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STORIA E IDENTITA’

Santa Lucia nell’800: l’acqua d’ ‘e mummarelle e la festa della “Nzegna”

Identità, NapoliCapitale, Storia | 13 Dicembre 2017

 

Santa Lucia è un rione storico tra i più antichi della città di Napoli; parte del quartiere San Ferdinando, deve il suo nome alla fondazione del santuario di “Santa Lucia a Mare” nel IX secolo. Fino al 1895 il quartiere aveva diretto accesso al mare, ma col risanamento e la realizzazione di via Partenope, l’attuale via Santa Lucia fu ridotta a strada interna, come la via Chiatamone, strada di svago del popolo e della borghesia che fino a quell’epoca risultava panoramica.

“Santa Lucia nei tempi remoti non era che un piccolo borgo di poveri pescatori, sotto il monte Echia, nella regione Luculliana, dove oggi sorge il castel dell’ovo e le grotte Platamoniche. Ma Napoli estese a poco a poco le sue braccia e la raccolse nel suo grembo: Ma per quante metamorfosi abbia subite, per quanto si sforzi la civiltà moderna a cambiare la faccia della sua prima origine, nell’intimo quel luogo è sempre lo stesso, cioè il luogo dei bagni, delle cene dei Romani, e quei cuori sono sempre della stessa antica tempra. I Luciani hanno dialetto diverso dai cittadini di Palepoli, modi più semplici, fieri dei loro diritti e delle loro costumanze, si sono nei tempi difficili della città dimostrati generosi, affabili, disinteressati.”(1)

“La strada Santa Lucia, delizioso e popolato paesaggio estivo, offre l’amenissima prospettiva del golfo di Napoli. Le sorgenti dell’acqua sulfurea e ferrata che ivi sgorgano, i camerini da bagno che sul mare si costruiscono all’entrar del sole in leone, e la quantità squisita di crostacei che ivi si vendono, richiamano qui nei mesi di luglio ed agosto la massima parte della popolazione di Napoli abituata ad abbeverarsi di quelle acque salutari. Da ciò, un ininterrotto ed indistinto vocio, un eterno urtarsi di bicchieri, e beato chi riesce ad avere una sedia fra le migliaia che lateralmente la strada, o sulla banchina si vedono schierate. E mentre in questi punti si vede il brulichio che la gente combatte, grida e schiamazza per avere un bicchiere d’acqua, nell’opposto lato 100 tavolini coperti di biancheria si scorgono circondati da cento brigate, che tra le bottiglie e le vivande, rallegrate spesso da suoni e canti, senza mancar mai la brillantissima tarantella. Intanto una doppia fila di galanti cocchi sta in mobile in mezzo la strada, o trattenuta dalla sempre crescente folla, o dal desiderio di acqua minerale, o anche per ammirare la straordinarietà e vaghezza dello svariato spettacolo veramente unico al mondo.”(2)

I “Luciani” erano considerati intimi della casa Reale, e godevano della proprietà della fonte dell’ “acqua ferrata”, una fonte ancora esistente ma non usufruibile. I Napoletani anche delle province percorrevano chilometri per poi ritornare ai propri paesi con l’acqua ferrata, che prese il nome popolare di “acqua de mummarelle”perché trasportata con le “mummare”, ovvero anfore di terracotta:

“Per antica consuetudine i Luciani godono la proprietà delle acque minerali, nei tempi andati l’acqua Luculliana, detta ferrata, decretata dalla città di uso pubblico per cittadini e stranieri senza eccezione alcuna, come si legge nella lapide del Chiatamone:

“Appartenendo al nostro tribunale la piena cura su questa acqua ferrata sperimentata ai nostri cittadini, e concorrendo all’uso di essa moltissima gente bisognosa della virtù di lei, perché tutti senza la minima eccezione possono goderne dell’utile, senza dispendio alcuno, ordiniamo che nessuno ardisca intromettersi nella distribuzione di essa acqua, senza espressa licenza del nostro tribunale, sotto pena di ducati 50, e mesi sei di carcere in San Lorenzo, primo di Settembre del 1731 (1)

Santa Lucia, ieri come oggi, era una delle principali passeggiate estive Napoletane:

“Avanza l’ora del giorno, ed è questo il tempo di scendere a Santa Lucia per respirare l’aria della marina. Percorre la via del Gigante lunga tratta di gente di ogni età, sesso, e condizione; che all’acqua sulfurea va il nobile e il plebeo come ad una sacra festa. Marinari, carrozze che si fanno strada in mezzo la calca, acqua, bicchieri, tarallini, urli, canti, gridi: ecco Santa Lucia in giorno festivo… Se poi volete vedere la fonte dove scaturisce l’acqua sulfurea, scendete per la grande scalinata, e dall’una e l’altra parte vedrete piramidi di tarallini costruite a maglia elevarsi dalle ceste dei venditori, e fra cento donne che vi sollecitano a bere troverete in un misterioso ed oscuro grottone, tempio salutare di migliaia di gente. Un indistinto suono di voci, di grida, di canti unito al rumore delle acque scorrenti, un andare e salire dalla profonda fontana, un frastuono ove spicca l’acuta parole femminile: – oh chi veve, fredda fredda, oh chi veve!” (1)

