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SETTEBELLO D’ORO

9 agosto 1992: quando Barcellona si tinse d’azzurro

Sport | 9 Luglio 2020

C’è una nazionale di pallanuoto, il Settebello azzurro, che nella prima metà degli anni ’90 ha fatto innamorare di questo sport l’Italia e gli italiani. Una squadra capace di vincere tutto, letteralmente. Il Grande Slam, terminato a Roma nel 1994 con il Campionato Mondiale, preceduto dalla Coppa del Mondo, dagli Europei e dai Giochi del Mediterraneo nel 1993. Tutto ebbe inizio, però, con la più epica delle partite, la finale olimpica di Barcellona contro la Spagna padrona di casa, disputata il 9 agosto di ventotto anni fa.

L’antefatto

Il primo protagonista della nostra storia è Ratko da Belgrado, che alle sue spalle ha accumulato ormai tanti successi con un unico cruccio, non poter sfoggiare una medaglia olimpica. Nel 1968, quando i suoi connazionali avevano vinto l’oro olimpico, infatti, era infortunato. Dodici anni e tre olimpiadi dopo, a Mosca aveva avuto un’ultima chance, con la Jugoslavia arrivata fino in fondo per poi arrendersi solo ai padroni di casa.

Con quell’argento finalmente al collo, Ratko aveva terminato serenamente la sua carriera, appendendo la calottina al muro e accomodandosi a bordo vasca. Alle olimpiadi successive, a Los Angeles, Ratko da Belgrado aveva già ottenuto le chiavi della nazionale maggiore e l’aveva guidata immediatamente al successo, che avrebbe bissato a Seul nel 1988. In mezzo, anche un campionato del mondo a Madrid, vinto contro l’Italia in una finale storica e infinita, che la Jugoslavia avrebbe fatto sua solo dopo quattro tempi supplementari.

Il catalano Manuel a Mosca invece aveva fatto la sua prima apparizione olimpica, ed era stato già devastante. Non ha neanche vent’anni ed era il miglior marcatore del torneo. Si sarebbe ripetuto anche a Los Angeles e a Seul, e dietro di lui sarebbe cresciuto l’intero movimento spagnolo. Agli albori degli anni ’90, Manuel è universalmente riconosciuto come il giocatore più forte del mondo, soprannominato “il Maradona della Pallanuoto”, e guida una nazionale oramai sempre più consapevole. E i risultati cominciano ad arrivare.

Alla vigilia delle olimpiadi di casa, gli iberici si dimostrano altamente competitivi vincendo l’argento mondiale a Perth e quello europeo, pochi mesi dopo, ad Atene. Ma i più forti sono sempre gli slavi, sebbene orfani di Ratko, che si è accasato alla guida del Settebello. Tutto lascerebbe presagire una vittoria della Jugoslavia, bi-campione in carica e vincitrice di tutte le manifestazioni più recenti.

È il 9 agosto 1992 e a Barcellona sono pronti a dismettere il grande carrozzone olimpico.

Il giorno prima il mondo ha appena assistito alla conquista della medaglia olimpica più annunciata di sempre e nondimeno una delle più spettacolari. Per la prima volta, infatti, la nazionale di basket statunitense schiera i professionisti dell’NBA, dando vita al Dream Team. Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, assieme. 117 a 85, dicono gli annali. Vittima sacrificale la dignitosissima Croazia di Drazen Petrovic, argento olimpico alla sua prima apparizione.

Già, perché le Olimpiadi del 1992 sono i primi giochi post sovietici; il crollo del Muro di Berlino e il discioglimento dell’URSS hanno sconvolto lo scenario geopolitico dell’Europa dell’Est. Nei paesi balcanici all’indipendenza della Slovenia segue proprio quella della Croazia, e ciò che rimane della nazione di Tito è escluso dalla partecipazione. La Jugoslavia non esiste più, neanche sportivamente. E senza la Jugoslavia, favorita assoluta della manifestazione è la Spagna di Manuel, che tiene fede ai pronostici della vigilia ed infatti è in acqua, con la calottina bianca, supportata da quasi ventimila persone, chiamata all’ultimo sforzo per prendersi quell’oro che quasi parrebbe spettarle di diritto.

