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SENTENZA CUCCHI

Il baciamano del Carabiniere ad Ilaria appartiene a tutte le Donne e agli Uomini di Stato

Italia | 19 Novembre 2019

E’ passata quasi una settimana dalla sentenza di condanna a dodici anni di reclusione inflitta ad Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due Carabinieri riconosciuti colpevoli della morte di Stefano Cucchi. Un tempo breve ma intenso, sostanzialmente dominato dalla querelle tra Ilaria – sorella di Stefano – e l’ex Ministro degli Interni, Matteo Salvini, scaturita dai commenti del leader della Lega (Nord) al verdetto emesso giovedì scorso dai giudici di Roma.

Non è questo, però, il tema su cui voglio soffermarmi. Non mi interessa alimentare polemiche o discernere tra chi ha torto o ha ragione. Anche perché, chi mi conosce e soprattutto conosce Identità Insorgenti, saprebbe delineare il nostro pensiero in modo automatico e praticamente intuitivo.

Oggi son qui per fare un passo indietro nel tempo, riannodando il nastro della narrazione di questi ultimi cinque giorni fino all’interno dell’aula bunker di Rebibbia, quando – a conclusione della lettura del dispositivo di sentenza – un Maresciallo dell’Arma ha voluto omaggiare Ilaria Cucchi con un baciamano.

Lo faccio accantonando, però, la mia indole di narratore e giornalista per far spazio, in queste poche righe, al mio animo di Uomo di Stato al servizio dei cittadini. Lo faccio perché ritengo che quel baciamano, a prescindere dalla divisa che si indossi, appartenga a tutte le mie colleghe e a tutti i miei colleghi.

Un gesto semplice, elegante e spontaneo, in grado di mescolare umanità, solidarietà e perdono in un unico fotogramma. Un gesto dallo straordinario contenuto emotivo, divenuto non a caso il simbolo iconografico di un passaggio fondamentale non solo nella storia della giustizia italiana, ma della vita civile di un intero Paese e della sua comunità.

Non tutti, in Italia, hanno e avranno la stessa forza e le stesse capacità di Ilaria Cucchi per far valere il proprio diritto ad una giustizia equa, rapida ed efficiente. Perché siamo di fronte ad un verdetto che riscatta il presente, ma che va anche ad insidiarsi pesantemente nelle crepe di un passato triste e tormentato a tal punto da minare pesantemente la credibilità e il livello di fiducia nei nostri confronti.

E’ per questo – soprattutto per questo – che ritengo sia giusto gioire per una sentenza che ha sì restituito dignità ad una vita che non c’è più, ma che costituisce il riscatto delle Istituzioni, delle Forze dell’Ordine e di tutti i suoi rappresentanti che, giorno dopo giorno, intendono e assolvono il proprio ruolo come un novero di responsabilità piuttosto che un millantato manipolo di poteri.

Antonio Guarino 

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 19 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 19 Novembre 2019

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