sabato 20 luglio 2019
Logo Identità Insorgenti

STORIA DEL NEAPOLITAN POWER

Premessa: in principio fu James Senese coi Napoli Centrale e Pino ne fu il primogenito

Storia del Neapolitan Power | 4 Settembre 2018

Cultura, rappresentazione e identità sono i termini cardine attorno ai quali ruoterà il racconto con cui vi farò compagnia nei prossimi mesi, nella convinzione che è seguendo il filo che cuce insieme queste tre parole che sono alla base di una società sempre più massificata e sterilizzata di ogni valore, che si può giungere a ritrovare le caratteristiche più specifiche della propria storia sociale e personale. La mia, che avvolge il suo nastro alle pendici del Vesuvio, porta con sé le tracce di un’identità che profuma di subalternità (se la intendiamo in termini di ricchezza) o che puzza di alterità (se la guardiamo dalle lenti del perbenismo nostrano, teso ad omologare l’identità sotto l’egida di falsi valori etici/nazionali).

Sembrerebbe abbastanza scontato stare qui a stigmatizzare la mia volontà di voler guardare dalla prospettiva del diverso che arricchisce ma lo voglio fare attraverso una storia di qualche decennio fa, quella di un movimento musicale (e tutto ciò che ha scaturito) che ancora oggi riecheggia tra i vicoli di una città abituata nel quotidiano a riscrivere la propria identità in maniera sempre oppositiva alle narrazioni tossiche che la vedono protagonista.

Mi riferisco al Neapolitan Power, un movimento culturale che trova sfogo nella musica facendone un genere che parte dal basso e arriva fino ai giorni nostri a colpi di chitarra e batterie, sfatando per questo il mito di un mandolino troppo spesso affiancato a pizza e malavita.

Sarà attraverso questo momento particolare della musica partenopea che andrò a delineare la fisionomia di una storia che nel tempo si è dilatata fino a ritrovare, oggi, forti somiglianze con quei giorni di ieri che riecheggiano e si riadattano per far fronte a situazioni odierne. Un movimento di rottura armonica, che rompe con la classicità del passato senza mai ridicolizzarla, bensì rispettando le radici da cui la sua identità può allontanarsi, ma alle quali non potrà mai negare di appartenere, in un modo o nell’altro. Questa frattura dal passato riesce però a creare nuove cuciture nel presente, viaggiando sulle note per poter arrivare oltreoceano. O meglio, è da oltreoceano che arrivano questi nuovi stimoli capaci di stravolgere una storia millenaria e lo fanno attraverso la pelle nera che è il sintomo per antonomasia di un’alterità che si impone. È a questo proposito, infatti che più avanti vi parlerà anche di alcuni intellettuali caraibici, nella fattispecie quelle di Stuart Hall e di Eduard Glissant, emblemi della teoria dell‟identità aperta e in costante movimento proprio a dimostrare come, allo stesso modo, la questione dell‟identità veniva intesa dalla cultura e dalla musica napoletana di quegli anni.

Mi piace pensare infatti che il padre del Neapolitan Power sia il mianese James Senese, il sassofonista dalla pelle scura, figlio di un americano e di una guerra, capace di scavare in un mare di niente (quello della sua condizione sociale ed economica) per trovare le giuste note che disegnano le facce di nuove identità.

Particolare da non sottovalutare credo sia il nome della sua band “Napoli Centrale” che riprende nel nome il senso della stazione ferroviaria come crocevia di culture per poi attaccarselo addosso, come primo veicolo di un genere nuovo, padre di una nuova identità napoletana che tende le mani verso l’oceano ed alza la testa per urlare la propria dignità insieme alle altre identità che si opponevano al regime culturale occidentale.

Era la prima volta che a Napoli si creava un’alternativa alla modernità degli anni ’70, una modernità che parlava inglese e che si stampava solo sulle bocche di una borghesia che prestava sempre di più il fianco ad una guerra fra poveri, snaturandosi dei valori di cui precedentemente abbiamo parlato.

