fbpx
giovedì 4 giugno 2020
Logo Identità Insorgenti

STORIA DI UNA CAPITALE

Così nasce “il popolo” di Neapolis

Storia di una Capitale | 17 Maggio 2018

Con la fine delle guerre civili si arrivò finalmente alla pacificazione e alla nascita dell’impero. Il golfo napoletano diventò, in quegli anni convulsi, la roccaforte di Ottaviano che affidò le operazioni militari al suo futuro genero Agrippa il quale, dimostrando grandi doti strategiche e militari, sconfisse in due distinte battaglie navali prima Sesto Pompeo presso Nauloco nel 35 a.C. poi Antonio e Cleopatra presso Azio nel 31 a.C.

Con i migliori auspici nacque dunque l’impero e il futuro Augusto si dimostrò molto generoso verso le città campane che avevano parteggiato per lui. Grandi benefici ne trasse la vecchia Cuma, legata al nuovo imperatore dal culto del dio Apollo, grandissimi benefici ne trasse in seguito Puteoli che in breve tempo diventerà una delle più fiorenti città del mondo antico. Tutto l’arco del golfo divenne meta della ricca aristocrazia romana e alle antiche ville di Cesare sul promontorio di Baia e di Cicerone sul lago Lucrino si affiancarono via via una miriade di nuovi edifici.

Nel giro di pochi decenni tutto il litorale da Puteoli a Baia fu investito da una sorta di voluptas aedificandi che di fatto creò un’unica città, o meglio un unico agglomerato di fabbriche aventi tutte la medesima caratteristica: edilizia di piacere, dove le costruzioni a carattere religioso furono pochissime, mentre abbondavano complessi termali e ville residenziali. Un frammento di tale grandezza lo possiamo oggi vedere nel Parco Archeologico delle Terme di Baia, dove l’imponenza e il lusso degli edifici raggiunge un livello che probabilmente si poteva trovare solo a Roma.

E Neapolis? La cittadina partenopea era ormai votata pienamente a questa filosofia di vita, più degli altri centri fu la città dell’otium, dove i ricchi senatori romani, piuttosto che la ricca aristocrazia locale, si illudevano di vivere secondo la più schietta tradizione greca, esercitandosi nelle letture di retorica e filosofia all’ombra dei porticati dell’agorà o al sole delle terrazze dell’acropoli.

Ma il popolo? Esisteva un popolo? Esisteva certamente e la sua vita quotidiana fu molto diversa da quella dei ricchi patrizi in vacanza. Molto meno otium e più negotium in poche parole. Meno filosofia e retorica nel silenzio delle ville e più arte di arrangiarsi tra un prandium (pranzo) rimediato e una coena (cena) appena più ricca. Ma quando iniziava la vita di un antico neapolitano e dove? Cominciamo a dire che la giornata era divisa in due fasi. La prima, invero caotica, si svolgeva fino all’ora sesta cioè a mezzogiorno, poi pian piano la città si impigriva ed i tempi si dilatavano nel pomeriggio fino al tramonto e poco oltre. Quando calava il buio percorrere le strade cittadine diventava poco raccomandabile, un cattivo incontro era sempre possibile e inoltrarsi negli stenopoi (i cardini, le stradine) poteva riservare la brutta sorpresa di beccarsi addosso il contenuto di un pitale rovesciato in strada dall’alto. La vita dei cittadini si svolgeva principalmente nell’agorà (il foro) che in antichità comprendeva l’area delle piazze San Gaetano e Girolamini ai Tribunali. Qui si trovavano i maggiori edifici civili come la Basilica, il luogo dove si amministrava la giustizia e dove si svolgevano la maggioranza delle contrattazioni di carattere commerciale o il Macellum, il grande mercato alimentare coperto.

Tracce di questi imponenti edifici sono ancora visibili al di sotto della Basilica di San Lorenzo Maggiore. I neapolitani amavano molto trascorrere il tempo nella Basilica e partecipare alle cause civili anche come semplici spettatori, vi si intrattenevano fino alla chiusura, poco dopo mezzogiorno, e non era raro vedere i contendenti picchiarsi violentemente durante le arringhe dei partecipanti.

Fonti antiche ci dicono che alla chiusura era persino difficile allontanare gli ultimi sfaccendati dall’edificio. Così i popolani vivevano, gravitando nell’area dell’agorà, dove potevano rimediare qualcosa da mangiare offrendosi come improvvisati facchini o mettendosi al seguito delle lettighe di qualche ricco patrizio sperando di ottenere qualche moneta, che avrebbero speso per procurarsi un po’ di legumi o frutta e verdure, magari un po’ di latte e farina per preparare la sera, al ritorno a casa, la cena.

E poi gli artigiani e i mercanti delle più diverse origini. Un andirivieni convulso tra la piazza principale ed il porto, tra sacchi di grano da trasportare al pistrinum (panificio) ed i fiori da consegnare alle taberne unguentarie per la preparazione dei famosi profumi napoletani di cui ci parla Varrone. Il tutto tra gabbie di galline e pulcini, tra porcellini e caprette in libertà e carri guidati da buoi che sostavano ai limiti della piazza.

In quel frastuono avremmo potuto ascoltare suoni e vedere colori i più diversi. Avremmo visto e ascoltato i contadini sanniti col il loro linguaggio gutturale e poco comprensibile. I soldati romani col loro latino colorito e volgare, i neapolitani col greco squillante e musicale. E poi mercanti siriaci ed alessandrini, schiavi nubiani e ricchi liberti al seguito dei loro ex padroni. Una vera e propria linfa vitale animava quelle strade, dove tutti si intendevano in latino od in greco. E dove non arrivava il linguaggio ci si capiva a gesti, i gesti più disparati che permettevano a tutti di comunicare.

Una città multilingue e multiculturale dove ognuno aveva la sua piccola o grande opportunità. Sotto la protezione del grande tempio dei Dioscuri, che svettava grandioso al centro dell’immensa agorà. Quell’immensa piazza che ancora in parte esiste, dove le colonne superstiti di quel tempio ancora sono in piedi dopo duemila anni e assistono a quello spettacolo, animato oggi dagli stessi colori e dalle stesse voci.


Enzo Di Paoli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 17 Maggio 2018 e modificato l'ultima volta il 17 Maggio 2018

Articoli correlati

Storia di una Capitale | 18 Ottobre 2018

Il sangue e il fuoco della nostra identità

Storia di una Capitale | 14 Settembre 2018

STORIA DI UNA CAPITALE

San Gennaro, anima e sangue dei napoletani

Storia di una Capitale | 28 Giugno 2018

STORIA DI UNA CAPITALE

Virgilio, la Sirena e l’ultimo imperatore

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi