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STORIA DEL NEAPOLITAN POWER

Dagli Showman di Musella e Senese a Napule è del 18enne Pino Daniele

Storia del Neapolitan Power | 21 Settembre 2018

 

Napule è mille culure Napule è mille paure Napule è a voce de’ criature Che saglie chianu chianu E tu sai ca’ nun si sulo Napule è nu sole amaro Napule è addore e’ mare Napule è na’ carta sporca E nisciuno se ne importa E ognuno aspetta a’ sciorta Napule è na’ camminata Int’ e viche miezo all’ate Napule è tutto nu suonno E a’ sape tutto o’ munno Ma nun sanno a’ verità. 

Pino Daniele (Napule è) 

 

“Napule è “, dall’album “Terra mia” del 1977, è forse il brano più emblematico nella narrazione di una terra ricca di contraddizioni, ma fortemente ancorata alle pratiche profonde, a tratti sacre, della propria identità. Versi quasi struggenti, melodie dolci, ma malinconiche: è un Pino Daniele 18enne quello che compone  l’inno alla sua città, ninna nanna per chi, a differenza di coloro che si sono voltati dall’altra parte, non ha mai rinnegato le proprie radici.

Alla luce di quanto detto sull’identità e sui processi di rappresentazione nelle scorse puntate di questo racconto, è chiaro che il Neapolitan Power nella storia della musica ha un valore inestimabile.

E’, infatti, sintesi perfetta delle vocalità mediterranee, che in certi versi richiamano, anche lontanamente, quelle orientali, con le musiche provenienti d’oltreoceano. Una sintesi perfetta che riesce a mettere sotto la stessa rappresentazione culturale popoli geograficamente distanti ma storicamente legati da situazioni di alterità e subalternità.

Del resto tra i padri fondatori del Neapolitan Power spiccano i nomi di James Senese e Mario Musella, le cui biografie sembrano quasi profetiche rispetto alla realizzazione di un movimento che partiva dal basso e da lontano per dare vita ad un’identità nuova e soprattutto unica. James, come Mario, è figlio della guerra: nato da madre italiana e padre afroamericano, riesce a tradurre l’esigenza della scoperta delle proprie radici che implicava un contatto prepotente tra le culture, in un tempo dove si ricostruiva e ci si riprendeva dalle macerie di una guerra. Se da un lato regnava incontrastata la presenza di un occidente apparentemente portatore di sogni e speranze come lo era l’America, dall’altro quello stesso continente era il focolaio di un razzismo che sfiorava limiti intollerabili per chi era costretto alla segregazione razziale. E la situazione italiana non era tanto differente: l’atteggiamento razzista trovava anche qui terreno fertile con i “non si affitta ai meridionali” per fare un emblematico esempio.

In qualche modo il Neapolitan Power fu una risposta anche ai nazionalismi: affermando da una parte la cultura nera e dall’altra affrancandosi dai luoghi comuni in cui era stretta la città e i cittadini di Napoli, quella musica non solo allontanava gli stereotipi asfissianti, da cartolina, della città ma rendeva più solido il naturale legame tra le comunità nere e i napoletani.

“Sono nato nero e sono nato a Miano, suono il sax tenore e soprano, lo suono a metà strada tra Napoli e il Bronx, studio John Coltrane dalla mattina alla sera, sono innamorato di Miles Davis, dei Weather Report e in più ho sempre creato istintivamente, cercando di trovare un mio personale linguaggio, non copiando mai da nessuno…il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita” racconta Senese a Carmine Aymone in “Je sto ‘cca”.

E questo personale linguaggio diventa, indubbiamente, veicolo principale della nuova identità, con la lingua napoletana a giocare un ruolo cruciale.

“Quando noi andiamo all’estero, non abbiamo bisogno di aprire la bocca, basta metter le mani sullo strumento perché la gente recepisce subito il messaggio “da dove veniamo” perché è quel suono che oramai è dentro di noi” racconta ancora Senese, intuendo la connotazione di un linguaggio che si fa musica e diventa internazionale, attraverso parole e suoni riconoscibili e incontrastati. È per forza in lui allora che doveva condensarsi questa nuova esigenza di riposizionamento, perché solo un nero a metà poteva simboleggiare il trait d’union tra i subalterni dei sud del mondo.

E’ a metà degli anni ’60 che James entra negli Showman insieme all’amico Mario Musella, figura cardine del Neapolitan Power.  Il lavoro svolto con gli Showman infatti, sebbene antecedente di circa vent’anni al periodo su cui ci soffermiamo in questo racconto, è il primo passo per costruire un ponte tra la Napoli degli anni ’70  verso un contesto internazionale più ampio che abbracciasse le diverse periferie e le zone subalterne del mondo.

Era quello che contemporaneamente alcuni musicisti inglesi come Alexis Corner, Cyril Davies, John Mayall, Brian Jones, Eric Clapton, Steve Winwood, Eric Burdon, stavano attuando in Gran Bretagna: a Napoli grazie agli Showman una nuova generazione di giovani bianchi scopriva una vecchia tradizione blues americana, riproponendola in maniera personale e non macchiettistica. Un sentiero tracciato allora e ancora oggi percorso da nuove generazioni di musicisti.

Quando pensiamo ai padri fondatori del Neapolitan Power, la prima parola che ci balza alla memoria è il titolo di un album, arrivato in ritardo rispetto agli esordi del movimento musicale, che è quello di “Nero a Metà” (1980) ad opera di Pino Daniele che potremmo definire il primogenito del movimento (album dedicato a Musella, morto di cirrosi a soli 34 anni).

