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SOLEIMANI

Il Medio Oriente stretto tra i pugni di Donald Trump

Altri Sud, Senza categoria | 19 Gennaio 2020

Dopo l’attacco all’aeroporto internazionale di Baghdad, lanciato autonomamente da un impeached Donald Trump, che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani e il leader delle milizie filoiraniane operanti in Iraq, Abu Mahdi al-Muhandis, i media e i social di tutto il mondo hanno gridato con terrore e angoscia alla terza guerra mondiale.

Allarme rientrato nel giro di qualche giorno. La guerra in Medio Oriente non si estenderà al resto del mondo. Il conflitto resterà a piazza Tohrir in Iraq, a Gaza, in Palestina, in Siria e in tutti quei paesi in cui gli USA hanno anche solo messo piede. Dunque, come direbbe Donald Trump: “All is Well”.

L’occidente è salvo e continuerà ad osservare il Medio Oriente da Wall Street esultando o piangendo ad ogni minima variazione del greggio e fregandosene del motivo di quell’oscillazione.

L’ipocrisia del tycoon 

Durante una manifestazione a Milwaukee a pochi giorni dal massacro un impettito Donald Trump ha rimarcato, se mai ce ne fosse stato bisogno, le motivazioni propagandistiche che l’hanno spinto al massacro di Baghdad.

Ai suoi sostenitori ha ripetuto frasi ad effetto tipo “era il primo terrorista… designato dal presidente Obama, che non ha fatto nulla al riguardo ma con la mia presidenza le cose sono cambiate” e infine “ha ucciso centinaia di migliaia di persone e migliaia di americani

In effetti, come riportato dal quotidiano statunitense https://www.iraqbodycount.org/ (che tiene il registro delle morti causate dalla guerra a seguito dell’invasione dell’Iraq nel 2003) la vena propagandistica del tycoon si svela in alcuni punti chiave:

  1. La stima totale dei morti in Iraq dall’inizio della guerra è di 208.000 che comprende vittime civili e combattenti dovuti all’attacco degli americani del 2003 e alla violenza da parte sia delle forze sunnite che sciite. Trump le addossa tutte a Soleimani.
  2. La stima del Pentagono sulle morti di soldati statunitensi, attribuibili alle milizie iraniane, è di 608 (fonte militarytimes.com) e non di “migliaia” come riferito da Trump.

Quindi o il fine è solo elettorale oppure, come vedremo più avanti, l’eliminazione del Generale è una strategia per indebolire l’influenza iraniana sul ricchissimo Iraq che gli USA&co si erano aggiudicati nel risiko della Seconda Guerra del Golfo con il pretesto delle Twin Towers.

Dalle danze di piazza Tahrir all’indebolimento iraniano in Iraq

“abbiamo danzato dopo la notizia dell’omicidio di Soleimani” queste le parole di un gruppo di manifestanti iracheni alla reporter Francesca Mannocchi in uno dei suoi ultimi reportage sulle manifestazioni che stanno immobilizzando l’Iraq.

Rivolte che hanno portato alla morte di oltre 600 civili, persone che non chiedono altro che democrazia e libertà.

Ma cosa c’entra l’Iraq con Soleimani?

Per comprendere l’influenza del generale e dell’Iran in Iraq dobbiamo fare qualche passo indietro.

L’invasione americana del 2003 ha scatenato nel territorio iracheno una diatriba settaria contrapponendo la minoranza musulmana sunnita del paese alla maggioranza sciita, da sempre messa ai margini della società. L’Iran, terra di confine a maggioranza sciita, ha visto in questa disputa inter-islamica un’opportunità ed ha appoggiato la frangia sciita.

Sotto la direzione delle forze Quds (Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche) del generale Soleimani, l’Iran è divenuta una primaria fonte di armi, finanziamenti e appoggi politici facendo proliferare le milizie sciite dell’Iraq sia contro i nemici sunniti che contro gli americani.

Per gli americani dunque non è andata benissimo dal momento che quando sono entrati in Iraq i loro principali oppositori erano le forze sunnite vicine a Saddam mentre col passare del tempo si sono trovati a combattere anche contro le forze sciite (molte delle quali, ma non tutte, filoiraniane).

L’influenza dell’Iran è cresciuta sempre di più fino al coinvolgimento diretto nella formazione del governo sciita del primo ministro Adel Abdul Mahdi.

Il nuovo governo del ministro Mahdi è aspramente criticato dal “suo” popolo, stanco di una democrazia vacillante e di una povertà in crescita nonostante le immense ricchezze del paese mediorientale, dal mese di ottobre infatti gli iracheni sono scesi in piazza per chiederne la destituzione. Purtroppo al momento le proteste popolari non hanno portato altro che morti e feriti.

Ad inizio novembre un inchiesta giornalistica di Reuters ha raccontato di come le proteste fossero represse con arresti e assassinii arbitrari da un “potente generale Iraniano” col fine di proteggere gli interessi del suo paese in Iraq.

