fbpx
giovedì 4 giugno 2020
Logo Identità Insorgenti

STORIA DI UNA CAPITALE

Publio Papino Stazio, primo poeta napoletano

Storia di una Capitale | 24 Maggio 2018

Era stanco quel giorno di agosto Publio Papinio. Il caldo torrido di quell’estate napoletana gli intorpidiva la mente e le membra. Cercò quindi di scuotersi dalla pigrizia e con non poco sforzo si sollevò dal triclinio. La sua villa suburbana era davvero bella immersa nel sole, e dai grandi portici che affacciavano sul mare poteva ammirare i due golfi, quello napoletano e quello di Puteoli.

Osservava attento le piccole liburnae veleggiare tra le due città e poi, a seguire, le navi onerarie della grande flotta alessandrina che dall’Egitto trasportavano il grano romano a Puteoli.

L’Urbe… quanti ricordi gli suscitava, quanta nostalgia di quei tempi dorati quando era tra i preferiti del principe, lui giovane poeta alla corte del grande impero. E quante soddisfazioni e che orgoglio ascoltare i commenti compiaciuti del divo Domiziano, fresco reduce dalle campagne daciche e germaniche.

Ma i tempi cambiavano, le mode cambiavano, e anche i preferiti dell’imperatore cambiavano in fretta. Dopo la vittoria nell’agone albano del 90 d.C. fu sconfitto nel 94 nel certame capitolino, lui, il grande Publio Papinio, sconfitto. Sconfitto da Collino, un carneade qualunque, uno sconosciuto. Eppure a Roma era ancora molto amato, la fama per il suo poema principale, la Tebaide, era ancora grande e Domiziano lo considerava un po’ il nuovoVirgilio. Publio non nascondeva il suo orgoglio per questo ed il fatto di essere accostato al grande Marone lo esaltava anche oltre i suoi meriti. La sconfitta però lo aveva in parte privato della grazia imperiale e lui, il sommo Publio Papinio, mal sopportava di essere messo in disparte. Decise quindi di tornare a casa a Napoli, la sua Napoli, il suo rifugio dopo gli anni e le delusioni romane. Aveva circa cinquanta anni, un’età avanzata per l’epoca e sentendosi depresso e prostrato gli fu consigliata un’esistenza più sedentaria e regolare.

La villa partenopea era la soluzione migliore, lontana dalla vita gaudente cittadina, ma abbastanza vicina da non essere troppo isolata, e poi nella poco distante Baia avrebbe potuto curare alle terme imperiali i suoi malanni e godere dei bagni di mare. E tanti amici avrebbe potuto incontrarvi, se ne avesse avuto voglia. Ma forse in quel periodo la voglia non era tanta.

Napoli amava la vita, il teatro, la musica, la poesia mentre a Baia, in fin dei conti, le giornate assomigliavano un po’ troppo a quelle della ricca società romana. Gli mancava la sua cara moglie che ancora indugiava a Roma, restia a trasferirsi. E a lui venne in mente la mitica Cuma, “la patria Cuma”, con la casa della Sibilla, e i luoghi del mito: ” Il capo Miseno ricordato dal remo troiano, i ricchi vigneti del bacchico Gauro e Capri là dove ai trepidanti nocchieri lucente come la luna che vaga di notte splende emulo il faro, e i colli di Sorrento, cari al forte Lièo, che il mio Pollio dalla sua casa come nessuno fa crescere, e le sorgenti termali di Dimidia e Stabia risorta”.

Sono parole queste dedicate a sua moglie, che egli spinge a raggiungerlo sentendo prossima la fine. E ancora: “ Ti racconterò i mille incanti della mia terra, basta, basta averti detto questo, moglie mia: per te ha messo al mondo me, ha stretto te a me come compagno per lunghi anni. Non ti pare questa terra degna di essere madre e nutrice di entrambi? Sono io ingrato che aggiungo parole e dubito dei tuoi costumi: tu verrai carissima moglie, anzi, mi precederai. Senza di me il signore dei fiumi, il Tevere, e la rocca del guerriero Quirino ti sembreranno brutti”.

Tratte dalla poesia Ad uxorem facente parte del componimento Silvae, queste liriche sono il testamento di Publio Papinio Stazio. Inconsapevolmente, forse, tra un poema e l’altro scrisse versi più leggeri, ma più diretti e freschi, liriche d’occasione, abbozzate e improvvisate, ma spontanee e sincere. Qui, tra l’affetto per la sua terra e quello per la sua adorata moglie, troviamo il vero Stazio, il primo napoletano che cantò l’amore. Publio si alzò quindi da quel triclinio e si diresse nella grande esedra scoperta. Un rapido sguardo nel golfo, poi si accostò al tavolo. Prese il calamus, un rotolo di papiro e cominciò a scrivere. Voleva scrivere qualcosa di grande, lui che era stato accostato al grande Virgilio. Pensò alla guerra di Troia, al grande Achille e alle sue gesta. Il tempo non gli sarebbe bastato.

Enzo Di Paoli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 24 Maggio 2018 e modificato l'ultima volta il 24 Maggio 2018

Articoli correlati

Storia di una Capitale | 18 Ottobre 2018

Il sangue e il fuoco della nostra identità

Storia di una Capitale | 14 Settembre 2018

STORIA DI UNA CAPITALE

San Gennaro, anima e sangue dei napoletani

Storia di una Capitale | 28 Giugno 2018

STORIA DI UNA CAPITALE

Virgilio, la Sirena e l’ultimo imperatore

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi