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STORIE DEL VOMERO

Castel Sant’Elmo: testimone di bellezza e ribellione

NapoliCapitale, Storia | 24 Ottobre 2019

Castel Sant’Elmo e la sua presenza a dominare, dall’alto della sua possente struttura, la forza di un quartiere collinare, il Vomero appunto, a lungo considerato, dai più, luogo ameno, quasi bucolico, e quindi senza anima e storia.  Un quartiere che, per la verità, già in epoca greco-romana rappresentava un percorso obbligato per raggiungere Pozzuoli, con la sua ‘Via Neapolim Puteolis per colles’ almeno fino agli scavi che portarono alla realizzazione della galleria Mergellina-Fuorigrotta.               Inoltre, se per secoli l’area della collina del Vomero era stata prevalentemente considerata, per le sue caratteristiche naturali, a vocazione agricola (e non solo: il canto delle lavandaie del Vomero ci racconta dell’uso dei torrenti locali per provvedere ‘al bucato’), con la costruzione del Chiostro Certosino, nel 1325, la zona cominciò a popolarsi. Infatti, con l’avvento degli Angioini e l’assunzione della città a capitale del Regno, Napoli si arricchì di chiese monumentali e castelli tali da essere adeguata agli standard urbanistici delle città francesi. E fu appunto un re angioino, Roberto detto il saggio, che, secondo le prime notizie storiche sul Castel Sant’Elmo, nel 1329 ordinò la costruzione del Palatium castrum vicino al Chiostro, sulla sommità della collina di Sant’Erasmo, sostituendo l’antico torrione di vedetta normanna. I lavori furono ultimati nel 1343 sotto il regno di Giovanna I D’Angiò.

Il Castello è stato testimone di numerosi assedi tant’è che nel 1537 fu ordinato al Viceré Pedro de Toledo di far ricostruire un nuovo castello, sul luogo del precedente. La pianta di tipo stellare, quella che attualmente caratterizza l’edificio, consentiva un controllo globale della città e delle zone limitrofe. Inoltre, cinto da un fossato esso era dotato di una grande cisterna per l’approvvigionamento d’acqua, mentre, in prossimità del fossato, una piccola chiesa fu dedicata nel 1682 a Nostra Signora del Pilar.

In realtà, fu proprio durante periodo in cui il Regno fu governato dal Vicereame spagnolo, che la collina del Vomero si andò progressivamente popolando a causa di un vertiginoso aumento demografico, iniziato già con gli aragonesi, e dovuto anche alla forte immigrazione dalla penisola iberica e dal resto del regno. Fenomeno che aveva reso necessario di allargare il territorio cittadino, dirigendo lo sviluppo urbanistico della città (allora solo pianeggiante) in prospettive anche verticali. Ovviamente, la fama di salubrità della quale godeva la zona, aveva fatto il resto.

Carcere di prigionieri illustri (il filosofo Tommaso Campanella, la Principessa di Conca Giovanna di Capua), il Castel Sant’Elmo più di altri castelli cittadini ha partecipato a momenti drammatici della vita di Napoli in epoca moderna. Durante la rivolta di Masaniello ospitò l’allora Viceré duca d’Arcos in fuga dalla città, che dall’alto riuscì a controllare i movimenti del popolo ed ad organizzare le contromisure necessarie per riprendere il controllo della situazione. Centocinquanta anni dopo, nel 1799, esso fu utilizzato come presidio dei giacobini napoletani che qui piantarono il primo albero della libertà, innalzandovi la bandiera della neo-nata Repubblica Napoletana: ignari di un destino avverso, che solo sei mesi dopo li avrebbe privati della propria personale libertà e che avrebbe trasformato quel castello nel carcere dal quale uscirono solo per andare a morire, condannati a morte per ‘alto tradimento’.  In questi, come in molti altri casi, i monumenti non esprimono solo bellezza, ma raccontano una storia, spesso drammatica il più delle volte dolorosa, ma comunque appassionata e ci testimoniano un sentimento civico da cui è necessario attingere, quando ci si batte per percorsi culturali irrinunciabili, per crescere in consapevolezza ed impegno.

Gianpaola Costabile

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 24 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 24 Ottobre 2019

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