Proprio come cantava Pino Daniele in una sua canzone dell’album “Musicante”, anno 1984, titolata “Just in me”: Rock’n roll,rock’n roll rock’n roll sulo pe nun murì’ rock’n roll,rock’n roll pe tutt’e figli ‘e papà travestiti ‘a intellettuali ca nun tenono genio ‘e faticà . Grazie a lui anche quello che con altezzosità si definisce “popolino” poteva cantare un genere riservato all’élite, un genere che guardava a bocca aperta lo straniero occidentale, denigrando la propria ricchezza culturale di cui non aveva consapevolezza. Vi sembrerà strana, a questo punto, la mia citazione del padre del comunismo italiano, Antonio Gramsci e la correlazione con il primogenito del Neapolitan Power. La relazione invece c’è perché il il primo ci ha insegnato che la cultura popolare deve essere trattata alla stregua della cultura egemonica, mentre il secondo ce lo fa fare praticamente, cantando.  “Si può dire che finora il fol-clore sia stato studiato prevalentemente come elemento pittoresco (in realtà finora è stato solo raccolto materia- le da erudizione e la scienza del folclore è consistita pre- valentemente negli studi di metodo per la raccolta, la selezione e la classificazione di tale materiale, cioè nello studio delle cautele pratiche e dei principii empirici necessari per svolgere proficuamente un aspetto partico-lare dell‟erudizione, né con ciò si misconosce l‟impor- tanza e il significato storico di alcuni grandi studiosi del folclore). Occorrerebbe studiarlo invece come «conce- zione del mondo e della vita», implicita in grande misu- ra, di determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della società, in contrapposizione (anch‟essa per lo più implicita, meccanica, oggettiva) con le concezioni del mondo «ufficiali» (o in senso più largo delle parti colte della società storicamente determinate) che si sono successe nello sviluppo storico”. (Gramsci 1975 a cura di Gerratana V. vol. III, Q. 27, 2311)

Una nuova concezione del mondo, dunque, nasceva dalla musica. Ma di quale mondo? Il mondo di una Napoli degli anni ’70 dove l’essere prepotenti rispetto ad una cultura nazionale imposta era il leitmotiv di ogni forma d’arte ed è dunque cantando che Pino Daniele ridisegnava una nuova dignità culturale. Cantando in napoletano, un napoletano che scimmiotta l’inglese e a tratti anche il francese e lo spagnolo. Un napoletano che si erge a lingua di denuncia e che si spoglia dalle vesti sporche che le narrazioni tossiche degli intellettuali dell’epoca volevano che indossassero. Ed era forse questa la forza del Neapolitan Power: sovvertire il sistema, cancellare gli schemi dimostrando che certe vocalità non erano riservate alla spensieratezza del folklore, ma potevano essere denuncia e nuova fonte di cultura, così come potevano essere nuova coscienza e riscatto di un popolo pronto a risorgere dal basso, dal concreto, dai valori comuni che sono quelli più ricchi. Senza dubbio è importante per noi raccontarlo oggi, che la morte recente di Pino Daniele ha risvegliato i vecchi valori del Neapolitan Power in una città che comincia a rialzarsi, una città con più consapevolezza storica e soprattutto una città con fermenti sociali molto rilevanti, come il lavoro delle diverse associazioni sul territorio che vogliono fare, creare, divulgare nuove forme di cultura, di rinascita e riposizionamento in un disegno indipendentista, o meglio, di gestione autonoma delle risorse dimostrano quotidianamente. Ci piacerebbe dimostrare come gli obiettivi non siano cambiati dagli anni ’70 ad oggi, ma che siano più consapevoli e motivati a concretizzarsi perché se certe tematiche risultano ancora attuali a distanza di trenta/quarant‟anni significa che la lungimiranza di chi ha vissuto prima di noi deve essere la giusta via da percorrere.

Elena Crispino

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 4 Settembre 2018 e modificato l'ultima volta il 4 Settembre 2018

Articoli correlati

Storia del Neapolitan Power | 21 Settembre 2018

STORIA DEL NEAPOLITAN POWER

Dagli Showman di Musella e Senese a Napule è del 18enne Pino Daniele

Storia del Neapolitan Power | 10 Settembre 2018

STORIA DEL NEAPOLITAN POWER

Identità e razzismo: un parallelo tra Neapolitan Power in Italia e cultura caraibica in Gran Bretagna

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi