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STORIA DEL NEAPOLITAN POWER

Identità e razzismo: un parallelo tra Neapolitan Power in Italia e cultura caraibica in Gran Bretagna

Storia del Neapolitan Power | 10 Set 2018

Negli studi del sociologo, accademico e attivista giamaicano naturalizzato britannico, Stuart Hall sulla questione razziale sviluppatasi nell’Inghilterra del secondo dopoguerra, si intravedono dei punti di aderenza con la discriminazione che i napoletani vivevano in Italia negli stessi anni in cui nasceva, a Napoli, il neapolitan power.

I neri e i napoletani erano soggetti subalterni, costretti ad emigrare, ma mentre i napoletani potevano trovare una fortuna relativa in America grazie alla loro pelle bianca – relativa perché anche negli States c’era  una discriminazione di provenienza geografica per che proveniva dallo Stivale – i neri in Gran Bretagna vivevano in una situazione di emarginazione sociale doppiamente dolorosa, causata soprattutto – e senza dubbio – dal colore della loro pelle, atavica ed insulsa ragione che genera il razzismo.

Nei suoi studi e in particolare nel saggio “Racism and reaction” Stuart Hall stigmatizzava la sterilità dei principi di nazionalismo che camuffavano un piccato razzismo della società inglese, in quanto i neri arrivati sull’isola attraverso la tratta degli schiavi non erano qualcosa di lontano dalla britishness, ma qualcosa di interno e fondante di questo nazionalismo.

“È nello zucchero che hai nella tazza; nella predilezione così inglese per il dolce; nelle foglie sul fondo della prossima tazza di tè inglese” è, a detta di Hall ” la storia di fuori che è dentro la storia degli inglesi […]; non esiste una storia inglese senza quell’altra storia” (Hall 1991, p. 49).

Lo stesso accade tutt’oggi ai napoletani, discriminati fortemente da provincialismo grottesco dei “fratelli d’Italia”, innalzati però al rango di italiani quando i prodotti della cultura prettamente partenopea “vendono” l’intera nazione a livelli mondiali. E come il tè veniva da fuori, sotto il rumore ferreo di catene schiavizzanti, fondando le caratteristiche della britishness, così la pizza, il caffè, il mandolino portavano l’Italia in giro per il mondo e crocifiggevano, allo stesso tempo, il mito napoletano sotto i più beceri luoghi comuni. Gli stessi che il Neapolitan Power si prefiggeva di affossare, attingendo a piene mani da una cultura tradizionale che veniva da lontano e che combatteva le stesse lotte di riscatto, ma al ritmo di blues.

“Il linguaggio, i simboli e le canzoni delle lotte per la libertà dei neri del nuovo mondo […] condizionano i sogni di libertà rivendicata dai popoli oppressi anche in posti lontani dalle loro origini” scriveva Paul Gilroy, in “The black Atlantic. L’identità nera tra modernità e doppia coscienza”.

La musica del Neapolitan Power quindi funge da sistema di riappropriazione dell’identità attraverso messaggi di lotta raccolti direttamente dal campo; è un mezzo potente che ha ridisegnato il volto culturale di una precisa epoca e di un preciso luogo, la Napoli degli anni ’70. Una città sulla quale il Napolitan Power accese l’attenzione sulla sua condizione là dove i media erano impegnati a spegnerla.

Il Neapolitan Power infatti si presenta come un prodotto di rottura armonica che si allontana dalle melodie romantiche e liriche della tradizione classica e che lancia messaggi dal linguaggio nuovo, poliglotta potremmo dire, volto a denunciare e decostruire un assetto sociale omologatore che ignora le diversità. Questo è appunto lo squarcio di cui parla Chambers. “Semplicemente si potrebbe proporre di far migrare una formazione storica e culturale – quella italiana – altrove, per esporla a domande inaudite, e una volta “contaminata”, riportarla a “casa”, carica d’altre storie, arricchita dall’esperienza di altri modi di narrare il mondo”.

È praticamente il filo che corre attraverso l’Atlantico e che lega insieme due sud sulle note del blues.

Restando nel campo della cultura popolare, rintracciamo poi un ulteriore legame sinergico tra il pensiero del cantante e quello dell’intellettuale giamaicano, il quale definisce la cultura come un campo di indagine accademica e seria “perché essa è il luogo in cui le lotte quotidiane tra gruppi dominanti e subordinati sono combattute, vinte e perse”. E nel caso della nuova musica napoletana che incontrava il blues e abbracciava cause di lotta internazionali, dobbiamo parlare di un popolare che crea un nuovo linguaggio sociale ideato per stamparsi sulle bocche dei ceti meno abbienti. Al netto del Rock che affascinava i giovani di quegli anni e che acuiva il senso di esterofilia (tutt’ora presente), il Neapolitan Power sfruttava la potenza della tradizione popolare per accrescere la propria eco a livello internazionale. Un prodotto popolare doppiamente articolato quindi, proprio come lo intendeva Hall: spazio contraddittorio, sito di negoziazione continua.

