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Si può fermare l’olocausto dei palestinesi?

Altri Sud | 14 Maggio 2021

Quanto sta accadendo in Palestina e ai Palestinesi è frutto di un copione già scritto di un film già visto che scuote ancora in occidente gli animi di pochi sensibili ai temi dei diritti umani e della giustizia internazionale ma che avrà come epilogo l’ennesimo eccidio di Palestinesi e qualche morto israeliano.

Ora è il tempo della fagocitazione morbosa di immagini recrudescenti che rimbalzano tra tv e social, è tempo di bandiere palestinesi sui propri profili, tempo effimero in attesa di qualcosa di altrettanto recrudescente che distolga l’attenzione dal dramma del popolo palestinese divenuto per tanti un fenomeno naturale.

Una storia che si ripete ciclicamente

Così fu nel 2014 nell’ultima tornata di tiro al bersaglio che l’esercito israeliano ha orchestrato su Gaza uccidendo circa duemila persone, distruggendo case e infrastrutture nell’enclave palestinese.
All’epoca ciò che distolse gli animi d’occidente dalle vicende in terra santa fu l’assalto al giornale Charlie Hebdo e la strage del Bataclan in Francia avvenute pochi mesi dopo.

I social di tanti cambiarono l’immagine di profilo dalla bandiera palestinese alla scritta “Je suis Charlie”, un inno alla libertà di stampa rappresentata in quel momento dal più che discutibile giornale di cinismo satirico ad uso e consumo della sinistra radical-chic francese, ovviamente lungi dal meritare quanto subito.

Oggi la storia si ripete: gli Israeliani provocano ed umiliano i Palestinesi, Hamas risponde lanciando razzi, l’occidente avalla l’azione militare bella e pronta che Israele dispiega contro i “terroristi”.

Quando Israele sarà pago dell’ennesima umiliazione inferta ai palestinesi si chiuderà il sipario un’altra volta

Quando tutti saranno sazi di immagini di bombardamenti proposte in ogni forma e prospettiva, di visioni di gente disperata, ricoperta di polvere e sangue che porta in braccio i cadaveri dei propri figli e Israele sarà pago dell’ennesima umiliazione inferta in grande stile al popolo palestinese, il sipario si chiuderà e l’attenzione mediatica sarà rivolta altrove.

Purtroppo la legge non è uguale per tutti e così come un povero diavolo non può permettersi di essere difeso in tribunale dai luminari della giurisprudenza che di norma servono ricchi, potenti e prepotenti così a livello internazionale i paesi poveri non godono delle stesse garanzie e diritti di quelli ricchi.

Anzi, ancora peggio, a livello internazionale gli organi deputati all’applicazione del diritto usano in maniera vergognosamente manifesta il principio “due pesi, due misure”.

L’esempio della Siria e dei raid – ignorati – dell’aviazione israeliana

Un esempio: nel corso dei dieci anni della ormai dimenticata guerra in Siria l’aviazione israeliana ha condotto numerosi raid aerei sul territorio siriano senza alcun mandato internazionale volti a colpire le milizie iraniane e libanesi che appoggiano il governo Assad.

Queste milizie sono presenti sul territorio siriano in maniera legittima su richiesta di uno stato sovrano e hanno contribuito alla sconfitta dell’ Isis in Siria.

Pensate a cosa sarebbe successo se l’aviazione siriana avesse condotto raid aerei non autorizzati sul territorio israeliano magari in difesa dei Palestinesi.

Israele viola sistematicamente il diritto internazionale dal ’67 ad oggi senza alcuna conseguenza e perpetra una condotta razzista e fascista sulla popolazione palestinese vessata da un regime di apartheid e dittatura.

The present, un cortometraggio per capire

Un’idea della quotidianità dispotica e distopica che subiscono i Palestinesi la rendono in maniera potentissima il cortometraggio “The present” della regista di origini palestinesi  Farah Nabulsi, nominato agli Oscar e visibile su Netflix e il pluripremiato documentario “This is my land….Hebron” disponibile su Youtube.

I partiti di destra parteggiano per Israele

Ma guai a parlare male di Israele, si viene tacciati immediatamente di antisemitismo.

