martedì 25 settembre 2018
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SOTTOCULTURA CAMORRISTICA

Gomorra la serie: quando la pubblicità abbraccia la fiction e nuoce gravemente alla salute

Attualità, Criminalità, Media e new media | 19 novembre 2017

Accantonata la sVentura della Nazionale, il trend social-discorsivo di questi giorni è il Malaffare s.p.a.. Da anni, le organizzazioni malavitose e i capi che le governano fanno tendenza e affascinano l’immaginario collettivo. Ma non è una novità: l’atavica battaglia tra il bene e il male da sempre ammalia; basti pensare alle serie di telefilm americani ispirati a serial killer e omicidi che, da anni, incollano in tutto il mondo milioni di telespettatori  al teleschermo. Il male è un catalizzatore potente, forse perché ciascuno di noi vi proietta  il proprio lato oscuro. La tv, dunque, tasta il polso alla platea made in Italy e, già da qualche stagione, dedica spazio nei palinsesti a sequel in cui capiclan, boss, affiliati e affini escono dalla realtà scartavetrata per entrare nel mondo vellutato della fiction, proiettandoli nell’etere e ammantandoli di un’aura quasi “romantica”.

Sono lontani anni luce ormai “I giorni della civetta”, tempi in cui anche solo ammettere l’esistenza di una realtà mafiosa era un suicidio e i magistrati che vi indagavano folli visionari. Oggi la mafia, la camorra ci sono, esistono e fanno audience.

Il romanzo “Gomorra” ha diffuso il “savianesimo” che si è trasformato in fiction, quella massificazione romanzata della narrazione malavitosa camorristica in cui il racconto, lungi dall’essere documento di denuncia e invito a ripristinare la legalità, strizza l’occhio ammiccante  ai protagonisti sanguinari di uno stato parallelo che ammazza, traffica e lucra sul sangue della gente, sovvenziona gli affari illeciti, va a braccetto con la zona grigia della politica, portando lauti guadagni anche nelle tasche di chi li eleva al ruolo di “eroi”.

C’è il rischio barbaro che, nella quotidianità, la percezione collettiva di episodi cruenti come assassinii e sparatorie, possa richiamare alla mente gli episodi visti in tv, generando un fenomeno pericoloso di distrazione e scollamento dalla cruda realtà? Nelle ultime vicende di cronaca nera accadute in città, ad esempio, chi si è soffermato a leggere e ha cercato di capire ciò che stava accadendo? Lo si è dato per scontato. Un altro morto ammazzato, spallucce e via, agli ultimi gossip sui vip.

L’assuefazione è un fenomeno pericoloso e fuorviante, distrae, addormenta mente e coscienze, rende l’eccezione regola. Tutto a ciò a cui assistiamo si riduce a show, spettacolo e fa perdere l’orientamento.

E cosa dire dei “modus operandi”, i tormentoni ideati? Sono immediati, si insinuano subdolamente nel dialogare del pierino qualunque che assorbe il messaggio subliminale e interiorizza quell’atteggiamento che, sebbene romanzato, si traduce pur sempre in un codice, un gergo che accompagna l’atteggiamento camorristico.

Un comportamento che, ogni giorno, la maggioranza silenziosa vorrebbe combattere e scardinare, cercando nel proprio piccolo di insegnare ad amare la legalità, il rispetto delle regole e invece ne viene sistematicamente sopraffatta nelle pieghe della quotidiana (a)normalità napoletana. La “naturalizzazione” del malaffare, del degrado di una società che si identifica nell’illegalità, dimenticando troppo spesso chi  ha pagato con la vita la difesa dello stato, raggiunge il suo zenit perfino nel marketing pubblicitario che, sfruttando l’onda anomala, nella serata in cui è andata in onda la terza serie di “Gomorra” si è sbizzarrito, scimmiottando il tormentone della serie. Se qualcuno l’ha trovato geniale, si sbaglia di grosso. E’ semplicemente aberrante e non diverte.

Pesca nel qualunquismo e nel luogo comune, sfruttando una deriva squallida e deprivata dei valori più elementari, quali il rispetto, l’onestà e la considerazione di tutti i morti ammazzati per sbaglio.

Celebra la sopraffazione e l’imposizione della legge del più forte.

Celebra la paura.

Ormai l’unico limite all’indecenza è nessun limite. Il paletto della deriva è stato portato troppo in avanti, le responsabilità precise. Di uno stato che latita e taglia fondi alla sicurezza, di “picchetti d’onore” della polizia alla “star” di turno, di mercenari della penna che lucrano sul marciume della società e utilizzano il  “quarto potere” non  per smuovere le coscienze e creare una nuova collettiva consapevolezza di riscatto e di denuncia ma, coscientemente o meno, influenzano e affascinano le menti con racconti infiocchettati, che invece di scardinare silenzi e complicità, al contrario contribuiscono non poco a rafforzare gli stereotipi antimeridionalisti.

Non a caso a Bergamo, lo share di “Gomorra” ha sfiorato il 90%. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Che non depone a nostro favore. Perché a pagare non sarà il crimine ma, ancora una volta, le persone oneste e le vittime innocenti  di uno Stato omertoso e mafioso. Di figli rinnegati di una terra martoriata. Di gente senza scrupoli che non esita a sfruttare le debolezze e la povertà di un popolo per il proprio personale tornaconto. Un popolo che, nonostante tutto, cerca di non abbassare la testa e resta a lottare senza perdere la propria identità e le proprie radici ma rinnegando con forza l’identificazione con la “gomorra”.

Monica Capezzuto

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