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“Sopra le Macerie”, la tenacia degli operai del Mezzogiorno nel libro del Prof. Cimitile

Libri | 23 Maggio 2021

C’è un pezzo della storia industriale del meridione d’Italia che non può essere ignorato; “Sopra le Macerie” è il  libro con cui il Prof. Aniello Cimitile rende giustizia a centinaia di operai dell’Alfa Romeo di Pomigliano D’Arco, che riuscirono a difendere con i denti il più grande polo industriale del Mezzogiorno da una possibile delocalizzazione post-guerra, segnando il passaggio da una cultura tipicamente rurale a quella industriale in una zona che altrimenti sarebbe stata ricordata soltanto per quei bombardamenti che stavano devastando i macchinari di produzione.

Professore Emerito di Ingegneria Informatica, ricercatore ed ex Presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, incontrato dalla redazione di Identità Insorgenti, ci descrive le peculiarità di un meridione che non si arrese, in un periodo critico per la storia dell’intero Paese.

Prof. Cimitile, alcuni operai ristrutturarono le macchine della produzione dopo i bombardamenti per salvarle dalla possibile delocalizzazione, con tenacia e spirito di sopravvivenza; cosa rimane oggi a Pomigliano di quella tenacia?

Quei lavoratori hanno segnato una svolta nella storia di Pomigliano e anche nella storia dell’industria nel mezzogiorno, con conquiste irreversibili e insegnamenti più attuali che mai. Vi sono valori che oggi sembrano “normali” ma che furono loro a seminare. Quanti sono i monarchici oggi in giro? Eppure in un sud che incredibilmente votò per la monarchia sabauda, a Pomigliano loro furono gli unici che votarono per la Repubblica e festeggiarono la cacciata dei Savoia. Questo è solo un esempio fra i tanti che includono anche lo sviluppo del più grande polo industriale del sud. Quanto alla tenacia operaia, bisogna dire che quello spirito, che pure ha pervaso tutta la città, appare in questa fase un po’ appannato o alla ricerca di nuovi e grandi obiettivi. Ma fra le grandi lezioni di quella tenacia ce n’è una che vorrei sottolineare: il Sud non si aspetti che altri ci portino progresso e sviluppo. Come fecero quegli operai, dobbiamo essere noi i primi protagonisti del nostro destino, dobbiamo essere noi a costruircelo, ad imporlo, a difenderlo, anche se intorno ci sono solo macerie.

L’importanza della scuola come riscatto individuale

Nel libro si sottolinea anche l’importanza dello studio per i giovani, anche per evitare di essere imbrigliati dalle élite. Oggi il web ci offre tanti modi per attingere alla “conoscenza”, ma il pericolo è quello di imbattersi in informazioni disordinate o fuorvianti, per via della loro troppa varietà. come si fa a sfuggire a questa lama a doppio taglio?

Sì, quei lavoratori capirono la decisiva importanza della scuola e dello studio come strumento di riscatto individuale e collettivo; oggi, nella società informazionale tutto ciò è addirittura vitale. La divisione fondata sulla conoscenza è la fonte di nuove e grandi diseguaglianze fra popoli e aree geografiche, fra settori sociali, fra comunità e individui. La produzione di conoscenza, l’accesso ad essa, la capacità di selezionarla, di usarla e piegarla ai nostri bisogni sono i nuovi diritti da affermare e difendere: chi non avrà queste possibilità è condannato alla subalternità, alla emarginazione, allo sfruttamento altrui e alle nuove povertà. Intorno a noi si sono poi moltiplicate fonti e sorgenti di informazioni, di rappresentazioni di conoscenza. Addirittura non siamo più l’unica intelligenza al centro dell’universo, ma siamo in rete con tante altre intelligenze artificiali. Siamo immersi, anche quando dormiamo, in una quantità di informazioni enormi che viaggiano a velocità incredibili, sono analizzate e elaborate con potenze di calcolo inaudite per un singolo cervello umano e si accumulano in memorie artificiali ben superiori alle nostre. Senza studio permanente, formazione e capacità di analisi e selezione possiamo solo essere stupidi e manipolabili servi altrui.

