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STORIE DELL’ALTRO MONDO

Una napoletana nella Cuba degli anni ’70

Altri Sud | 14 Marzo 2019

Di Cuba non si parla molto. Per la maggior parte di noi sta lì in un angolino della memoria a fianco alle immagini del Che che guarda verso il futuro con il basco in testa, a quella di lui morto che somiglia al Cristo di Mantegna, alle case colorate e alle automobili americane anni ’50.

C’è capitato invece di conoscere una signora, napoletana, che a Cuba ha vissuto per sei anni, dal 1987 al 1993 e stava lì, all’Avana, come corrispondente di un giornale: L’Unità. Cofondatrice insieme ad altri e poi condirettrice insieme a Gianni Minà della rivista Latinoamerica, professore associato di Lingua e Letterature Ispanoamericane all’università di Napoli l’Orientale, autrice nel 2011 di Racconti di Cuba, da sempre attenta alle vicende ed alla letteratura del continente americano su cui tiene un blog.

La rivista “Latinoamerica”

L’abbiamo incontrata per caso alla proiezione di un film recentissimo sugli avvenimenti di Santiago del Cile ai tempi del colpo di stato di Pinochet contro il governo di Salvador Allende: Santiago, Italia.

Prima della proiezione prende la parola questa signora col caschetto di capelli bianchi. La cosa più bella è che non urla concetti astratti, parla con calma ma profondamente. Dentro le sue parole l’intenzione suona vera, e allora ci viene subito l’idea di andarla a cercare nei prossimi giorni.

Mi ricordo solo il cognome, poi la vedo sui social, in una foto di quella serata, e allora riesco a rintracciarla. Le scrivo, poi le telefono.

Ho appuntamento in una mattinata di sole pieno, dopo due giorni di vento di grecale: l’aria è limpida e colorata d’inverno. Arrivo in bicicletta e la metto nel cortile.

Mi accoglie nel soggiorno. Intorno sento la presenza di quadri molto belli, ma non ho il tempo di osservare: ha troppe cose da dire.

Ero curioso di sapere da qualcuno circa i miei dubbi su quello stato strapieno di petrolio, il Venezuela, sotto attacco in questi giorni. Mi ha accolto a casa sua per rispondere ai miei dubbi.

Poi mi viene l’idea che il Sud America sia un mondo così carico di belle energie e così poco raccontato dalle nostre parti che le ho chiesto se, quando vuole, mi racconta di Cuba, io sto solo a sentire.

Alessandra Riccio

Eccovi il suo primo racconto.

Oggi ho una domanda sola, le dico: vorrei ascoltare del tuo primo giorno a Cuba.

Non mi risponde subito, ha un’altra cosa grande da dire.

La lingua spagnola, devi sapere, anzi il castigliano, perché nella penisola iberica di lingue ce ne sono molte (il catalano, il basco, il gallego) è stata un modo di unire un continente.

Perché con le caravelle di Cristoforo Colombo quelle lingue, in Sud America, sbarcarono tutte. Però poiché le disposizioni ufficiali da Madrid erano in castigliano, fu questa la lingua che prese il posto centrale, la lingua ufficiale, quella per comunicare al di fuori dei singoli gruppi linguistici particolari. Ecco perché sono contentissima che il prossimo salone del libro di Torino abbia messo questa lingua al centro, ed un libro bellissimo, di Julio Cortázar: “Rayuela” .

All’inizio non avevo capito esattamente perché mi avesse detto tutto questo. Poi piano piano mi è stato chiaro che conteneva due grandi ragioni: la prima è che questa lingua sempre un poco bistrattata, considerata di serie B rispetto per esempio all’inglese e al francese, per una volta sarà al centro dell’attenzione; la seconda è che al centro ci sarà uno dei libri e degli autori da lei preferiti. Insomma, finalmente il mondo parla un poco, di nuovo, di loro.

Una borsa di studio

Va bene, ma tu volevi sapere del mio primo giorno a Cuba.

Allora… io avevo vinto una borsa di studio del Ministero degli Esteri italiano, perché all’epoca c’era un istituto Italo Latino Americano, voluto da Fanfani (esiste ancora ma si è ridotto moltissimo) per gli scambi commerciali e culturali tra i due paesi.

E allora, era la fine di settembre del ’77, o forse del ’78, parto per questi otto mesi nella capitale cubana.

Era una mia passione perché in quegli anni del boom della letteratura latinoamericana, avevo letto alcuni romanzi per me molto importanti. Uno è proprio “Rayuela” (in Italia si chiama: “Il gioco del mondo”), un grande libro sentimentale, bellissimo, e poi avevo letto “Paradiso”, di Josè Lezama Lima, uno scrittore cubano.

