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Le orecchiette artigianali sequestrate a Bari diventano un caso internazionale

Identità, Mondo | 11 Dicembre 2019

La strada delle orecchiette, a Bari, è un luogo magnifico, magico, dove il tempo si ferma. Del resto l’esperienza è spettacolare: è qui che potete vedere le anziane massaie del posto preparare orecchiette e maritate, la pasta tradizionale di quella regione sontuosa e magnifica qual è la Puglia.

Siamo a Bari vecchia, verso l’Arco Basso, in prossimità del Castello Svevo. Qui, appena passato l’arco, lo spettacolo è meraviglioso agli occhi del viaggiatore e dei baresi: le signore delle orecchiette vi si pareranno davanti, una dietro l’altra, mentre sono al lavoro sulle loro tavole a dare forma a questa pasta, che diventa divina con le cime di rape locali.

Ora le signore delle orecchiette stanno passando giornatacce dopo che un ristoratore di Bari si è visto sequestrare le orecchiette servite nel suo locale preparate dalle massaie del quartiere (pratica legale per la vendita al singolo e che ha regole differenti per la vendita alla pubblica ristorazione). Questioni “europee” di tracciabilità del prodotto. Una vicenda che però ha tracimato i confini europei dato che il New York Times ha dedicato alla questione la sua prima pagina, con un lungo reportage tra i vicoli a ridosso della basilica di San Nicola dal titolo “Call it a crime of pasta”, “Chiamatelo un crimine di pasta”.

Ha dato la parola a quelle donne, in genere silenziose, ma fotografatissime: da Nunzia Caputo all’82enne Vittoria: “Fino a 20 anni fa Bari vecchia era nota come la “città delle rapine”, una zona proibita governata da clan criminali – scrive Horowitz – Il furto ha una lunga tradizione qui. Nel 1087 i marinai baresi in cerca di un’attrazione da pellegrinaggio rubarono dall’attuale Turchia le ossa di san Nicola, il modello per Babbo Natale e oggi uno dei patroni di Bari (e patrono, fra le altre cose, dei ladri)”.  Ad accompagnare l’articolo le foto e i video di Gianni Cipriano, per mettere ancora più a fuoco la questione.

Il cronista ricorda che però le cose sono cambiate in questi anni proprio grazie a queste signore: sono loro che hanno permesso la nomina di Bari nella top ten delle migliori destinazioni d’Europa per Lonely Planet ed è proprio qui che secondo i turisti c’è il grande spettacolo della lavorazione delle orecchiette, valorizzato anche grazie agli spot di Dolce&Gabbana con le figlie di Sylvester Stallone filmate proprio lì, mentre giocavano con quelle piccole creazioni di pasta fra le mani.

Ma soprattutto Horowitz dà la parola a queste donne, vere protagoniste di questa arte: qualcuna ricorda che ha iniziato a fare le orecchiette a sei anni e che un tempo saperle fare era requisito necessario per trovare marito. Roba che farà rabbridire le femministe, ma che personalmente ci fa enorme tenerezza: questa è la storia di queste donne, che nel segno dell’orecchietta hanno trascorso le loro esistenze.

“Dobbiamo trasmettere questi valori alle prossime generazioni, dovrebbero aiutarci a tramandare questa tradizione, non sterminarlea– è il commento di Nunzia Caputo al New York Times – dovrebbe essere insegnata a scuola. Ci sono bambini che parlano due, tre lingue, ma che non sanno fare questo”.

La Caputo tiene ragione, da vendere. Regole e tracciabilità sono imporatantissime, per carità. Ma non certo per massacrare la nostra identità… dunque aiutiamo queste donne a trasmettere quest’arte magnifica del fare la pasta… tipica pugliese. Allo spavento che in queste ore anima, secondo molti cronisti locali, i cuori di queste signore, andrebbe sostituito il ragionamento, affinché la tradizione s’incanali nelle norme vigenti sulla sicurezza alimentare.

Insomma, come suggerisce qualcuno, aiutarle a cambiare, per restare uguali: perché, in fin dei conti, queste orecchiette senza etichette di cui tutti sanno l’origine degli ingredienti (acqua, farina e mani magiche) sono perfette così.

Lucilla Parlato

 

 

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 11 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Dicembre 2019

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