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Può Napoli la città della pizza reinventarsi come capitale tecnologica? La stampa inglese tra speranze e stereotipi

Mondo, NapoliCapitale | 14 Settembre 2018

Dopo la decisione dei giganti Hi-tech Apple e Cisco di stabilire nella città partenopea le loro accadamie, gli imprenditori del settore sperano nell’attrazione di nuovi investimenti che possano (rivitalizzare) la fallimentare economia del Sud Italia. Questo almeno quello che crede la BBC, che sul suo canale web lancia una lunga riflessione su Napoli, tra stereotipi e speranze. La traduzione è di Alfonso Cristofano.

Ecco cosa scrive sul suo sito il canale di stato britannico.

Napoli è una città famosa: ha la pizza, la sua mafia, conosciuta come Camorra, e automobilisti scavezzacollo spericolati.

Negli ultimi anni però, questa città del sud Italia sta coltivando una comunità dinamica  di start-up e creatori di app.

La Speranza è che questo cambi non solo la reputazione di Napoli, ma (faccia) anche la sua fortuna e inverta  la fuga di cervelli che ha visto tanti giovani laureati partire alla ricerca di un lavoro nel più  benestante Nord Italia o fuori dal paese.

Napoli e la sua regione, la Campania fanno parte del Mezzogiorno che è indietro rispetto al resto del paese in termini di crescita economica. Qui il tasso di disoccupazione era del 22.2% nel primo quadrimestre del 2018, più o meno il doppio di quello nazionale.

Questo però non ha impedito la crescita di una serie di aziende tech tutte napoletane – per nominarne due si pensi alla azienda di influencer marketing Buzzoole e la start up di agricoltura tecnologica Evia. Quest’ultima produce sensori da collocare nei campi e nelle fattorie in modo tale da dare in tempo reale una serie di indicatoti della crescita delle piante. “Vogliamo dimostrare che è possibile fare impresa qui,” dice il fondatore di Evia Paolo Iasevoli, sottolineando che l’azienda adesso fa affari oltreoceano a presto si lancerà anche nei mercati sudamericani.

Quello che ha cambiato le sorti per la scena hai tech napoletana è stato il recente arrivo di Apple in città

Nel 2015, Apple ha aperto la sua accademia a Napoli, in collaborazione con l’università degli studi di Napoli Federico II, dove gli student trascorrono un anno di training (apprendimento) per diventare sviluppatori, codificatori, creatori di  app e start-up

Quest’anno quasi 400 studenti hanno conseguito il diploma, di questi il 70% sono Italiani per la maggior parte provenienti dalla regione Campania. Alri 400 studenti sono in procinto di iniziare il nuovo anno accademico

Apple pensava di fare un gran colpo più in un posto come Napoli che negli altri , più consolidati, centri Hi-tech europei come Lisbona, Dublino o Berlino. E dove Apple va, gli altri seguono.

All’inizio dell’anno, il colosso del networking Cisco ha aperto la sua accademia a Napoli. Questo ha aiutato a formare un nucleo di laureati competenti.

Tuttavia creare un business hi tech a Napoli è stato tutto fuorchè facile per il signor Iasevoli, che ha fondato Evia 3 anni fa dopo aver investito in sicurezza a Monaco e a Vienna.

“Abbiamo avuto grandi difficoltà per l’accesso al credito dalle banche,  difficoltà per l’accesso ai fondi governativi” Nonostante questi ostacoli Iasevoli ha deciso di continuare. I salari medi del settore sono la metà di quel che si aspetterebbe di corrispondere a Londra, stima, ma il costo della vita è anch’esso pù basso.

La presenza di Apple ha reso il lavoro di promozione della regione più semplice per Valeria Fascione, assessore regionale all’internazionalizzazione, start-up e innovazione. Lei è l’unico assessore regionale con questa funzione, rimarca, rivendicando orgogliosamente che la Campania è la seconda regione per la nascita di start-ip.

