore, torna predominante e insieme al fratello Aldo si avvicina di nuovo al repertorio di Eduardo mettendo in scena, anche come regista, “Le voci di dentro”, “Napoli milionaria!”, “Non ti pago” e “Natale in casa Cupiello”.

Un eterno sodalizio artistico e umano, anche se con qualche incomprensione e ruggine come spesso capita fra personalità forti, quella tra i due grandi fratelli attori.  Nel 1972 al Teatro delle Arti di Roma erano partiti con Un coperto in più di Maurizio Costanzo. Fu un successo, la critica parlò dei nuovi De Filippo, perfino Fellini disse che il loro era ‘un teatro ad alta temperatura’. Un sodalizio artistico teatrale, quello dei Giuffré, durato 12 anni: anche Aldo, che faceva anche radio, molto cinema e televisione, ha sempre avuto il teatro nel cuore.  “Eravamo gli unici a fare teatro italiano, la commedia dell’arte, perché da quando nacque il melodramma nel ‘700 non abbiamo più avuto teatro di prosa e autori teatrali. Da Goldoni si aspettano due secoli per Pirandello. E 50 anni dopo per De Filippo” disse Carlo in un’intervista rilasciata alla morte del fratello, nel 2010.

Nel 2007, in occasione della consegna del tributo alla carriera assegnatogli dal “Premio Eti – Gli olimpici del teatro”, Carlo Giuffré viene insignito del titolo di Grande Ufficiale dal Presidente della Repubblica: quell’anno porta in scena un altro classico di Eduardo, “Il sindaco del rione Sanità”.

Nel 2015 è in scena con l’adattamento teatrale del film di Steven Spielberg “Schindler’s List. E’ la prima volta nel ruolo di un personaggio reale, fuori dal suo repertorio classico: la regia è di suo figlio Francesco. Ne era felice e affascinato. Attratto dall’umanità del personaggio e dalla sua impresa – Schindler salvò migliaia di ebrei durante il nazismo – Giuffré trovò in questo soggetto un nuovo stimolo, a 88 anni. Ed è stata quella del “giusto fra i giusti” la sua ultima interpretazione sul palcoscenico.

Ma non la sua ultima apparizione. L’ultima fu ancora una volta nei panni di Eduardo. Nel 2016 ospite di Massimo Ranieri, in “Sogno o son desto”, Carlo Giuffré si esibì nella defilippiana Scena del caffè tratta dal capolavoro Questi fantasmi, il monologo  omaggio alla tradizione partenopea della tazzulella ‘e cafè. “A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinuncerei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato”.

Napoli, quella che ha memoria, piangerà tanto questo suo figlio. Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris esprime a nome dell’intera città il profondo cordoglio per la scomparsa dell’attore Carlo Giuffré. Ci lascia un grandissimo artista molto amato dal grande pubblico anche per il sodalizio artistico con il fratello Aldo, scomparso nel 2010. Lo ricordiamo  per i ruoli accanto a Eduardo De Filippo, nelle tante commedie napoletane e per i numerosi film e le fiction nelle quali ha lavorato fino a pochi anni fa. Scompare un artista vero, un grande napoletano. Il teatro napoletano è in lutto.

Lucilla Parlato

Lucilla Parlato

Giornalista da sempre, ho iniziato a Napoli per poi emigrare a Roma, dove ho lavorato nella carta stampata, in tv a Mediaset e sul web a Sherpa-Tv (web tv di area Pd) oltre ad aver svolto negli ultimi anni capitolini ruoli di capo ufficio stampa in diverse istituzioni. Poi sono tornata a casa, a Napoli, cinque anni fa per fondare Identità Insorgenti, con un gruppo di amici, uniti dalla volontà di offrire un’altra narrazione del Sud.

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