Sotto la guida di Fritz Dennerlein, il Settebello aveva affrontato un ricambio generazionale importante, i nomi che avevano fatto grande la nostra pallanuoto negli anni ’70 avevano lasciato il campo ai nuovi talenti che comunque le nostre piscine continuavano a creare. La nuova generazione ripaga la fiducia e l’Italia inizia ad affacciarsi sempre più spesso sul podio. Quando subentra alla guida della Nazionale, Ratko da Belgrado prosegue il lavoro di Fritz, ma il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi non è il più esaltante. Anche durante i giochi stessi, in patria non mancano critiche alla squadra e a Ratko. Tuttavia, macinando risultati e fiducia, l’Italia si regala la finale. Nella piscina del villaggio olimpico di Montjuic, con la calottina scura, gli antagonisti siamo noi.

Colpo su colpo

La pressione è tutta sulle spalle degli spagnoli e in acqua si vede, segniamo noi per primi e da quel momento per i nostri avversari comincia una rincorsa infinita. Siamo sempre davanti, ma la Spagna, anche sostenuta da una direzione di gara decisamente casalinga, non molla. Massimo vantaggio Italia +3, per due volte, e per due volte ci rimangono attaccati alle caviglie, non scappiamo. E alla fine, ma veramente alla fine, con poco più di trenta secondi da giocare, gli iberici pareggiano. Sette a sette, si va ai supplementari.

Comincia una partita completamente diversa, dove la stanchezza fisica e mentale condiziona entrambe le formazioni e si fa sentire la paura di perdere. La sente la Spagna, che quell’oro lo reclama a priori ma che teme di finire seconda, ancora una volta. Lo sente il nostro Settebello, che si è visto sfilare una medaglia che era già al collo. Le prime vere emozioni arrivano quando il supplementare sta per terminare e, con una decisione quanto meno discutibile, i direttori di gara assegnano un rigore ai padroni di casa. Batte Manuel, ovviamente. Tentano di innervosirlo, i nostri, ma Manuel tira un rigore perfetto. Talmente rapido nell’esecuzione che il nostro portierone Attolico riesce a stento a seguirlo con lo sguardo. Imparabile. E meno di un minuto da giocare.

Sotto di un gol, il Settebello si appresta a riprendere il gioco. La palla pesa dannatamente, la facciamo girare cercando una speranza alla quale appigliarci. Guadagniamo un’espulsione. Compensazione, dirà qualcuno. Vediamo uno spiraglio aprirsi, è l’ultima possibilità, la palla arriva a Bovo che becca Ferretti al centro che al volo la mette proprio là, in quello spazio che viene pittorescamente detto “tra le corna del portiere”. Otto pari, si prosegue. Sorvolerò sulle provocazioni in acqua e fuori, qualche colpo proibito di troppo, qualche decisione avventata. Le emozioni comunque non mancano, ma il punteggio rimane immutato anche per tutto il secondo tempo supplementare.

Rigori? No, si va avanti, ma la situazione non sembra cambiare.

Siamo già nell’ultimo minuto di gioco quando recuperiamo palla in difesa. D’Altrui passa a Ferretti che aveva preso il tempo al proprio avversario, creando una superiorità numerica arretrata. Su di lui scala il marcatore di Gandolfi.

Fallo.

C’è a questo punto un istante lunghissimo, durante il quale si decide tutto. In questo istante, il marcatore di Gandolfi rimane incollato a Ferretti. Nando Gandolfi è libero e la palla galleggia in attesa che venga battuto il fallo. In questo instante si inserisce Sandro Campagna. Ha capito tutto, Sandro, che anticipa lo stesso Ferretti e fulmineo serve Gandolfi. Che è ancora solo e davanti al portiere schiaccia la palla sotto le braccia di quest’ultimo e segna.

Vantaggio Italia.

Ma c’è tempo per un’ultima azione e la Spagna se la gioca anche bene, arrivando a smarcare l’uomo sul palo per un tiro pericolosissimo a cinque secondi.

Traversa.

Il Settebello azzurro è medaglia d’oro.

Di Claudio Starita

Si ringrazia la pagina Bellavista Social Club

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 9 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 9 Luglio 2020

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