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STAZIONI DELL’ARTE

La linea 1 della Metropolitana. Da Scampia al cuore di Napoli, un viaggio sotterraneo tra le opere e la gente

Arte e artigianato, Infrastrutture e trasporti | 26 Gennaio 2018

Mancano pochi giorni a Natale, siamo vicini al solstizio d’inverno, quando il giorno è il più corto e il buio il più lungo dell’anno. Al direttore di questo giornale viene in mente che potremmo occuparci della Linea 1 della metropolitana, quella con le Stazioni dell’arte, da tutti i punti di vista. L’ufficio stampa di ANM e la responsabile della parte artistica ci accolgono con entusiasmo, ci autorizzano, e partiamo. Allora per tre giorni andiamo in giro per il fondo, uno dei possibili, mille, di questa città. Vado in giro e fotografo, poi torno a casa e cerco un ordine. Ecco quello che abbiamo visto: è solo una delle possibili visioni, non è la linea metropolitana, non sono le stazioni dell’arte, è solo quello che in quei giorni siamo riusciti a sentire o abbiamo creduto di vedere. (Un suggerimento: prima di leggere il testo, guardate le fotografie che trovate al fondo dell’articolo, perché il racconto ripercorre nell’ordine il viaggio racchiuso in quelle immagini. Buona visione).

Passa una ragazza, lungo il muro della stazione della metro di Scampia, e scopre due giovani che si arrampicano, uno sulle spalle dell’altro, per raggiungere il cielo. I muri sono colorati di allegro, tutto sembra sereno. Però qualcosa dev’essere andato oltre, qualcuno dev’essere andato oltre, qualcosa deve averci preso, a tutti noi, la mano. Perché ora lassù c’è Icaro, aggrappato ad un palazzo, dentro un cielo che pare troppo alto, e lui sembra solo, avvolto in una mancanza di respiro, nella solitudine di altezza da astronauta rimasto chiuso fuori dalla navicella. Anche il cielo sembra diventato triste, nemico, grigio mischiato di azzurro. Icaro cade, e la realtà pare che inizi a sbriciolarsi piano: crolla riflessa in molti angoli rotti nelle pareti a specchio dei muri di questa stazione. Colori spezzettati, totem clown scarabocchiati, l’unica via d’uscita è questa scala mobile che ci porta in basso.

Nell’ingresso, per terra, c’è un uomo che dorme, anche lui da solo, perfino la sua ombra non sta che dall’altro lato del corridoio specchiato. In questi giorni hanno aperto alcune stazioni per far dormire al caldo, fino ad una certa ora, quelli che non hanno una casa loro. Lui è restato, il suo sonno era molto più grande di qualunque orario. In un mosaico autoritratto pure Kentridge sta accovacciato, tenta di rialzarsi, più di una volta, ma ricade. Forse perché bisogna scendere, in questo momento dell’anno, per potersi rialzare.

Fortuna che oggi la Sibilla ha aperto qui il suo antro, travestito da ascensore. Le porte si aprono e le sue sacerdotesse ci prendono per mano in un cerchio arcaico, di danze, sonoro. Occorre scendere, occorre seguirle per poter risalire. Mille pulcinella nuotano in un mosaico azzurro, anche una sirena è con loro, allora siamo dentro il mare giusto. Da un muro bianco si affacciano antichi spiriti guerrieri sopra la scritta ai treni. Siamo, in questo viaggio, adesso, nella parte lunare. E un’altra guida ci appare: è il pupazzo del carnevale di Scampia, quello della Morte: siamo sulla strada in discesa, verso la notte, verso il centro di ciò che non sappiamo. Ecco, infatti un muro racconta: “Sogno nere immagini spezzate. In viaggio per labirinti elettrici mi perdo nel gioco delle ombre”. Un sipario rosso fuoco; un atleta su un’altalena di pianoforte rovesciato. Facce umane invocano, urlano, qualcuno piange. Una colata di rame fuso ci trascina ancora di più verso il profondo. Poi c’è Dante davanti alla porta, perdete ogni speranza o voi ch’entrate, per Montecalvario. Ci porta su un fiume sotterraneo. Incontriamo gente, tante persone, lungo cunicoli; alcuni stanno seduti per terra, altri cercano l’uscita dentro corridoi che scorrono da soli. Pupazzi neri e automobili dimenticate. Poi un bosco di ombre, e dentro ci camminano figure. Altri con un carretto fanno un trasloco di tutto: la prima cosa che si portano dietro è un albero chiamato libertà, da ripiantare appena arrivati al sicuro, in un altro posto. Fiamme atroci, fredde, di colori accesi. Il serpente antico, archetipo, sempre lo stesso. Fotografie di statue, con gli occhi sorpresi, a fianco c’è scritto “Museo” ma a me non sembrano abbastanza finte. Ancora colori forti, contrastanti, poi troppo troppo rosa e … BOOOOOOMMM!!!!!! Un enorme rumore e un macigno spiaccicato a un millimetro da noi. Il vetro, anche se lesionato, ha retto. L’avrà fermato San Gennaro con la sua mano, o qualcun altro premendo il tasto di emergenza “STOP”. Finalmente c’è una scritta “Uscita”, poi un’altra, punta in alto, come una spirale. Metallo lucido in rilievo e fili neri dicono in maniera totalmente esplicita la nascita del mondo, dolorosa e dolce. Freud su una scala: Attraverso sotterranei di fluido scorrimento di un rumoroso andare, dal buio infero alla città di luce. Ah ecco, dopo il colpo fortissimo, era il punto più basso, pare che si inizi lentamente a risalire. Ecco una luce, lunga, lunghissima, viene dalla superficie. Ci porta in alto fino ad un uomo in riva al mare e alle finestre chiare. Poi bambini dentro un murale. Ecco, ecco siamo risaliti fino ad un nuovo cielo: Felice Pignataro a braccia aperte che sorride con i suoi colori, più potente di Ercole semidio dopo le dodici fatiche, forse ci ha salvato.

Guardando di nuovo in alto il cielo adesso è azzurro, finalmente al posto di Icaro ci vola un uccello, nel cielo di Scampia: più saggio, non esagera, non si brucia, non precipita; il sole sorride.

Natale è passato, il solstizio pure, ora siamo fuori dalla notte, la luce è forte, questo piccolo viaggio sotterraneo napoletano forse adesso al direttore del giornale lo possiamo consegnare.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 26 Gennaio 2018 e modificato l'ultima volta il 11 Settembre 2018

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