Come si racconta nel libro, a quei tempi c’erano spazi per confrontarsi politicamente, oggi quegli spazi sono sempre più virtuali che fisici; Lei questa cosa la ritiene negativa o è solo la rivoluziona di un confronto che avviene in maniera differente rispetto a prima?

I vecchi luoghi e i vecchi modi della politica sono morti o si avviano diventare non più centrali. Tuttavia i nuovi luoghi e i nuovi modi ancora non si affermano e non si stabilizzano. Quei lavoratori fondarono i partiti, i sindacati, le sezioni, le camere del lavoro… Dove sono le strutture e le infrastruture politiche di questa nuova società? Chi sta costruendo gli organismi della democrazia di questo secolo? Sono i talk show nei quali la politica non si fa ma si consuma? La rete è indubbiamente uno dei luoghi della politica, ma come ci si organizza, come ci si dà una identità collettiva, come si struttura la nuova necessaria democrazia? Domande ancora in attesa di risposte; intanto le formazioni politiche sono tutte precarie, liquide fino a diluirsi e svanire al vento dei sondaggi e in tempi di durata sempre più breve. Strutture transitorie verso un nuovo che ancora fatica a venir fuori.

Sfoderare la tenacia prendendo spunto da quei lavoratori

Quali sono oggi le macerie sopra le quali è necessario “ricostruire” in un meridione da sempre “Figlio di un Dio minore”?

Ora le macerie sono quelle lasciate dalla società industriale e quelle prodotte dalla transizione verso la società informazionale. Sono le macerie prodotte dalla economia e dalla finanza globale, dalle grandi concentrazioni capitalistiche mondiali. Sono quelle lasciate dalla mutazione del valore del lavoro con la sempre maggiore centralità del lavoro immateriale. Sono le macerie delle diseguaglianze, di nuovi e sempre più insostenibili squilibri nella distribuzione e accumulazione di ricchezza, della divisioni fra ricchi e poveri; sono le macerie delle nuove povertà e delle ingiustizie sociali, generazionali, di genere, delle distruzioni e mutazioni ambientali, della fragilità sociale rispetto ad ogni tipo di emergenza, come quella pandemica che stiamo vivendo. Bisogna fare in fretta e sfoderare la tenacia e la forza di quei lavoratori se non vogliamo che questo mondo nuovo sia fatto tutto ad immagine e somiglianza, come loro avrebbero detto, dei nuovi papaveri per giunta mondiale.

Lei ritiene che ci sia una visione d’insieme che possa consentire oggi al meridione di risollevarsi dal punto di vista produttivo, considerando che l’Italia intera ne trarrebbe giovamento?

In questo quadro la situazione del nostro Mezzogiorno si è oggettivamente aggravata; in Italia lo squilibrio Nord-Sud si è accentuato. Ora può accedere, come accadde in quel dopoguerra, che si punti tutto sul sistema produttivo del nord senza capire che invece la leva per della ripresa sta nel Sud. E’ il sud che deve essere il perno delle transizioni ecologica e digitale, è il sud che deve dispiegare tutte le sue enormi potenzialità. E’ qui che bisogna costruire infrastrutture materiali e immateriali, investire in ricerca e alta formazione, in produzioni di beni e servizi non solo sostenibili e tecnologicamente avanzati, ma capaci di proporre nuovi e creativi usi della conoscenza, aprendosi anche ai bisogni emergenti in settori come
l’ambiente, la salute, la sicurezza. C’è questa visione? Francamente, a guardare il Pnrr, non riesco a vederla. Dobbiamo essere consapevoli che il Pnrr porta anche un enorme indebitamento del paese. Spetta a noi fare in modo da non essere i primi a pagare a caro prezzo il grosso del debito e ad avere solo le briciole dell’investimento che lo produce.

 

Nel corso degli anni, la gente del meridione ha dimostrato volontà e capacità inimmaginabili, oggi più che mai, nel segno di quella volontà siamo chiamati ad affrontare le nuove sfide in una Italia disuguale, la cui ripresa  deve per forza passare dalle nostre parti, così come il Prof. Cimitile ci ha descritto.

Alberto Guarino

Un articolo di Alberto Guarino pubblicato il 23 Maggio 2021 e modificato l'ultima volta il 23 Maggio 2021
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