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Social Auschwitz: più post, meno dolore

News | 11 Gennaio 2019

“Signori, vi chiederò di non scattare foto in alcune stanze per il rispetto e la dignità delle vittime. Nella prossima stanza siete pregati di non mettere mano alla macchina fotografica”. A parlare è la guida polacca che accompagna il nostro gruppo italiano. E’ molto brava, scende nei dettagli e li anima di dolore. La stanza in cui stiamo per entrare ha una luce violacea, lascia trapelare la crudezza che ci attende: montagne di capelli ammassati che si estendono per alcuni metri. Le lastre di vetro sono l’unica distanza tra noi e l’atrocità del passato. Piangere sembra essere l’unica reazione possibile. Eppure qualcuno, di nascosto, ha il coraggio di prendere il suo smart-phone e scattare una foto. Non prova scrupoli all’idea di far rientrare nell’inquadratura masse di capelli appartenuti a uomini, donne, bambini spogliati oggi, come in passato, della loro dignità. Un’immagine da conservare nell’album delle vacanze. Qualcun altro più tardi continuerà, ci saranno scatti ai muri delle fucilazioni, scatti ai pettini, alle pentole, ai forni crematori, persino selfie sui binari. Allora mi chiedo quale sia il senso di avvicinarsi ad un pezzo di storia così drammatico, di voler provare a conoscere il dolore di più di un milione di ebrei, ingannati, derubati, spogliati, impiccati e soffocati. Quale sia il senso di entrare in quelle stanze senza aria, di vedere da vicino le camere a gas conosciute tramite i film, capire bene come funzionava un forno crematorio e come era condotta quella vita che in  media durava appena tre mesi. E se proprio volessi escludere l’ipotesi che quelle foto verranno postate su una piattaforma social per testimoniare il proprio livello culturale o la propria vacanza all’estero, un altro dubbio in ogni caso non mi darebbe pace. Che cosa spinge a fotografare il percorso crudele a cui sono stati sottoposti degli uomini, proprio uguali a noi? Perché conservare nella memoria del telefono la vita di cui sono stati spogliati? I loro oggetti personali, i loro volti, i bagni che raramente hanno potuto usare, le stanze in cui hanno perso ogni speranza. Forse c’è il bisogno di una distanza, di un appiattimento. Forse è un orrore troppo grande da comprendere e comprenderlo comporterebbe soffrire. Il dolore è pericoloso, il dolore muove, spinge, fa riflettere. Allora ci si difende, si prende la macchina o il telefono e si inizia a scattare. D’altro canto perché non fotografare se c’è una legge emanata dall’Unione Europea che lo consente? Che poi si fotografino anche quelle stanze in cui è richiesto esplicitamente di non farlo, è un dettaglio. Sì, un dettaglio di maleducazione.  Ma forse questa distanza non mi stupisce, se al giorno d’oggi migliaia di migranti sono morti e si reagisce con odio e indifferenza. Non mi stupisce che ci sia bisogno di distanza di fronte alle immagini dei  cadaveri nel Mediterraneo, dei corpi ammassati e trovati senza vita aprendo la botola di una barca. Ci vuole distanza soprattutto se parliamo di bambini o se siamo donne e immaginiamo di essere brutalmente stuprate mentre attraversiamo un deserto. D’altro canto un tempo venivano prima i tedeschi, oggi sempre prima gli italiani. E se è vero, com’è scritto all’ingresso del museo di Auschwitz che “chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo”, ritengo che sia altrettanto vero che chi non è disposto a sentire il dolore altrui è destinato a crearlo.

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 11 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Gennaio 2019

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