Il nome di questo generale era Qasem Soleimani.

Le reazioni del popolo iraniano e la tragedia di Kerman

La morte del Generale è stato un colpo feroce che ha stravolto gli equilibri sociali, economici e militari dell’Iran.

I danni che ha provocato il raid trumpiano sono da analizzare sotto due diversi aspetti: politico e civile, ed è proprio sotto l’aspetto civile che i danni sono stati e saranno inestimabili.

Nelle ore immediatamente successive alla morte del comandante della Quds Force, il ministro della difesa Iraniano, Amir Hatami, ha gridato vendetta:“Una vendetta schiacciante seguirà l’ingiusto assassinio di Soleimani”. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti e responsabili in questo assassinio”, ha aggiunto Hatami.

Stessa linea è stata calcata sia dall’Ayatollah Khamenei che dal Presidente iraniano Hassan Rouhani che ha dichiarato:”Senza dubbio, l’Iran e altri Paesi in cerca di libertà nella regione si vendicheranno” infiammando, semmai ce ne fosse stato bisogno, la montante rivolta anti-americana.

Intanto le strade si riempivano sempre di più e i tre giorni di lutto lanciati dall’Ayatollah Khamenei si sono trasformati in vere e proprie rivolte mascherate da rivoluzione.

La salma del generale ha attraversato, come un enorme dirigibile, tutto l’Iran: da Tehran alla città santa di Qom sorvolando sulla testa di milioni di persone. Tutto l’Iran era in strada tra lacrime e grida di vendetta verso non solo gli Stati Uniti ma anche contro Israele e Gran Bretagna.

A Kerman, paese natale di Soleimani, all’arrivo della bara era presente una folla oceanica, e più passava il tempo più la gente aumentava spinta dai proclami dei loro leader. La guerra stava montando e il popolo sembrava pronto alla Jihad.

Proprio nella città natale del generale ci sono stati i primi “effetti collaterali” dell’attacco di Baghdad: 50 civili schiacciati dalla calca e 200 feriti. Un affollamento fuori controllo che ha avuto conseguenze tragiche.

La vendetta iraniana. Dai missili all”All is well” di Trump in 24 ore

Terminati in maniera tragica i funerali del Generale Soleimani, il regime di Teheran ha avviato la sua vendetta tramite i il corpo militare dei Pasdaran (Guardie della Rivoluzione islamica), lanciando circa 30 missili e colpendo due basi americane nell’Iraq occidentale.

Nessuna vittima né ingenti danni. A far rumore il giorno successivo sono le dichiarazioni dei pasdaran di Tehran via Telegram “la vendetta feroce è cominciata”. Dichiarazioni ignorate da un Donald Trump per nulla spaventato che si è limitato a commentare con un irritante: “All Is Well (va tutto bene)”  in riferimento alla conta dei danni dell’attacco missilistico (poche ore prima erano morti 50 esseri umani).

Circa 24 ore dopo l’attacco, due razzi Katyusha sono stati lanciati nella zona verde di Baghdad nei pressi dell’ambasciata americana, anche questa volta zero vittime.

Il bilancio della vendetta più goffa e scontata della storia è di zero vittime ma nell’attacco finto alle basi USA qualcosa la notte di quel 7 gennaio è andato storto: un boing con a bordo 174 civili è stato colpito per errore dai missili iraniani che pensavano ad un contrattacco statunitense. Nessun superstite e altri 174 civili da aggiungere alla conta dei morti.

Ma a valle degli attacchi i punti più interessanti sono due:

Perchè informare il nemico della vendetta? perchè lanciare milioni e milioni di dollari di missili se non si vuole colpire nessuno?

Ma andiamo al secondo punto:

Lasciatemi dire che vedere l’Iran che risponde agli USA facendo riferimento al “manuale di istruzioni Onu” dopo aver vessato per anni il popolo iracheno e non solo, fa sorridere quasi quanto le dichiarazioni di Trump.

Da questi punti emergono altrettante importanti deduzioni, una palese e una (permettetemi) presunta. Quella palese è che l’Iran non ha alcun interesse ad iniziare una guerra con gli Stati Uniti; quella presunta è che al governo iraniano il patto di non belligeranza sia una manna dal cielo per aprire una nuova stagione di spartizione dell’Iraq senza la presenza ingombrante di Soleimani.

Quanto a Trump, non si è ancora capito se si sia trattato di un suo capriccio, un piano partito da lontano o semplicemente propaganda in vista delle elezioni.

Al momento l’unica cosa tangibile è che dopo che ha premuto quel maledetto tasto rosso sono morte 235 persone, di cui 224 innocenti e 11 “in attesa di processo”, un processo che non arriverà mai.

Quindi … No Mr President! All…is not that well!!

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 19 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 19 Gennaio 2020

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