Questo secondo libro per me era stato proprio rivelatore, meraviglioso, tanto che avevo scritto all’ autore e lui mi aveva risposto un paio di volte. Allora volevo conoscerlo.

Quindi andavo a Cuba soprattutto per questo scrittore e per un altro, di cui avevo tradotto un libro, che è Alejo Carpentier. Un grandissimo, anche questo, scrittore cubano. Perché, sai, all’epoca esisteva la “Editori Riuniti” che era la casa editrice del partito comunista e che quindi aveva questo sguardo su quelle cose del mondo. Era una delle cose che facevano parte di quella che, come diceva Rossana Rossanda, “era una grande costruzione”. Solo dopo molto tempo ho capito cosa volesse dire lei con quelle parole: il partito comunista era un insieme di tante cose, tra le quali tu potevi trovare quella che ti corrispondeva.

Insomma piglio e vado.

All’epoca non esisteva nessun volo diretto, però ti devo dire che, contrariamente ai racconti dei viaggi di molti, per esempio dei primi viaggi di Garcia Marquez, che per arrivare a l’Avana dovevano fare percorsi da giro del mondo, io fui molto fortunata.

Mi pagai un viaggio in sole due tratte: Roma-Madrid, Madrid-l’Avana, con uno scalo intermedio alle isole Azzorre.

All’atterraggio su quelle isole mi svegliai e mi sembrava un sogno: vedevo le palme, in mezzo a questo oceano Atlantico, sembrava l’avventura dei più famosi scrittori. A quei tempi gli aerei non erano affollati come oggi: era quasi tutto vuoto, per questo potevo dormire sdraiata su tutta la fila di sedili. Poi, mi ricordo, un signore messicano, seduto in una fila dietro la mia, mi offrì dello champagne. Insomma, mi pareva di vivere in un romanzo.

Atterrati a Cuba, quando si apre la porta dell’aereo ed esco dal portello l’impatto è forte: appena lasci l’aria condizionata dell’aereo è come entrare in una sauna, caldo umido, e poi il tropico lo senti anche perché ha proprio un odore.

Scendo la scaletta, non c’è nessuno shuttle di collegamento, vado a piedi, in questo piccolo aeroporto scassatissimo, verso lo scalo e, in alto, leggo una scritta enorme:

“Aeroporto Josè Martì, Cuba, territorio libre en America”

In quel momento dici: allora è vero; capisci?… era emozionante.

Due coinquiline sovietiche

All’aeroporto mi viene a prendere una signora del Ministero degli Esteri cubano, a me e ad un signore di un paese dell’Est che non ricordo.

Accompagniamo prima lui all’Hotel Nacional. Devi sapere che quell’albergo è un posto mitico: l’albergo dei grandi scrittori di passaggio per Cuba.

Non me lo dice ma le devono essere passati nella testa almeno dieci libri che ne parlano. (Ma lei è sintetica. Si, questo è un mio problema: di una cosa voglio sempre estrarre il succo, non mi piace sbrodolare le cose).

Poi la signora mi accompagna in una strada carina, con tanti alberi, dove c’è una villetta un poco sgarrupata pure questa, come quasi tutto. Quando c’è stata la rivoluzione a Cuba molti ricchi sono andati via, verso gli Stati Uniti, lasciando le loro case. Allora il governo le ha nazionalizzate. Era una di quelle case.

Alla finestra, affacciate, c’erano delle ragazze giamaicane che avevano appeso alle grate degli slip e delle magliette ad asciugare. Era una casa di sole donne, ed era lì che sarei dovuta stare, in una stanza insieme a due ragazze sovietiche.

Te la immagini tu una donna di trentacinque anni, con due figli, che deve fare la vita della studentessa fuori sede? Ecco, mi sentivo un poco spaesata. All’epoca facevo la radical chic capisci, mi dava fastidio.

Appena arrivo le due ragazze mi dicono: dai stasera vieni con noi, ci vengono a prendere e ci portano al mare. Per me che il mare è un elemento imprescindibile della vita, la risposta fu“sì”, o forse neppure risposi. Ero appena arrivata, non ci stavo ancora capendo nulla, ero come un pacco postale, non decidevo niente, non davo nessun contributo.

Mi ricordo solo che arrivammo sulla spiaggia. Le due ragazze e i nostri accompagnatori andarono a fare il bagno in slip e reggiseno. A me non sembrava… Va bene, punto, la scena finisce qui.

