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SIMBOLI RITROVATI

Il Napoletano, il cavallo che rese l’equitazione un’arte

NapoliCapitale | 18 Dicembre 2019

Napoli inventò l’arte equestre, quella che oggi si pratica a Vienna, in Spagna e in Portogallo. A Napoli, l’equitazione smise di essere “utilitaria” per diventare un’arte, quando esperti cavallerizzi, disponendo di cavalli “speciali”, insegnarono loro ad eseguire movimenti arei, veri passi di danza, che ne mettevano in risalto la grazia e l’eleganza. Napoletano era Federico Grisone, il primo autore dopo Senofonte (IV sec. a. C.), che scrisse alla fine del ‘500 un trattato di equitazione, aprendo così la strada ai tanti suoi contemporanei, che tutte le corti europee si contesero, e che ancora oggi vengono citati ad esempio nei saggi di alta scuola equestre.

Questo exploit, però, fu possibile solo grazie ad un cavallo eccezionale, possente e leggero, maestoso e intelligente, il Napoletano, per il quale principi e sovrani erano disposti a sborsare somme astronomiche (i cavalli hanno morfologie diverse come gli umani). Dagli Angioini ai Borbone, tutti i re di Napoli ne furono gelosissimi, e solo le teste coronate riuscivano ad avere il privilegio di possederne uno. Dichiarato estinto fin dagli inizi del Novecento (come tante medaglie della nostra città), la razza è stata miracolosamente recuperata negli anni novanta da Giuseppe Maresca, proprietario di una torrefazione e grande appassionato di cavalli. Oggi, dopo tante vicissitudini, la razza napoletana è ufficialmente riconosciuta dal Ministero dell’Agricoltura, ed ha il proprio regolare registro.

Instancabile, Maresca, ancora giovanissimo, intraprese ricerche e viaggi per quasi trent’anni, prima di scovare in Serbia (allora in guerra) il discendente di un Napoletano, che nel 1790 era stato venduto dai certosini all’imperatore d’Austria. Dopo mille peripezie, angosce, trafile burocratiche interminabili, fra l’incredulità mista a derisione di amici e conoscenti, nel 1990 il prezioso esemplare giunse nella sua scuderia di Piano di Sorrento. Erano passati esattamente duecento anni dalla partenza per l’Austria del suo antenato (i cavalli hanno una “carta d’identità” che consente di risalire alla loro origine). Neapolitano, così si chiamava il vecchio stallone di vent’anni, si accoppiò con una cavalla di antica razza allevata da contadini di Capua, e così nacque Neapolitano II, che a sua volta dette i Natali a Neapolitano III, Nereo, Scaramuzza, Teodora… Ora ne sono una quarantina. Il miracolo era compiuto, solo con la forza della passione, nell’ombra e senza alcun aiuto. Perché, mi fece scrivere Giuseppe nel libro pubblicato in Francia La fabuleuse histoire du Cheval napolitain, “Il cavallo napoletano porta in groppa la storia di Napoli”.

Ogni tanto lo si vede in giro, ma il grande pubblico non ci fa tanto caso. Oramai a Napoli, il cavallo è caduto in un oblio così profondo, che è considerato un animale come gli altri. Eppure, nel passato la sua importanza fu tale e tanta, che il cavallo ha permeato l’immaginario umano da un punto all’altro del pianeta: non c’è paese che non l’abbia mitizzato o anche deificato; non c’è epoca in cui artisti, scrittori, poeti non si siano ispirati a questo braccio destro dell’uomo (in America su Amazon ci sono 600.000 titoli contenenti la parola “cavallo”). In Francia sono state pubblicate tre antologie di testi a lui dedicati dai più grandi autori di tutti i tempi. E non è forse un cavallo sfrenato (senza morso) il simbolo di Napoli e della sua natura indomita?

Fin dal tempo dei greci, i napoletani pregavano il cavallo, figlio di Nettuno, detto “ennosiagios” scuotitore della terra, perché solo lui poteva placare l’ira della Terra. E Virgilio, il mago benefattore della città, non scolpì un cavallo miracoloso che guariva tutti gli animali malati? E tutte le lingue del mondo non hanno forse vocaboli e modi di dire che fanno riferimento al cavallo? Chissà quante volte senza mai pensarci ripetiamo: si è fatto prendere la mano, ha perso le staffe, ha una febbre da cavallo, mordere il freno, ha preso le redini del governo, è recalcitrante, è il suo cavallo di battaglia, è un cavallo di ritorno, siamo a cavallo, è partito a cavallo e torna a piedi, campa cavallo che l’erba cresce, il mio regno per un cavallo, l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, a caval donato non si guarda in bocca… Non sbagliava Victor Hugo quando fece dire ad un suo personaggio di Notre Dame de Paris “niente cavallo, niente uomo”.

Che cosa contraddistingue il Napoletano dagli altri cavalli?
Diamo la parola a due autori che vissero all’epoca d’oro dell’equitazione napoletana: Giovanni Battista del Tufo in Delle Grandezze, Delizie et Meraviglie della città di Napoli :

“Picciola orecchia e larga fronte, folto ciuffo, l’un l’altro occhio infocato, Le nari lunghe e il bel collo inarcato, e con le buone qualità descritte, lunga coda, la pancia e gambe dritte e per meglio essere il caval perfetto, la chioma è folta e spazioso il petto e la natura l’ha anche dotato di un bello zoccolo duro e rotondetto”

Nel 1567 Pasquale Caracciolo, nel secondo dei suoi dieci volumi dedicati alla “gloria del cavallo”, scriveva:
(…) Ben si può dunque sopra l’altre città questa inclita patria (Napoli) adornata di tanti uomini in quella rara e difficil arte eccellentissimi; dai quali ammaestratosi un cavallo si vede quasi con humano intelletto intendere gli accenti, i gesti, i conforti, le minacce del cavaliere, e affermare appunto quanto egli vuole, e in certo modo pare delle sue azioni divenuto propriamente huomo, si che non gli manchi altro che la favella.

Maria Franchini

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 18 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Maggio 2021
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