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Sgarbi: “Il Padiglione Italia? Una merda immonda”. Ma il suo “Tesoro d’Italia” è anche peggio

Rubriche | 31 Maggio 2015

EXPUH2015

Dallo sfruttamento del lavoro minorile da parte delle multinazionali al licenziamento in tronco dei lavoratori precari sulla base di semplici “veline” della Questura, passando per gli oltre 11mila metri quadrati di cantieri non ultimati e “camouflagiati” a perenne memoria di inenarrabili ruberie, che Expo 2015 sia la fiera internazionale degli orrori è ormai un’ovvietà.

Ma poiché in ogni tragedia che si rispetti c’è sempre il lato comico, a colmare tale lacuna ha provveduto, e nella maniera teatrale che più gli compete, Vittorio Sgarbi: spara a zero su costi ed orrori delle opere esposte nel Padiglione Italia sputando in realtà nel piatto in cui mangia, dato che la sua mostra “Il Tesoro d’Italia” è anche peggio.

Vanessa-BeecroftJennifer-Statuario-590x523Vedi questo mammozzo immondo nato da una mente malata?“, attacca il critico d’arte riferendosi ad un’opera di tale Vanessa Beecroft, e poi rincara la dose: “Oltre a non esporre niente di eccezionale, il Padiglione Italia è anche brutto come la morte e costa 92 milioni di euro. Una merda immonda, che fa schifo dal punto di vista architettonico!”.

Difficile dargli torto su questo punto: 92 milioni di euro per veder esposto il nulla, e per quattro schermi che nel padiglione proiettano immagini sui borghi del paese, significa alla lettera buttare i soldi nel cesso. Non ci meraviglia affatto che, al di là della propaganda di regime, la fiera tutta made in Padania dimostri per l’ennesima volta inefficienze e sprechi: tuttavia Sgarbi, alla luce delle sue sparate lombrosiane sull’incapacità dei calabresi a gestire i propri beni ed in particolare del suo “quelli della Regione Calabria sono peggio della ‘ndrangheta“, dovrebbe sulla suddetta questione chiudere la bocca per sempre.

Del resto è proprio sulla Calabria, ed in particolare sui Bronzi di Riace, una sua fissa mentale ormai ai limiti del caso psichiatrico, che il critico d’arte torna ad inciampare: “Questo è il Padiglione della Calabria. Qui non c’è niente. Ci sarebbero stati i Bronzi di Riace. Si poteva fare una sorta di astronave con dentro i due bronzi. E invece guarda cos’è! Niente, quattro cubi!“.

Che senza l’immenso patrimonio artistico e culturale della nostra terra su al nord non è che avessero questo granché da esporre era cosa a noi ben nota. Ma dopo la battaglia identitaria sui Bronzi di Riace portata avanti in primis dal Comitato di Tutela, il nostro messaggio per il critico d’arte è chiaro e semplice: caro Sgarbi, fottiti. I bronzi restano in Calabria.

Del resto Sgarbi sputa nel piatto in cui mangia, se consideriamo “Il Tesoro d’Italia”, la sua mostra esposta ai ristoranti di Eataly: l’intenzione dichiarata del curatore era quella di mettere assieme “la biodiversità dell’arte quella del cibo di Farinetti, quella umana degli italiani“.

donna carotaIl risultato? Si va da “supermercato dell’arte” a “macello dell’arte“, passando per “mostra in cui le opere sono appese come fossero prosciutti e salami a seconda della dimensione“: sono solo alcuni esempi degli impietosi giudizi apparsi sulle riviste specializzate. Del resto come dare loro torto se si prende in esame l’imbarazzante “Donna-carota” di Serafini e l’ancor peggio “Esibizionista” di Athos Ongaro.

L’Esibizionista di Athos OngaroNon ci è dato conoscere il costo dello scempio, ma Sgarbi ci rassicura che “non è costato nulla a nessuno perché i soldi li ha messi Farinetti“. Bisognerebbe ricordargli che invece è costato molto a tutti gli imprenditori che non hanno avuto accesso all’affare ristorazione di Expo a causa dell’appalto affidato a Farinetti in esclusiva, in maniera diretta e senza gara d’appalto.

In conclusione impossibile non citare le deliranti dichiarazioni del critico d’arte riportate anche dall’Ansa: “Farinetti è come Garibaldi: ha unito l’Italia delle eccellenze alimentari insieme a quelle dell’arte. Io invece mi sento come Napoleone nel suo vagare in giro per l’Italia a trafugare le opere più significative“.

E anche su questo dobbiamo nostro malgrado dargli ragione. Sulla natura prettamente garibaldina di Expo e dell’imprenditoria ad esso legata non abbiamo mai avuto alcun dubbio: tra inefficienze, ruberie e furto dei FAS ed altre risorse del Sud per finanziare il nord, il richiamo storico ai furti e al razzismo lombrosiano di risorgimentale memoria, preceduti dalla calata dei giacobini qualche decennio prima, è semplicemente ineccepibile.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 31 Maggio 2015 e modificato l'ultima volta il 31 Maggio 2015

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