Insomma: il caldo, lo sgarrupamento, le cucarachas, questi insettoni enormi che somigliano a scarafaggi che, mi dicevano: “stai attenta tu che hai i capelli lunghi perché quelli volano e possono impigliarcisi dentro”. Allora di notte dormivo come una specie di mummia: con la testa tutta avvolta nelle lenzuola, con quel caldo.

Poi la mattina devi aggiungere che quelle due ragazze sovietiche, che si svegliavano molto presto per andare a fare del lavoro volontario prima di andare a studiare, (perché loro facevano parte del Komsomol, l’unione della gioventù comunista leninista) mi svegliavano portandomi, pensando di farmi una grande gentilezza, una bella tazza fumante di zuppa di verza, la loro colazione abituale.

Alessandra Riccio (a sinistra) con una delle due ragazze sovietiche (foto concessa da A. Riccio)

Altro che cappuccino, penso io. Penso che ti ho fatto un quadro della cosa almeno parziale. Che dire: annuisco senza fiatare.

Poi a pranzo andavamo in una casa di fronte: lì c’era la mensa.

Ti davano un piatto di alluminio con tutti gli scomparti. C’era soprattutto polenta (polenta? a 35 gradi? penso ma non voglio interrompere il filo del ricordo, o forse soprattutto questo suo parlare musicale) con un uovo, poi frutta, un bicchiere di ottimo latte, e il “dulce” che in realtà sono confetture di frutta. Insomma una cosa ben pensata, bilanciatissima da un punto di vista alimentare. Però lo dice con un tono che non capisco se è convinta o meno.

Il romanzo della rivolucion lo scrivi tu

L’idea dei miei professori, all’Orientale, io all’epoca ero assistente ordinaria, era che mi dovessi occupare del “romanzo della rivolucion”.

Una rivoluzione, dicevano, deve creare per forza la sua letteratura. Poi andando lì mi accorsi che invece era una stupidaggine enorme; casomai esiste il romanzo di quando finisce una rivoluzione, della decadenza di una rivoluzione, vabbè. E allora parto con quella idea nella testa.

Si porta dietro quell’idea ma soprattutto mi portavo nella testa un sacco di libri che avevo letto sul Sud America e dei suoi scrittori.

Il fatto che non esistesse un romanzo della rivolucion alla fine però fu il mio vantaggio perché la mia tutor mi disse: “va bene e allora vai in giro a parlare con gli scrittori cubani e quel romanzo lo scrivi tu”.

Fu un’occasione unica: non avevo altri impegni da svolgere se non quello, avevo il motivo e tutto il tempo per poter andare in giro e farmi un’opinione.

L’unico problema è che a L’Avana tutto era improbabile: gli autobus non passavano o quando passavano magari si rompevano, faceva un caldo tremendo e muoversi a piedi per quella città estesissima non era facile.

Sti scarafaggioni in agguato e neppure mi potevo comprare il baygon perché anche se avevi i soldi per comprarlo, il baygon a Cuba non c’era proprio. Però passavano ogni quindici giorni a disinfettare la casa e ci portavano sapone, dentifricio… anche la cromatina per le scarpe, quegli scarponi che usavano all’epoca.

Erano gli anni che chiamarono i “dieci anni grigi” poi i “cinque anni neri” perché il Che era morto, la “grande zafra” (la grande raccolta della canna da zucchero a cui Fidel aveva chiamato tutta la popolazione, con l’obiettivo di raccogliere dieci milioni di tonnellate. Arrivarono solo a nove) era fallita e allora l’Unione Sovietica li inizia ad aiutare economicamente; però in cambio vuole, da quel popolo così “variopinto”, almeno un po’ di disciplina.

Allora hanno le divise: le donne con la minigonna ma di un tessuto sintetico molto spartano, la camicetta, e scarpe e scarponi da pulire con la cromatina.

Una poliziotta cubana

Una mattina mi ricordo che stavo aspettando alla fermata del bus e c’era un ragazzo che aspettava anche lui con in mano una fiocina per pescare, manco a dirlo, tutta scassata pure quella. Ad un certo punto vedo venirci incontro una poliziotta.

Gli si avvicina e gli dice: “Ah mi amor, esto no esta bien, devi stare attento, sull’autobus con quello puoi far male a qualcuno”. Io rimasi esterrefatta da quel bellissimo modo di approcciare la cosa; piano piano imparavo cos’era davvero quella rivoluzione.

Poi ogni tanto arrivavano dall’Italia i compagni del partito, con i viaggi dell’Unità.