In questa definizione si condensano perfettamente delle teorie che saranno sviluppate ampiamente nel percorso artistico di ogni autore che prenderà parte al movimento: la convivenza culturale individuale di Mario e James si è insomma trasmutata in fenomeno sociale che ha interessato i giovani che facevano musica negli anni ’70.

Infatti in un’intervista del Maggio 2014 riportata nel libro “Il Nero a metà” di Carmine Aymone, Pino Daniele sostiene: “Siamo un po’ tutti neri a metà. Tanti della mia generazione […] assorbirono la cultura angloamericana bagnandola nelle acque del nostro mediterraneo, nel nostro patrimonio popolare e culturale. […] Mario, James…io facemmo nostri i suoni provenienti dall’altra parte dell’Atlantico fondendoli con le nostre radici”.

Convivenza: è forse questa la parola chiave che ha spinto James e Mario a produrre un certo tipo di musica che ricucisse insieme parti di identità frammentate.

Nel 1975 gli Showman si dividono dopo anni di significativi successi e nascono i Napoli Centrale, band il cui nome si ispira alla stazione centrale di Napoli.

“Napoli centrale nasce rifacendosi ai principi di uguaglianza rivendicati all’epoca soprattutto nelle lotte in America tra bianchi e neri” spiegava Musella, figlio di una napoletana e di un soldato americano pellerossa, sempre citato nel libro “Il nero a metà di Aymone”. “La musica di importazione aveva su noi un fascino particolare. Frequentando i locali dove passavano il loro tempo libero i marinai, specialmente quelli americani, riuscivamo ad avere un’idea diretta delle musiche di moda oltreoceano con molto anticipo sulla diffusione nazionale. Così ci capitò di preparare i primi rhythm and blues con ben sei anni di vantaggio sul genere che poi avrebbe finito per conquistare l’Italia”

L’anti-razzismo fu tematica portante di quelle musiche miscelate e nate da fusioni culturali. Napoli, dopo l’unità d‟Italia è stata terra di emergenze economiche e sociali e se le prime istanze di lotta per un giovane Senese riguardavano il riscatto della pelle scura, più avanti con ‘arrivo degli anni ’80, questo movimento musicale dovette far fronte a condizioni sociali difficili causate dal terremoto. Miano non era più semplicemente una periferia: era ormai luogo di approdo per chi nella città del tufo giallo non riusciva più a restare perché il terremoto aveva fatto vacillare ogni certezza.

In quel contesto è ancora la musica a ridisegnare i confini e gli stati d‟animo di quegli anni e proprio come dal basso nacque il blues che altro non era che valvola di sfogo dei dolori della schiavitù nera nelle piantagioni, allo stesso modo le fusioni culturali all‟ombra del Vesuvio riuscirono a lenire, seppur in minima parte, ogni devastazione emotiva che quella catastrofe naturale aveva portato con sé. Forse queste preoccupazioni si condensano nella canzone Puortemea casa mia, tratta dall‟album live “Vai mo” del Giugno 1981 (a sei mesi dal terremoto), che può avere una doppia connotazione rivolgendosi alle vittime delle imminenti conseguenze del terremoto, ma soprattutto agli emigranti.

Puorteme a casa mia addo cresce tutte cose senza parlà Puorteme a casa mia nun me fà cchiù girà e po appicciammo ‘o fuoco chiudimmo ‘a porta pe’ nun ‘o fà stutà Puorteme a casa mia addò chi cade ‘nterra se sape aizà Puorteme a casa mia ‘o tiempo da guardà Piglio sulo quaccosa avanza ‘o pere nun me fà spantecà Ma nun vide si nun passe mò nun passamme cchiù.

Identità frammentate, quelle di emigrante, di ogni figlio di più culture: questo univa James e Mario, e più tardi Pino. E questo li spinse a produrre un certo tipo di musica che ricucisse insieme parti della propria storia personale ma anche collettiva.

“Miano come Piscinola, Marianella, Chiaiano allora erano piccoli centri prevalentemente agricoli, dove il vivere quotidiano era scandito dai raccolti di castagne, di ciliegie; dove le donne e gli uomini cantavano nei loro appezzamenti di terra durante le lunghe giornate di lavoro. Se ci pensate è un‟immagine questa simile a quella dei neri che nei campi di cotone vicino New Orleans, alla fine del 1800, intonavano work songs, che di lì a breve avrebbero partorito gli spirituals, il blues e primitive forme di jazz. Sono sicuro che ascoltare i canti popolari della gente di Miano e dei “villaggi limitrofi”, della nostra gente, le loro work songs napoletane, che narravano storie quotidiane di povertà, ma anche di tanta dignità, inconsciamente abbia contribuito a formare la nostra anima musicale, a rendere me e Mario ancora più neri dentro” (James Senese sempre nel libro di Aymone).

E sulla scia di queste similitudini con un recente passato, probabilmente potremmo evidenziare il ricorso storico nel quale viviamo e che ha ancora il mare e i porti come luoghi di accoglienza di ciò che nell’immaginario collettivo è avvertito come altro da sé, come minaccia e pericolo, dunque come problema da risolvere, con i più deboli che diventano carta vincente di politiche razziste che rispolverano vecchi deliri nazionalistici. Però stavolta chissà se la musica ci salverà, ancora.

Elena Crispino

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 21 Settembre 2018 e modificato l'ultima volta il 21 Settembre 2018

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