Come oggi, si accedeva a via Santa Lucia tramite l’attuale via Cesario Console, detta “strada del Gigante” per la presenza fino al 1807 di una statua dalle dimensioni colossali che guardava verso piazza del Plebiscito, appunto detta “del gigante”:

“Fino al 1600 questa strada era ingombra tutta di poveri abitati di pescatori, formando piuttosto una rozza borgata che una via di città Capitale. Gusmano di Olivares, vicerè spagnolo, cominciò a togliere via quelle casucce ed a facilitarne la discesa. Quel tratto di strada che dalla reggia viene giù fino al mare, era già denominato via Gusmana dal suo nome; ma avendo messo una statua di Giove Terminale fu detta del gigante. Ebbe poi il nome di Santa Lucia da una chiesa intitolata a questa Vergine che fu demolita per allivellare la strada.”(3)

Come quartiere la cui economica era basata principalmente sulla pesca, aveva il suo mercato ittico sulla banchina che era detta “dell’acqua sulfurea”:

“La banchina detta dell’acqua sulfurea fu fatta costruire da Ferdinando II. Sulla banchina sono in giro, al basso, ampli magazzini, e sopra di lato, baracche di legno ove vedesi i così detti frutti di mare, squisiti molluschi di cui facciamo gustosissimo pasto. Fra questi sono i dolci e teneri solenni “Cannolicchi”, le ostriche, il poco meno pregevole “spuonnolo”, le donaci o telline (tonninole), ed i murici denominati “scuncigli di mare”. Bello è vedere nelle serate d’estate, specialmente quando la luna inargenta, coprirsi quella via soprattutto nella parte dei fabbricati, di tavole apprestate ad aria aperta ove non mancano i nazionali vermicelli, i pesci freschissimi, e gli indicati frutti di mare: nel mezzo della banchina è la fontana di Giovanni de Nola.”(3)

“Nel mese di agosto la contrada di Santa Lucia, campo delle tende della milizia e delle corporazioni degli ostricari, diviene campo dell’allegrezza marinaresca. I “Barchettaiuoli” indossano il più bel calzone e il più bello dei berretti che possiedono, le famigliole si levano e si preparano facendo baldoria. Nelle circostanti osterie fumigano i manicaretti, il pesce in salse piccanti, i vermicelli col cacio o nel sugo di pesce, il baccalà fatto col pomodoro e mille altre pietanze. Marinai accorrono da ogni parte canterellando, altri con le nacchere e il tamburo accompagnano la tarantella nazionale, altri alla riva chiamando avventori alla festa, e nel mezzo della gioia universale, i fanciulli e i giovinetti tutti in un attimo e vestiti, giù nell’onda si capovolgono, toccando il fondo poi risalendo a galla alla supina come morti, poi guazzando tra loro facendo catena. Sembra che gli antichi tritoni onde la favola popolava quella riviera, emergano dal fondo, consapevoli della festa e guazzino con loro”(4)

Tra le tante tradizioni Santa Lucia vanta una particolare usanza oggi quasi dimenticata: La festa detta della “Nzegna”:

“ Tranne che dai marinai, e forse sconosciuta a molti Napoletani la strana usanza del popolino di Santa Lucia, in occasione della festa detta “d’ ‘a Zegna” che ricorre il 28 agosto, giorno di S.Agostino. Secondo questa pericolosa usanza, dall’alba del 28 agosto tutte le persone, gli innocui in special modo, che per loro sfortuna sono presi dai festaiuoli sulle banchine di Santa Lucia nuova e Santa Lucia vecchia, sono gettati irrimediabilmente in mare. L’anno scorso, se non andiamo errati, questa sorte tocco ad un prete, un militare, ed a parecchi scugnizzi.” (5)

Ci sono prove che la festa si sia svolta fino agli inizi degli anni 50 del novecento. I partecipanti portavano costumi di epoca Borbonica, e venivano scelte ogni anno tra gli abitanti del quartiere le controfigure di Ferdinando IV e Carolina, che in occasione della giornata sfilavano in carrozza con gli abiti reali per le strade del rione, tra gli applausi e le ironiche acclamazioni degli spettatori.

Carmine Sadeo

(1) I venditori di acqua sulfurea di Emanuele Bidera, 1853
(2) L’osservatore di Napoli, seconda edizione, 1855
(3) Descrizione della città di napoli, di Gaetano Nobile, 1855
(4) I Marinai, di Carlo T. Dalbono, 1853
(5) “Il Mattino” del 29 agosto 1904, estratto da storia fotografica di Napoli, di A.Wanderlingh, 2005

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