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STORIA DI UNA CAPITALE

Luci e ombre su Neapolis

Storia di una Capitale | 21 Giugno 2018

Nel 62 d.C. un forte terremoto colpisce le città vesuviane, per pochi interminabili secondi la terra si scuote rovinosamente, diffondendo ovunque morte e distruzione.
Pompei, Ercolano, Stabia ed Oplonti sono i centri più colpiti. La cittadina di Pompei in particolare subisce le maggiori devastazioni col crollo dei principali edifici del foro e un desolante quadro di distruzioni diffuse, efficacemente rappresentato dal bel rilievo in marmo del larario della casa di Lucio Cecilio Giocondo. Il sisma è solo il sintomo premonitore della catastrofe del 79 d.C. quando il risveglio del Vesuvio, dopo centinaia di anni di inattività, cambia letteralmente i connotati fisici e antropici di tutta l’area vesuviana.

In quegli anni Neapolis, ormai priva da tempo di rilevanza politica e strategica, è una tranquilla e colta cittadina frequentata dalla ricca borghesia romana amante delle antiche tradizioni greche. Era la città dell’otium, dove si poteva discutere di arte, letteratura, filosofia e retorica all’ombra dei portici del foro. Dove si poteva essere ospite di Metronatte, il filosofo stoico che aveva casa nel centro cittadino presso i teatri, e magari incontrare Seneca suo amico prediletto.

Celebri nell’antichità furono le ville suburbane di illustri personaggi, che qui godevano del clima e del paesaggio. Un esempio famoso è il Pausilypon, la villa marittima di Publio Vedio Pollione, un cavaliere di origine beneventana partigiano di Augusto e citato da Cicerone per la sua cattiva fama di “spregiudicato politicante”. Si trattava di un complesso di edifici con un’estensione stupefacente, occupante gran parte della sommità di Posillipo fino ad affacciarsi alla cala di Trentaremi, con una superficie addirittura superiore a quella di Neapolis stessa.

Altra celebre residenza marittima fu il cosiddetto Limon (il prato), ubicata tra Posillipo ed il Castel dell’Ovo di proprietà di quello stesso Pollio Felice che aveva un’altra famosa residenza a Sorrento, sui bagni oggi detti “della regina Giovanna”.
Se ne potrebbero aggiungere molte altre. Da Nisida a Pizzofalcone fu tutta una meravigliosa scenografia di edifici di piacere inseriti in un panorama unico al mondo, dove dominavano tre soli colori, il verde della macchia mediterranea, l’azzurro del mare e il giallo del tufo. Anche Neapolis fu colpita, sebbene in misura minore, dal terremoto del 62 e dall’eruzione del 79 d.C., fu quindi ristrutturata in epoca flavia ed antonina e circa un secolo dopo fu oggetto di un importante cambiamento istituzionale trasformandosi da Municipio in colonia, la “Colonia Augusta Antoniniana Felix Neapolis”.

Durante il primo secolo dell’impero la città vive quindi dignitosamente la sua esistenza di città di media grandezza. Suoi impegni principali sembrano essere solamente quelli legati agli agoni ginnici e letterari, come i Sebastà, le Italidi o i giochi Isolimpici.. La sua economia invece era legata in massima parte alla presenza dell’importantissimo porto di Puteoli. La ricchissima città flegrea era la sede della “Classes Alexandrina”, la flotta mercantile che faceva spola tra Puteoli ed Alessandria per il rifornimento granario di Roma. Neapolis beneficiava molto dei traffici legati al trasporto del grano e delle altre derrate, facendo da tramite con le altre cittadine costiere ed interne della Campania.

Il secolo d’oro puteolano però volge alla fine. Con la costruzione dei nuovi porti di Traiano a Ostia-Fiumicino e a Centumcellae (Civitavecchia) nei primi anni del II secolo, iniziò la crisi. Il fenomeno del bradisismo accelerò ulteriormente il già veloce processo di decadenza della città flegrea che, nel volgere di pochi decenni, si ridusse da maggiore porto del mediterraneo occidentale a semplice scalo regionale che alimentava la sua economia quasi esclusivamente per la presenza del vicino e ricco centro termale di Baia.

Nella polis partenopea invece la crisi si manifestò con evidenza nei due secoli successivi. Fino al IV secolo la struttura viaria cittadina risulta curata e restaurata, così come i suoi edifici pubblici, l’acquedotto, la cinta muraria ed il porto. In particolare le numerose costruzioni termali risultano ancora perfettamente funzionanti fino alla tarda antichità. Nel secolo successivo si mostrarono invece i primi importanti segni del declino. La città si contrae su se stessa, le zone coltivate non sono più oltre le mura ma vengono ospitate all’interno della cinta mentre l’impianto viario cittadino risulta parzialmente in disuso. Il porto invece è lo specchio della crisi profonda in cui sembra precipitare la città in età tardoantica: non più dragato dei residui dei frequenti fenomeni alluvionali né risistemato in chiave più funzionale da decenni, si interrò progressivamente fino a scomparire del tutto. Alla fine dell’Impero Neapolis non aveva più il suo porto.

Le risorse cittadine nel V sec. d.C. vengono impiegate invece per rinforzare la cinta muraria, che viene ampliata particolarmente nel lato occidentale. I Goti sono alle porte, sta finendo un’era. Neapolis si prepara ad ospitare l’ultimo imperatore. Ma si prepara soprattutto ad un cambiamento epocale. Nel corso di pochi decenni finirà di essere un piccolo centro di poca importanza. Nascerà la Napoli bizantina e paleocristiana e nascerà il ducato.

Partenope studia per diventare capitale.

Enzo Di Paoli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 21 Giugno 2018 e modificato l'ultima volta il 21 Giugno 2018

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