La cosa più divertente era che dopo tre minuti che erano sbarcati avevano già le soluzioni a tutte le inefficienze che vedevano in giro.

Magari arrivavano e gli si avvicinava il facchino dell’albergo che voleva portare la loro valigia, e loro subito: “no, compagno! la porto io”, senza capire che lo stato aveva dato un compito a tutti, anche cose piccole magari, ma era un motivo per farli uscire di casa la mattina e fargli sentire che davano anche loro un contributo.

Per esempio all’Hotel Nacional, in ogni ascensore c’era una donna che non faceva altro che premere il pulsante del piano. Molte erano ex prostitute che in quell’albergo, prima della rivoluzione, avevano fatto quell’altro lavoro.

Il problema era che quando si incontravano ad un piano, erano due ascensori uno di fronte all’altro, si fermavano a chiacchierare tra loro: “hai visto che è successo nell’ultima puntata della telenovela?…”, mentre la gente stava ai piani ad aspettare. Queste inefficienze erano quelle che ai compagni che venivano dall’Italia davano molto fastidio.

Insomma ti devo dire la verità che fra tutte le arrabbiature, tutte le critiche, tutte le inefficienze, alla fine ho capito la cosa fondamentale, e cioè che quella rivoluzione, sempre, quando ha individuato l’errore, ha cercato di correggerlo. Che è la cosa principale, perché, come si dice: “nessuno nasce imparato”.

Insomma anche se era il periodo grigio, quello sotto la cappa sovietica, come ti ho detto, era bello: ho imparato tante cose ma soprattutto si incontravano persone molto interessanti, molto aperte, molto cordiali. Anche se la vita, pure quella degli artisti, aveva i suoi problemi, come quella cappa di autocensura che ognuno si sentiva, perché qualunque cosa poteva essere interpretata come contro la rivoluzione.

Una sorpresa quando torno a Napoli

Poi c’è una cosa molto divertente che è successa a Cuba ma me ne sono resa conto solo quando sono tornata a Napoli.

Un giorno stavo seduta sul marciapiede ad aspettare, come al solito, l’autobus, quando vedo passare un gruppetto di scrittori; tra i quali c’è anche Cortázar. All’epoca aveva circa 60 anni, ma lui, un uomo bellissimo, aveva questa cosa particolare che ne dimostrava sempre trenta. “Noi andiamo alla Bodeguita del Medio, vuoi venire?” mi dicono. Era il bar famosissimo dove andava pure Hemingway. Tra di loro c’era anche uno scrittore brasiliano, Ignacio de Loyola Brandão, molto amato da una mia collega dell’Orientale, e allora gli chiedo un’intervista da mandare a lei.

Bene, dopo il mio ritorno a Napoli, incontro quell’amica e mi dice che Brandão le ha inviato il suo libro, anzi due copie, una anche per me.

Quando lo leggo ci trovo scritto di una giovane donna vestita di bianco. Ogni tanto, lungo tutto il libro, compare, mentre l’autore si chiede chi sia questa donna che capisce non essere di Cuba; Poi, nel finale, scrive: “poi un giorno, mentre andavo con Cortázar ed altri amici alla Bodeguita del Medio la incontro e scopro che è una docente universitaria di Napoli”. Scopro così di essere diventata il misterioso personaggio di un libro di Brandão. 

Il mondo diventa, esattamente, come ce lo immaginiamo: lei tanto aveva sognato di libri che in uno, alla fine, c’era caduta dentro.

La “trinità” rivoluzionaria: Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos

Poi, per alcuni giorni, mi vennero a trovare i miei figli.

Io ero separata; all’epoca c’era ancora il divorzio, ma se ne discuteva e si preparava un referendum abrogativo. Marito e figli arrivarono in un viaggio organizzato. La cosa divertente era che io dicevo, per esempio: “sappiate che qui gli autobus non passano mai”, poi andavamo alla fermata e l’autobus passava dopo pochi secondi. Oppure: “gli autobus qui sono affollatissimi”, e qualcuno appena saliti ci offriva di portare per noi i nostri pacchi.

Quando sono ripartiti mi sono rasserenata e riconciliata con Cuba, forse perché non avevo più quella nostalgia inconfessata dei miei figli, tutto era diverso perché erano venuti qui e si erano divertiti.

Va bene, il primo giorno te l’ho raccontato.

Avete letto queste parole. Mentre parlava avevo mille domande, però non l’ho interrotta quasi mai: non volevo interrompere il suono, che ricordava quello delle storie raccontate con calma, nel silenzio, e che vengono da molto lontano.

Testo e foto di Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 14 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 14 Marzo 2019

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