Dovremmo sempre partire da qui: dalla  duplicità della cultura popolare, dal doppio movimento di contenimento e resistenza che costantemente e inevitabilmente la caratterizza.

“Sono nato in Giamaica, dove ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza. Appartenevo ad una famiglia dal ceto medio-basso dell’isola. Ho vissuto tutta la mia vita da adulto in Inghilterra, all’ombra della diaspora nera: “nel ventre della bestia”” scriveva Hall. Mentre per Pino Daniele la napoletanità è “continuità d’ispirazione, fonte di suggestioni artistiche uniche e irripetibili, modo di vivere in continua trasformazione, ma sempre ancorato a certi capisaldi che possono sembrare poco mutevoli”.

Francesco Festa nel suo saggio “La potenza plebea della musica”, del resto ci ricorda che la musica di cui parliamo risuona di “dissonanze, imparando a preferire le “diversità” e lo “spaesamento”. Dal punto di vista linguistico, per esempio, non è raro ascoltare molti discorsi tra genitori e figli piccoli che noi definiamo “colonizzanti” dove quel “parla bene” che corregge espressioni tipicamente napoletane che un bambino potrebbe arrivare a conoscere, instaura, fin dalla più tenera età, dei meccanismi di ripudio di una parte della propria identità in favore dell’allineamento ai canoni di una cultura nazionale che in Italia è assai scarna e ricca di falle. Ripudio, in questo caso, della napoletanità. Perché sarebbe completamente diverso dire “parla in italiano” piuttosto che dire “parla bene”. A nostro avviso, facciamo una piccola parentesi, il famosissimo “parla bene” intriso appunto di perbenismo, è carico di accezione negativa e dispregiativa, ma purtroppo chi ne fa uso non è consapevole di quanto si celi dietro quello che potrebbe apparire come semplice modo di dire. Noi pensiamo sempre che sarebbe forse più costruttivo educare le menti e le coscienze più giovani alla diversità che arricchisce e che si trasforma, abituarle a flussi di pensiero in movimento che devono sedimentarsi nella memoria per non perdere mai l’orientamento della propria identità culturale. Altrimenti, senza queste condizioni, lo spaesamento di cui parla Francesco Festa è inevitabile poiché ci si ritrova estirpati dalle proprie radici e imbrigliati in quei canoni culturali, formali e nazionali, ai quali bisogna essere necessariamente educati nel rispetto di una sterile omogeneità. Anche Hall ha vissuto la sua intera esistenza facendo i conti con una condizione culturale e sociale doppia, ibrida. La sua caraibicità era quanto di meno stabile potesse esistere nel periodo in cui quella parte di borghesia caraibica si ispirava unicamente al modello nazionalista vigente: quello inglese. E faceva di tutto pur di raggiungerlo.

Il relativismo può aiutarci in questa prospettiva, perché solo pensando con forte versatilità ed eclettismo si può comprendere l‟importanza della mescolanza e la fallacia della condanna della diversità, perché se non ci fosse contatto tra i popoli probabilmente l’evoluzione sarebbe oggi solo un concetto teorico, ma soprattutto utopico: la cultura va concepita a nostro avviso come spazio aperto, come unica via verso l’affrancamento dalla fissità di valori che nel tempo prenderanno risvolti macchiettistici, quelli che meglio conosciamo come “luoghi comuni”.

Lo scopo del Neapolitan Power è quello di creare un ibrido, come a celebrare anche l‟essenza poliedrica delle sue origini, fonte aperta al mondo da cui attingere a piene mani i tratti culturali più caratterizzanti che fanno dei molti l’uno e dell’uno lo straordinario, il peculiare. Un ibrido dove non esiste polarità tra giusto e sbagliato, bello o brutto, ricco o povero, ma dove tutto trova la propria voce, si colloca e si autodetermina senza mai cedere a condizioni di sudditanza culturale. Ma da dove nasce questo atteggiamento di sudditanza? Potremmo dire da attitudini colonialiste di un paese, il nostro, nel quale parlare di colonizzazione potrebbe risultare assurdo. Ma le pratiche sono chiare e a queste quotidiane deformazioni culturali, figlie di un senso di inferiorità atavico, si aggiungono i risultati di un lavoro specifico perpetrato dai detentori della cultura egemone ai danni di quelli che sono diventati i subalterni di oggi. Non è un caso infatti che nel saggio “Identità culturale e diaspora” Hall citi Fanon (1961, p.142)

