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STORIE SMARRITE

Napoli e le sue sorgenti di acqua ferrata e di acqua sulfurea

Storia | 7 Novembre 2020

Per secoli Napoli è stata celebre per le sue acque minerali; e la vendita in strada o presso i banchi dell’acqua ispirò numerosi artisti, pittori, scultori, scrittori e fotografi oltre che di tantissimi avventori.

I luciani – gli abitanti di Santa Lucia – erano famosi per l’acqua che rappresentava la principale fonte di economia del laborioso quartiere, ancor più, forse, che la pesca. I grandi cambiamenti urbanistici che interessarono Santa Lucia con il risanamento, il cattivo stato di conservazione e di manutenzione delle fonti e, come colpo finale, l’errata convinzione che l’acqua sorgiva di Santa Lucia potesse avere un ruolo nella diffusione dell’epidemia di colera del 1973 decretarono poi la fine dei banchi dell’acqua e della vendita dell’acqua ferrata e di quella sulfurea (suffregna) e, sotto certi aspetti, la fine della memoria di una caratteristica peculiare della nostra città, al punto che molti napoletani confondono acqua sulfurea ed acqua ferrata, facendo di tutta l’erba un fascio, anzi di tutta l’acqua un pozzo. Ma Napoli aveva diversi tipi di acqua e diverse fonti.

Le differenze fra acqua sulfurea, acqua ferrata e le altre fonti

E sono le fonti, in questo caso le fonti storiche, che possono aiutare a capire meglio la differenza fra acqua ferrata ed acqua sulfurea. A Napoli le sorgenti erano diverse e, di queste, quattro erano concentrate nella zona di Santa Lucia.

Come ricordato infatti nella versione del 1856 di Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli di Carlo Celano, con le aggiunte a cura di G.B. Chiarini, “son quattro le diverse vene e poco son distanti fra loro. Due son da lungo tempo conosciute co’ nomi di acqua solfurea e di acqua ferrata; le altre furon vedute nel mese di giugno del 1854 e da’ chimici che le studiarono furon chiamate l’ una nuova acqua solfurea e l’ altra acqua acidula di S Lucia”. E’ chiaro che il testo sia un’aggiunta contemporanea all’edizione e non parte dell’originale di Carlo Celano. Continuando a leggere appaiono evidenti le enormi differenze organolettiche: “Le proprietà fisiche dell’ acqua solfurea antica sono d’ esser limpida, schiumosa, di forte odore come di uova guaste ed è alquanto più leggera dell’ acqua distillata” mentre l’acqua ferrata – nota anche come acqua luculliana – “è limpida, di odore frizzante e di sapore acido astringente […] e pesa poco più dell’acqua comune”. “L’acqua solfurea nuova è limpida, di odor forte e sente come di uova putrefatte” mentre l’acqua acidula di Santa Lucia “non ha colore, dà un odore come di uova putrefatte ed ha il sapore piuttosto pizzicante”.

La stessa descrizione si trova in altri testi coevi, fra cui Notizie sulle acque minerali del regno d’Italia di Luigi Marieni, in cui si ricorda che le quattro sorgenti erano tutte di proprietà del municipio di Napoli (la terza sorgente è indicata come acqua del fontaniello) e, per quanto riguarda l’acqua ferrata di Chiatamone, si sottolineava che sgorgava a 21 gradi, mentre quella sulfurea a 14.

Le acque di Santa Lucia erano in teoria disponibili gratuitamente per tutti i napoletani (ancora oggi a via Chiatamone c’è un’epigrafe del 1731 che ne ricorda e stabilisce la gratuità) anche se in realtà la distribuzione delle stesse divenne mercato fiorente per i luciani. In usi e costumi di Napoli e contorni del 1853, Francesco De Boucard ricordava che i luciani “per antica consuetudine godono la proprietà delle acque minerali nonostante nei tempi antichi fosse stata decretata d’uso pubblico per cittadini e stranieri senza eccezione alcuna”.

Le sorgenti di palazzo reale (Cavalli di Bronzo) e della darsena e la foto di oggi al Beverello

In realtà le fonti storiche evidenziano altre due sorgenti in centro città.

Dalla versione del 1856 dell’opera del Celano infatti risulta che “Oltre alle dette acque ce ne ha un’ altra che spiccia presso l’ imboccatura della Darsena dov’ è lo scalo delle navi da guerra, la quale è siffattamente saturata di zolfo che se ne veggono in copia i depositi”.

Inoltre Guglielmo Jervis ricorda ne I tesori sotterranei dell’Italia del 1874 che “nel giardino dietro il palazzo reale, vicino alla spianata della Vittoria, nel mentre si faceva un pozzo trivellato, a poche centinaia di metri dalle precedenti, si rinvenne altr’acqua ferruginosa, di natura perfettamente simile alla precedente” (quella di Santa Lucia).

L’acqua emersa durante i lavori al Beverello

Le fontanelle d’acqua ferrata che si trovano ai Cavalli di Bronzo (più propriamente Via Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga), oggi in stato di assoluto e vergognoso degrado, pescavano proprio dal pozzo di palazzo reale e furono ripristinate, per pochi anni, fra il 2000 e il 2003. In un articolo del 2004 di La Repubblica si ricorda che le fontanelle, inaugurate in pompa magna, avevano funzionato a fasi alterne per poi spegnersi del tutto nel 2003. Il comune aveva parlato di problema di pressione dell’acqua, l’assessore all’ambiente dell’epoca, Casimiro Monti, aveva annunciato la costruzione di un nuovo pozzo per valorizzare questa risorsa del sottosuolo.

Siamo a novembre 2020 e nulla è stato fatto in tal senso. Negli ultimi giorni i media hanno riportato all’attenzione dei napoletani il tema delle fonti d’acqua partenopee a causa di una pozza d’acqua formatasi all’interno del cantiere della nuova stazione del Beverello, grazie a una segnalazione di Antonio Pariante del Comitato Portosalvo. A prescindere da se si tratti di acqua di mare (la cosa più probabile) o se vi sia anche un po’ di acqua sulfurea – la vecchia Darsena sorgeva in zona, ma avrebbe il caratteristico odore di uova marce – o di acqua ferrata (dal pozzo che portava acqua alle fontanelle ai cavalli di Bronzo), l’importante è che sia ripartita la discussione sull’utilizzo delle acque sorgive partenopee.

 

Il banco dell’acqua di zi’Nennella a piazza Teodoro Monticelli. La foto è di Luciano de Crescenzo tratta dal libro la Napoli di Bellavista..

Allo stesso modo, però, va recuperata anche la memoria storica di questo patrimonio. Inclusi gli antichi banchi dell’acqua come quello che sorge in Piazzetta Teodoro Monticelli, che i proprietari hanno coperto con una protezione di legno per non lasciarlo al totale abbandono. O la storia toponomastica di un luogo come il Beverello, il cui nome è evidentemente legato proprio all’acqua.

(nella foto in alto una sorgente d’acqua al Chiatamone, in una foto d’epoca recuperata da Giovanni Manfredonia)

Un articolo di Fabrizio Reale pubblicato il 7 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 7 Novembre 2020

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