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STORIE PARTENOPEE

D’Annunzio a Napoli: ‘nu piacere ‘e pazze!

Cultura, NapoliCapitale | 9 luglio 2018

Si’ comm’a nu sciurillo,
tu tiene na vucchella,
nu poco pucurillo,
appassuliatella.

Méh, dammillo, dammillo,
è comm’a na rusella.
Dammillo nu vasillo,
dammillo, Cannetella.

Dammillo e pigliatillo
nu vaso; piccerillo
comm’a chesta vucchella
che pare na rusella
nu poco pucurillo
appassuliatella…

Gabriele D’Annunzio, ‘A vucchella

 

Se è vero che essere napoletani è una questione di anima e non di confine territoriale, siamo convinti che Gabriele D’Annunzio un po’ di anima napoletana ce l’avesse.

Il poeta “vate” della letteratura italiana visse a Napoli dal 1891 al 1893, in un periodo ricco di piacere e di incontri incessanti con altri grandi del tempo.

Scrisse per il Corriere di Napoli e poi per il Mattino sempre sotto la guida dell’amica Matilde Serao, un’amicizia nata molti anni prima e messa in luce dalla curiosa cronaca del matrimonio scritta dal poeta abruzzese (sul giornale romano La Tribuna) tra la scrittrice napoletana ed Edoardo Scarfoglio, un altro figlio adottivo e illustre di questa terra che proprio Donna Matilde definì un “D’Annunzio minore”.

Dopo l’opera Il Piacere, D’Annunzio nel periodo napoletano scrisse altri due romanzi: L’Innocente e Il Trionfo della Morte concludendo la cosiddetta Trilogia della Rosa, fiore che simboleggia l’amore e la passione, temi centrali della sua triade.

La Napoli di fine ‘800, ripresa e impressa per la prima volta dai fratelli Lumière per dare una cartolina o una fotografia in movimento agli occhi lucidi della storia era al primo rinnovamento architettonico dopo i Borbone: c’era una popolazione che aveva fame, “soffriva” di analfabetismo ed emigrava drammaticamente al nord dove incominciò a svilupparsi il triangolo industriale di Torino-Milano-Genova. E Napoli, come un tenebroso cantautore, era triste e scriveva così le sue canzoni più belle.

Ci troviamo in un periodo artistico-letterario d’oro, forse il più bello in assoluto: la musica di Ernesto Tagliaferri e Salvatore Gambardella, il teatro di Eduardo Scarpetta, le poesie di Libero Bovio, Salvatore Di Giacomo e poi c’era Ferdinando Russo, un altro poeta immenso e grande amico di D’Annunzio.

I due andavano al Caffè Gambrinus quasi ogni giorno e quasi ogni giorno litigavano perché Russo era convinto che il suo amico non potesse riuscire a scrivere una poesia in napoletano. Il vate poeta abruzzese – che amava le sfide – non si fece intimidire, accettò la scommessa del compagno e seduto su un tavolo del locale scrisse ‘A Vucchella, dei versi successivamente trasformati in musica, diventata canzone portata in tutto il mondo da Enrico Caruso su musiche del maestro Francesco Paolo Tosti e poi da Pavarotti e da Roberto Murolo. (Va però detto che secondo Roberto De Simone  la canzone sarebbe nata in un bar della galleria Umberto I situato di fronte alla barberia di un certo De Francesco, manco a farlo apposta nipote di un barbiere-cantante noto come ‘O zingariello).l Nella canzone D’Annunzio inventa pure un neologismo“appassiulatella” che il “divino Gabriele” coniò per l’occasione. Il riferimento era proprio alla musa ispiratrice e alla sua bocca, paragonata ad una piccola rosa leggermente appassita. Chi era questa donna? Quasi sicuramente la trentenne siciliana Maria Gravina di Cruyllas di Rammacca, moglie del conte di Anguissola di San Damiano.

A proposito del luogo di composizione, esistono, però, diverse tesi come quella che la vuole scritta a Posillipo e, per la precisione, nel ristorante Lo scoglio di Frisio. Ad affermarlo distrattamente fu lo stesso D’Annunzio ed è questo, molto probabilmente, il motivo per cui su diversi spartiti dell’epoca compare la dicitura “arietta di Posillipo”. Lo conferma anche un cantopiano edito dalla Ricordi negli Stati Uniti: qui l’origine posillipina è ribadita anche in calce ai versi, dove, peraltro, trova conferma che l’anno di composizione fu il 1892.  Insomma, sul luogo dove D’Annunzio scrisse i versi di ‘A vucchella rimane qualche dubbio, mentre è indiscutibile che il poeta avesse un forte legame con Napoli.

Rapporto che rischiò di stropicciarsi solo quando nel 1904 lo scrittore italiano portò in tribunale Eduardo Scarpetta per plagio. Il 6 Febbraio di quell’anno al teatro Valle di Roma, debuttava un bambino vestito in stile giapponese, aveva quattro anni, conquistò il pubblico per la sua innocenza e tenerezza. Anni dopo quel bambino avrebbe conquistato milioni di platee diventando un’icona immortale. Quel bambino era figlio non riconosciuto del capocomico Eduardo Scarpetta, il nome era uguale al papà e di cognome faceva De Filippo. Proprio Eduardo De Filippo che fece diventare quella notte la Natività del teatro italiano.

Lo spettacolo si chiamava La Geisha, una parodia dell’opera di Owen Hall e Sidney Jones. Visto il successo, Scarpetta provò a sceneggiare un’altra parodia, scelse proprio l’opera drammatica di Gabriele D’Annunzio La Figlia di Iorio debuttata al Teatro Lirico di Milano. I due artisti si incontrarono, D’Annunzio leggendo il copione fu molto divertito ma comunque non concesse il permesso di portarla in scena poiché probabilmente temeva per il successo della sua stessa opera. Il 3 Dicembre sempre del 1904, al teatro Mercadante di Napoli andò lo stesso in scena la parodia Il Figlio di Iorio, non ebbe molto successo e alcuni giorni dopo D’Annunzio con la società SIAE denunciarono Scarpetta per plagio. Il processo durò fino al 1908 facendo discutere animatamente l’opinione pubblica di allora. Si crearono dei veri e propri schieramenti, Salvatore Di Giacomo difendeva D’Annunzio mentre Benedetto Croce tutelava Scarpetta. La sentenza la vinse il napoletano: si trattava di una semplice parodia e non di un plagio.

Alla fine il rapporto tra D’Annunzio e Napoli però restò forte: la amò come le tante donne che il vate ha amato. Lasciò Partenope soltanto per il suo spirito libero di esteta decadente. Ma, come un primo amore che non si scorda mai, il rapporto tra Napoli e Gabriele D’Annunzio è stato ‘nu piacere ‘e pazze!

Luigi Pellegrino

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