La realtà è tutt’altra e salvo pochi imbecilli che si professano nazisti di antisemiti ce ne sono ben pochi tantoché i leader dei partiti sovranisti di destra come Trump e Salvini parteggiano apertamente per Israele destinando la propria vocazione razzista ai poveri del mondo.

Relativamente all’uso strumentale per fini politici del feticcio dell’antisemitismo, il documentario “Defamation” del regista israeliano Yoav Shamir offre un punto di vista efficace e chiarificatore.

Israele è uno stato legittimo ma illegittima è la sua politica di annessione

Israele è uno stato legittimo ma illegittima è la sua politica di annessione, espropriazione e colonizzazione forzata dei territori appartenenti ai Palestinesi, così come sancito più volte da molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite puntualmente cadute nel vuoto.

Non è un caso che l’escalation di violenza a cui assistiamo oggi avvenga proprio in questo preciso momento storico.

La profonda crisi politica interna di Israele

Israele attraversa da anni una profonda crisi politica e reiterate elezioni politiche non hanno ottenuto il risultato di formare un governo stabile e inoltre il primo ministro Natanyhau è alla presa con guai giudiziari relativi a tangenti e frodi.

Intraprendere una guerra già vinta è un’efficace modalità per ottenere consenso e sviare problematiche etico-giudiziare che in stato di emergenza vengono messe da parte.

Accendere la miccia è stato facile

Accendere la miccia è stato facile: si espropriano case ai palestinesi per darle ai coloni ebrei, si massacrano i fedeli musulmani in preghiera nel loro luogo di culto durante la loro festa religiosa più importante, Hamas risponde lanciando missili dalla dubbia efficacia, Israele manda aviazione ed esercito a compiere la solita mattanza e ad annichilire i colonizzati per l’ennesima volta.

Dai paesi del Nord ricco del mondo e dagli organi da essi controllati come Nazioni Unite o Unione Europea arrivano blandi e vacui appelli alla calma unitamente al sostegno a Israele a cui viene prontamente riconosciuto il diritto difendersi dai “terroristi” di Hamas a prescidere da quanti civili ne subiranno le conseguenze.

Le responsabilità dell’establishment palestinese

Per chiarezza ed obiettività va detto che anche l’establishment palestinese ha la sua grossa fetta di responsabilità.

In Palestina non si tengono libere elezioni dal 2006 anno in cui Hamas le vinse in maniera legittima ma l’Autorità Nazionale Palestinese che non si capisce chi o cosa oramai rappresenti non riconobbe il risultato di fatto innescando una guerra civile che ha spaccato in due il paese.
La domanda che sorge spontanea è come riescano i Palestinesi ad essere divisi nel difendersi da un nemico potente e prepotente come Israele.

Per la cronaca in estate si sarebbero dovute tenere le elezioni politiche in Palestina e l’ascesa di un fronte moderato realmente rappresentativo delle esigenze del popolo e lontano dai blocchi di potere consolidato di Hamas e Autorità Nazionale potrebbe porre nuove basi per il riconoscimento dello stato sovrano di Palestina.

La partita principale tocca alla società civile democratica israeliana

Ma la partita principale la deve giocare la società civile democratica israeliana perché la fine del confiltto generato tra arabi ed ebrei in terra santa a causa di un pasticcio postcoloniale a firma inglese, può essere pianificata solo politicamente così come provò a fare Yitzhac Rabin prima di essere assassinato da terroristi ebreo-ortodossi.

Esistono numerose realtà imprenditoriali e sociali che vedono la collaborazione sinergica di palestinesi ed israeliani e pace, diritto, democrazia e giustizia sono possibili così come la creazione di due stati sovrani indipendenti.

Purtroppo troppe fazioni politiche di entrambe le parti e troppi interessi che anche nella più completa sciagura umana continuano a prevalere sono un ostacolo difficile ma non impossibile da superare per il fine ultimo della cessazione dell’olocausto palestinese.

Un articolo di Federico Hermann pubblicato il 14 Maggio 2021 e modificato l'ultima volta il 27 Maggio 2021
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