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STORIA DI UNA CAPITALE

Le strade del tufo

Storia di una Capitale | 7 Giugno 2018

Il territorio napoletano è costituito nella quasi totalità della sua superficie da una “roccia” gialla, friabile e relativamente leggera. E’ il tufo giallo, un materiale di caduta piroclastica, una cenere vulcanica mista a lapillo che si depositò sulla nostra regione circa quindicimila anni fa, durante l’ultima grande eruzione dei Campi Flegrei. Compattandosi nel corso dei secoli, questo deposito ha dato origine ad un materiale unico, leggero e facilmente lavorabile, adatto ad essere squadrato in blocchi.

Largo uso ne fu fatto dai Greci fondatori della città, che costruirono le mura della pòlis partenopea cavando i grandi ortostati tufacei dalle cave ricavate nel corpo della collina di Poggioreale. Le grandi fabbriche del tufo napoletano sono ancora visibili al di sotto della chiesa di Santa Maria del Pianto, immense cattedrali sotterranee a forma tronco – piramidale, testimoni del duro lavoro svolto da centinaia di cavamonti che, in un’oscurità quasi impenetrabile rischiarata solo dai tenui fuochi delle torce, rischiavano la vita arrampicati a decine di metri di altezza mentre i grandi blocchi, staccati a colpi di ascia e maglio, precipitavano al suolo.

Caricati su grandi carri da trasporto a quattro ruote trainati da buoi, le grandi pietre tufacee prendevano la strada verso Neapolis seguendo un tracciato che corrisponde all’attuale via Nuova Poggioreale ed entravano in città nella zona occupata ora dalla Porta Capuana. La prima strada del tufo fu quindi la via Poggioreale, utilizzata più volte nel corso di quei secoli.

Abbandonate le grandi cave greche di Poggioreale, durante l’età romana si preferì rinforzare le mura con un materiale di diverso tipo, non più il tufo giallo ma il piperno grigio, altra pietra vulcanica estratta da piccole cave nel Vesuviano e nella zona di Soccavo. Ne abbiamo un raro esempio nel vico Santa Maria Vertecoeli, dove possiamo riconoscere alcuni grandi blocchi isolati, murati nei palazzi prospicienti la strada. La pietra gialla napoletana continuò ad essere utilizzata anche durante, e dopo, l’età romana per l’edilizia cittadina. Si rivelò infatti un insostituibile elemento di costruzione, leggero, lavorabile e in grado di mantenere il fresco in estate e il caldo in inverno. Tutta l’edilizia napoletana è quindi contraddistinta dall’utilizzo costante di questo elemento dall’età greca a oggi. Fino all’invenzione del cemento armato il tufo è stato il materiale da costruzione per eccellenza.

Fu in epoca augustea che i Neapolitani tornarono a lavorare e a cavare il tufo per la realizzazione di opere di grande rilevanza urbanistica. Con la fine delle guerre civili e la nascita dell’Impero si sentì la necessità di collegare in maniera più rapida ed efficace Neapolis a Puteoli, la fiorente cittadina flegrea che si accingeva a diventare il porto di Roma. I collegamenti tra le due città fino al principato di Augusto nel I secolo d.C. erano garantiti da un’unica via di comunicazione terrestre: la via Antiniana per colles. Si trattava di una lunghissima arteria che, partendo da una imprecisata zona dell’attuale via Toledo, forse nei pressi del complesso dello Spirito Santo, si inerpicava lungo la via Salvator Rosa per salire sul Vomero e dirigersi verso Fuorigrotta, per arrivare poi nella Puteoli alta attraversando i crinali del cratere di Agnano. Una strada lunga e tortuosa, di difficile percorrenza sia per la natura del territorio, accidentato e ricco di dislivelli, sia per la presenza dei predoni che ne infestavano il percorso.

Si pensò quindi di realizzare un’opera grandiosa, che permettesse di collegare le due città in maniera semplice e rapida, una via litoranea adatta ai trasporti commerciali. In mezzo c’era però il colle del Vomero-Posillipo. L’imperatore Augusto affidò i lavori a Lucio Cocceio Aucto, un liberto, nonché valente architetto, che mise a punto un ardito progetto di potenziamento delle vie terrestri e dei porti flegrei. Fu tagliata quindi, nel fianco del colle tufaceo, la cosiddetta Crypta Neapolitana, una grandiosa galleria stradale, un’ ardita opera di ingegneria, i cui sbocchi si individuano oggi nel Parco Vergiliano e a Fuorigrotta nei pressi del tunnel moderno della Galleria Laziale. Completamente scavata nel banco tufaceo con andamento rettilineo, la galleria ha una lunghezza di circa 700 metri ed è più volte menzionata dalle fonti antiche, da Strabone a Seneca, a Petronio. Alterata nel corso dei secoli, la sua struttura fu completamente stravolta in età aragonese e in età vicereale quando il piano di calpestio fu abbassato di alcuni metri. Si presenta oggi, dopo lunghi restauri che hanno posto rimedio agli antichi movimenti franosi, come un lungo e oscuro speco e non è difficile, durante le ore del giorno, notare un piccolo punto luminoso nel buio che è lo sbocco di uscita.

Dall’alto, nei pressi dell’ingresso del Parco Vergiliano, veglia su questa antica reliquia del nostro passato il grande vate mantovano Virgilio, e a noi sembra di ascoltare la sua flebile voce, quando morente si affidò a Partenope:

«Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Partenope; cecini pascua, rura, duces»
«Mantova mi ha generato, la Puglia mi ha rapito; ora mi tiene Partenope. Cantai i pascoli, i campi, i condottieri».

E intorno a noi due soli colori, l’azzurro del cielo e il giallo del tufo.

Enzo Di Paoli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 7 Giugno 2018 e modificato l'ultima volta il 7 Giugno 2018

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