Il colonialismo, non si soddisfa stringendo il popolo nelle sue spire, svuotando il cervello del colonizzato d’ogni forma e d’ogni contenuto. Per una specie di perversione della logica, esso si orienta verso il passato del popolo oppresso, lo distorce, lo sfigura, lo annienta. (p. 245)

È esattamente ciò che è accaduto in Italia ai danni dei napoletani in particolare, ma del sud tutto in generale. I punti del processo sono evidenti e semplici da attribuire al meccanismo colonizzatore (sebbene il termine per questo contesto possa sembrare esagerato):

 – la propria lingua viene chiamata dialetto, anche se riconosciuta come idioma dall’UNESCO

 – i media di ogni portata, locali o nazionali, prediligono narrazioni tossiche che potenziano l’equazione qualunquista di Napoli uguale Camorra

 -le notizie negative sono fortemente circostanziate geograficamente al punto da imprimere nella coscienza collettiva il termine napoletano prevalentemente con accezione negativa

 -produzione di immagini, soprattutto pubblicitarie, fortemente ambigue dove si gioca sul confine tra lo sfottò e la denigrazione

C’è stato, nei decenni, un certosino lavoro di svuotamento della memoria, partendo dai libri di testo scolastici, dove ci insegnano che i briganti del 1861 erano i cattivi, mentre i Cialdini e i Garibaldi tendevano una mano al meridione incivile; poco importa se da sud si esportasse cultura in ogni forma, fin dai primi anni postunitari. Allo stesso modo, come in ogni paese conquistato che si rispetti, la toponomastica riporta in misura spropositata i nomi di chi ha messo a ferro e fuoco i luoghi in questione. Ma guardare con nostalgia ad un passato che non abbiamo mai conosciuto, comporta la fossilizzazione su aspetti dell’identità che facilmente possono diventare stereotipi, giustificazioni, alibi morali. È necessario, piuttosto, comprendere che le identità “sono sottoposte al gioco continuo della storia, della cultura e del potere” per non impantanarsi nel gioco della memoria imbalsamata.

Questa lunga premessa per dire che il Neapolitan Power si erge a portavoce di un cambiamento radicale che ripristina la dignità di un popolo, senza attingere ai luoghi comuni. In un certo senso il Neapolitan Power e i testi prodotti esercitano una sorta di parrhesia: sputano in faccia al potere la verità, a quella borghesia meridionale, quella parvenu e rancida che tra egemonia culturale, clientelismo politico-criminale, incarna perfettamente lo spirito gattopardesco del cambiare tutto, del cavalcare la retorica dell’arretratezza per mantenere lo status quo, mentre costruisce la propria identità in opposizione al completamente altro: l’Altro che necessita di essere educato e civilizzato e che di volta in volta viene battezzato come disoccupato, operaio, guaglione d”o bar, femminiello ecc. Non è un caso infatti, che quando si parla di Napoli si ha spesso la difficoltà nel riuscire a descriverne insieme i due volti che la costituiscono: da un lato la borghesia cittadina troppo impegnata a raggiungere i modelli nazionalistici intrisi di perbenismo e poca concretezza sociale; dall’altro la stragrande maggioranza della popolazione che viene considerata altra, bassa, retrograda, ma soprattutto fuori da ogni processo pensabile di evoluzione.

Eppure, in ogni era della sua storia secolare, il movimentismo della città è sempre stato esclusivamente a trazione popolare, proprio come a rispettare la condizione di sofferenza di cui abbiamo parlato fin qui. Si nutre cosi la necessita di aggregazione dal basso per creare alternativa ed educare alla bellezza quelle fasce della popolazione alle quali vengono propinati sempre gli stessi modelli di pensiero, sempre le stesse immagini sterili e troppo patinate o sempre le stesse narrazioni camorristiche che mitizzano il male piuttosto che denunciarlo e che tendono a chiudere in un vertice malato quelle persone per le quali il set è solo giustificazione della realtà in cui sono calate.

Il Neapolitan Power, insomma, seppe ribellarsi a tutto questo dando nuova voce e nuova linfa a un’epoca storica di Napoli.

Elena Crispino

Identità Insorgenti

Identità Insorgenti è un giornale on line che rappresenta un collettivo di scrittori, giornalisti, professionisti, artisti uniti dalla volontà di una contronarrazione del Mezzogiorno.

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