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STORIE DIMENTICATE

Quella striscia bianca a largo di Palazzo dove passavano i nobili e gli scugnizzi tiravano pietre

Identità, Storia | 20 Settembre 2018

Largo di Palazzo. Era il glorioso nome di piazza del Plebiscito. Una volta il luogo, non incontrastato come vi racconteremo, del passaggio dei nobili partenopei. Ebbene la storia che oggi voglio raccontarvi riguarda Largo di Palazzo e la sua “striscia bianca”. Quando era già denominata Piazza del Plebiscito, in verità, la striscia bianca era citata ancora come tale, ad esempio da Matilde Serao che ne parla nel romanzo “Le amanti”, del 1894: “Nella piazza del Plebiscito, andando lentamente nella morbida luce lunare, la gente passeggiava sulla striscia di pietra bianca, innanzi alla fontana: e il grande getto d’acqua alto, sottile, sembrava una piuma bianca. immobile, tutta penetrata dalla luminosità della luna”.

Una memoria, quella della “striscia bianca”, dimenticata però già nei decenni successivi, come racconta Roberto Minervini in “Incontri del Sabato” (Edizioni Radio Italiana) edito nel 1956.

Dunque siamo all’inizio dunque degli anni cinquanta quando Minervini scrive: “I napoletani di oggi calpestano tutti, ormai, la famosa “striscia bianca” di piazza del Plebiscito, senza più il pericolo di sfidare, per questo, le ironie, le burle ed un certo spietato tiro al bersaglio, come più avanti si dirà e si spiegherà, che un tempo essi non avrebbero mancato di provocare, sia pure attraversandola in fretta, per un breve tratto soltanto. Forse i napoletani d’oggi non si avvedono neppure di quel bordo di pietra, diventata un po’ scura per la vecchiaia, destinato a segnare, fino alla proclamazione del regno d’Italia, il confine del cosiddetto Largo di Palazzo, ma in effetti di riservare una fascia di mattoni alle privilegiate scarpe dei nobili… passeggiata elegante di allora, di belle dame fruscianti e di baffuti damerini con il fiore all’occhiello, ma un po’ rischiosa, in particolare, per coloro che si avventuravano, impavidi e incoscienti sulla striscia, con il cilindro o il mezzo cilindro di prescrizione. Codesti raffinati esemplari della “sciccheria” partenopea, erano chiamati comunemente, dal volgo, Don Ciccilli, e dei loro copricapi venivano fatti segno, puntualmente, alla raffica di quei tali “ferboni” a cui si abbandonavano così volentieri e con tanta maestria gli scugnizzi dell’epoca in agguato con pietre e torsoli da scagliare come proiettili al canto di una canzonetta “Scustateve scustateve ca passa Don Ciccillo”. Una vera tragedia quella, tra il lusco e il brusco, alla quale la polizia non riuscì mai a porre riparo e neppure come sarebbe stato desiderabile e opportuno, un freno preventivo: i nobil erano testardi, i monelli ardimentosi e testardi più dei nobili”.

E qui a parte la riflessione sulla gioventù partenopea, scatenata in ogni epoca, ci tocca aprire una parentesi per spiegare, prendendo in prestito la definizione da Raffaele Bracale, la parola “ferbone”, oggi quasi del tutto in disuso.  Ferbone ha più significati, per Bracale: è un tessuto pesante simile al velluto, ma con pelo piú fitto, raso e consistente usato nella confezione dei cappelli a cilindro ( tuba) alti e con tesa breve. Ma è anche un ben preciso atto di dileggio consistente nel lanciar contro una tuba indossata un oggetto/proiettile o nell’assestare una manata contro una tuba indossata al fine di farla saltar via e dunque ferbone può essere anche l’oggetto stesso usato quale proiettile. Bracale spiega anche che etimologicamente la voce è un derivato in forma accrescitiva francese felpe.  “La scelta napoletana di rendere maschile una voce in origine femminile si deve al fatto che in napoletano un oggetto è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad  esempio, ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ).

Chiarito il significato etimologico anche del termine, andiamo avanti con la narrazione di Minervini. Eravamo rimasti alla guerra tra scugnizzi e nobili sulla striscia bianca di largo di Palazzo, conflitto che durò esattamente fino al 21 ottobre 1860. “I cappelli a cilindro non si videro più, le belle signore neppure, ma la striscia non rimase deserta, tutt’altro, in quanto da un verso essa fu riservata ai liberali e, dall’altro, ai borbonici, nostalgici di Francischiello, l’ultimo re partito in esilio e di cui essi richiedevano a gran voce la restaurazione. Altri scontri si verificavano così, su quelle pietre ancora candide che intanto erano state invase perfino dai più noti cabalisti della città che vi litigavano furiosamente nel mezzo, noché dalle balie con i pupi e dai bersaglieri con le piume in amorosa passeggiata, mentre gli aristocratici più inconsolabili, smesso il cilindro, ogni tanto tentavano singolarmente e con le debite cautele, di riguadagnare l’antico privilegio. Privilegio che, almeno in teoria, il popolo continuava per suo conto ad assegnare per burla alla nobiltà o a coloro, vestiti a fetta, che non erano fatti più segno ai “ferboni” ma equalmente alle ironie e alle facezie di ogni genere che avrebbero dovuto accompagnare, se ancora possibile, la traiettoria. E i nostri padri ripensavano, sorridendo, alla strana funzione della “striscia”, sulla quale essi icontravano i superstiti di un mondo già travolto e svanito.

Dagli innocui cospiratori legittimisti quei bersaglieri in compagnia delle balie erano mal tollerati: nella vastissima piazza, ribattezzata per piazza del Plebiscito, ma che essi si ostinavano a chiamare più che mai, come il loro Largo di Palazzo, in omaggio all’edificio della reggia, che ne costituiva il supremo incanto, dicevano di aspettare il ritorno, a prima sera, della banda di turno del reggimento della Guardia, quella che  suonava la ritirata lungo la striscia, preceduta da un lampioncino. Anche questa era un’inutile, sciocca attesa, ma per quelli che si illudevano di cospirare contro Cavour, il ricordo serotino del lampioncino accendeva, anche qui è il caso di dirlo, nuove speranze.

Un altro vanto della piazza sarebbe stato il tempio neo classico di San Francesco di Paola, edificato nel 1817 ad imitazione del Pantheon Romano, di fronte alla reggia, come si vede ora senza più entusiasmo per la sua fredda architettura. Ma proprio in quella basilica, nel 1860, padre Gavazzi aveva sostenuto e diffuso un certo assurdo progetto, che scatenò pubblicamente le ire dei borbonici tutti. E sentite perché. Alle teste delle due statue equestri di bronzo di Carlo II e Ferdinando IV, erette al centro (dove sono tutt’ora, ndr), l’infervorato sacerdote, fautore del nuovo regno, avrebbe voluto sostituire quelle di Garibaldi e Mazzini. E figuratevi ciò che accadeva, dentro e fuori il confine di pietra, ogni giorno, a commento di quell’idea che, per fortuna, in rispetto all’arte, alla logica ed alla serietà, fu presto perdonata e dimenticata. Null’altro da segnalare: la “striscia” non è più una preorgativa, non è più un limite e non è più bianca”.

 

Lucilla Parlato

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 20 Settembre 2018 e modificato l'ultima volta il 20 Settembre 2018

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