“Quyuando le persone mi dicono in maniera scettica, ‘perché Napoli, perché investire qui?’ io risponde che se Tim Cook, Ceo di Apple, pensano che questo è un posto incredibile, allora dovremmo essere d’accordo con lui.

Ma mentre le accademie Apple e Cisco sono state una grande notizia per i giovani laureati e per l’immagine di Napoli, non ha avuto lo stesso effetto per gli investimenti di capitale privato che si speravano.

Come regione, la Campania è tra quelle con gli jnvestimenti più bassi in tutta l’Europa occidentale. La maggior parte dell’attività economica italiana si concentra al nord, a Milano dove si trovano le imprese d’investimento.

Che è il posto da dove viene lavorativamente Giovanni de Caro. Giovanni ha lavorato nelle ultime due decadi nel settore degli investimenti per Campania NewSteel, l’incubatore di start up tech dell’università di Napoli, che occupa i posti abbandonati dalle vecchie acciaierie fuori città. “Le aziende sono qui, ma non i soldi”, dice de Caro, napoletano.

In questi giorni, si descrive come l’uomo “dei soldi” di NewSteel, e sostiene che le barriere culturali tra il nord e il sud sono un problema quando si tratta di invogliare le aziende di capitale del milanese. “L’Italia del Sud lavora in maniera molto diversa da quella del Nord”, dice.  I critici spesso puntano il dito contro le strade disseminate di fossi, treni lenti, investimento pubblico non all’altezza. Non c’è da chiedersi perché gli investitori scelgono di stare lontani, dicono.

Ma in ogni caso non vi è un grande serbatotio di capitali privati in italia. Il settore è all’incirca un decimo di quello di Londra.

Quello che in ogni caso gli italiani hanno è una grande e dispendiosa diaspora (nel senso di fuga di capitale), che l’azienda di Nicola Garelli, Istarter a Londra, sta cercando di sfruttare. L’idea è quella di attrarre capitale italiano all’estero e riportarlo a casa appellandosi al patriottismo.

I partecipanti hanno “un forte senso di voler restituire quello che hanno avuto in tutto il paese”, dice il signor Garelli, anche lui italiano. “abbiamo vissuto fuori, ma nei nostri pensieri c’è sempre stato il desiderio di costruire per la nostra generazione”

Istarter ha investito in quasi 40 azienda hi-tech in Italia. Ma, ancora, nessuna di questa è del Sud. Cosa li frena? Britt Becking, lavora per l’azienda di investimento Qventures a Londra, dice che non c’è un forte interesse sulla scena napoletana rispetto a quello che c’è a Berlino, per esempio.

E’ un circolo vizioso: il capitale privato non arriva fino a quando non c’è una consolidata scena hi-tech, ma le start-up non possono consolidarsi senza accesso al capitale. “Consiglierei alle aziende napoletane di provare e andare a Londra, Berlino, Silicon Valley”.

Ma è esattamente quello che aziende come Evja e Buzzoole non vogliono. Gli investimenti qui sono potenzialmente molto remunerativi secondo loro, aggiungendo che le aziende d’investimento non capiscono il punto. “Se avessimo iniziato negli States, o un posto del genere, avremmo avuto bisogno di 10 o 15 milioni di dollari, ma qui lo abbiamo fatto con meno di 3”, dice Fabrizio Perrone, fondatore e capo di Buzzoole.

Per Paolo Iasevoli di Evja è una medaglia al petto invece. “Sono di Napoli, se fossi di Berlino, non stareste qui a parlare con me, giusto? Perciò Napoli è un buon posto dove iniziare”.

Napoli, il cui nome deriva dal Greco “Neapolis” che significa città nuova ha dovuto reinventarsi molte volte durante la storia. Nei secoli è stata la capitale di ducati, reami ed imperi.

Può diventarlo della tecnologia?

traduzione Alfonso Cristofano

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 14 Settembre 2018 e modificato l'ultima volta il 16 Settembre 2018

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