domenica 15 dicembre 2019
Logo Identità Insorgenti

TARANTO

Ilva, strappo tra Governo e ArcelorMittal: e cittadini e lavoratori al solito pagano il prezzo più alto

Ambiente, Lavoro | 10 Novembre 2019

Ancora notti di attese e di speranze separano gli abitanti di Taranto dal proprio futuro. Sono quarantotto ore, un ultimatum imposto dal Governo alla multinazionale ArcelorMittal affinché ritorni sui propri passi per trovare una soluzione definitiva per l’ex-Ilva di Taranto. Dopo gli ultimi, durissimi scontri istituzionali e le proposte avanzate dall’azienda colosso dell’acciaio – fermamente rigettate dal Governo -, la situazione è attualmente ferma ad uno stallo preoccupante dal quale nessuno sembra voler fare un passo indietro. Il vero nodo della questione, che va aggiunto allo scudo penale che l’azienda richiede e alla riaccensione dell’altoforno due (chiuso per mancata messa a norma dell’impianto), sono i circa 5mila esuberi conseguenti ad un abbassamento della produzione che l’ArcelorMittal ritiene fondamentale per poter proseguire. Una soluzione inaccettabile per il Governo. Da qui altro tempo per pensare ad una soluzione che possa soddisfare entrambe le parti, in maniera definitiva, seppure al momento lontana dall’essere trovata.

La questione Taranto e l’indotto Ilva

La città è preoccupata, i lavoratori e le famiglie vivono l’apice di una vertenza che tiene in bilico l’intera città, una regione e il sud intero. Ridurre la questione Ilva alla sola azienda siderurgica sarebbe un errore pericoloso. Quello nato attorno allo stabilimento siderurgico più grande d’Italia è un buco nero che rischia di risucchiare molto più di quanto riusciamo a percepire. L’indotto Ilva è Taranto, la Puglia stessa, l’intero sud. La chiusura del polo, una sua gestione approssimativa, finanche un singolo errore di valutazione può prescindere quello che è un intero territorio già di per sé martoriato e mutilato anche dalla questione più vera e seria di tutte, al di là dei posti di lavoro: quella ambientale, che continua a mietere vittime.

Non si possono chiedere 5mila esuberi  (si superano i 10mila tenendo conto l’indotto che produce l’azienda) dopo aver firmato un contratto che ti restituisce oneri e responsabilità. Non è plausibile non tener conto di un’alternativa che garantisca al polo più importante del tuo Stato un futuro, attendere una risposta e sperare che sia buona. Lasciare il destino di un’intera città nelle mani di una decisione perpetrata da una multinazionale. Non preoccuparsi poi di come salvare le vite, oltre il lavoro.

Sono passati infatti 7 anni e tre mesi dalla data del sequestro dell’acciaieria, avvenuto il 26 luglio del 2012 e nulla è stato fatto per mettere in sicurezza gli impianti che inquinavano, ma in questo arco di tempo sono stati approvati  12 decreti Salva Ilva che hanno sospeso i diritti costituzionali della popolazione tarantina.

Taranto è il simbolo del fallimento di quella politica italiana che oggi grida all’unità e a fare sistema paese.

La lunga notte di Taranto

Intanto, dopo lo sciopero proclamato dai sindacati, a Taranto è arrivato il premier Giuseppe Conte, per sincerarsi della situazione, asserendo di voler “ascoltare” e percepire quello che stanno vivendo quotidianamente i tarantini. È una visita inaspettata, che in molti apprezzano e altri vedono come la solita passerella istituzionale. L’incontro tra i lavoratori e le famiglie diventa intanto motivo importante di confronto verso dei cittadini che troppo spesso sono stati abbandonati, e che tutt’ora, nonostante l’ovvio interesse mediatico e istituzionale, restano isolati.

I tarantini e l’ex-Ilva sono irrimediabilmente legati da un filo resistente a qualsiasi strappo. Sarebbe fondamentale ascoltare quello che hanno da dire, quello che pensano e che sognano per la propria terra. Dalla folla le voci sono diverse, contrastanti e al contempo eternamente veritiere. Quello che non salta troppo spesso sul tavolo è la questione ambientale, che il popolo chiede a gran voce. L’Ilva è stata nel tempo causa di un avvelenamento ambientale che negli anni ha distrutto un intero territorio, che ha ucciso persone. “L’unico progetto serio sarebbe quello di smantellare l’ex Ilva e convertire i lavoratori dell’acciaieria a operatori specializzati per effettuare la bonifica di un territorio distrutto dall’inquinamento”, scrive su un post sui social la pagina Il Sud Conta, evidenziando quello che in effetti è parte del volere del popolo tarantino. In tanti in queste ore chiedono la bonifica completa del territorio e la riconversione degli operai in operatori specializzati. Utilizzare la stessa forza lavoro che da anni occupa quel lembo di terra per ridare luce a quegli spazi. Sono i numeri capeggiati su un cartellone a parlare: +54% incidenza tumori per età da 0 ai 14 anni, +21% di mortalità infantile oltre la media regionale, +20% eccesso mortalità nel primo anno di vita, +45% di malattie iniziate in gravidanza. Numeri drammatici, che nessuno ha ancora messo nero su bianco sul tavolo istituzionale.

Tanti altri credono che il proseguo dell’attività siderurgica sia l’unica strada da percorrere per Taranto, difendendo a denti stretti il proprio lavoro e quello dei propri famigliari. Affidando al Governo la speranza di un piano industriale efficiente o di una nazionalizzazione che al momento sembra improbabile, in attesa che l’ArcelorMittal faccia le sue scelte e prenda le sue decisioni.

I tarantini aspettano, notte e giorno, al di qua dei cancelli che separano la strada dall’industria. I lavoratori entrano ed escono, si danno il cambio, si guardano in volto e vanno avanti, come hanno sempre fatto. Aspettano tutti, insieme, che la lunga notte di Taranto finisca, e che un nuovo giorno abbia inizio. Qualcuno poi ricorda quanto accaduto all’acciaieria di Duisburg: capacità produttiva 10 milioni di tonnellate e 11 mila occupati, un impianto simile a quello di Taranto. Nella città tedesca, che insiste nel bacino carbonifero della Ruhr dove si è realizzato uno dei più significativi progetti di bonifica e conversione, l’acciaieria è stata demolita, in particolare le cockerie e gli agglomerati, ricostruendola lontano dai centri abitati in poco più di tre anni di lavoro. Sarebbe un sogno – forse un utopia – pensare per Taranto soluzioni simili…

Gianluca Corradini

Un articolo di Gianluca Corradini pubblicato il 10 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 10 Novembre 2019
#ex Ilva   #Taranto  

Articoli correlati

Ambiente | 4 Dicembre 2019

L’EMERGENZA

Rifiuti, così Napoli rischia la crisi. Impianti di smaltimento inesistenti

Ambiente | 25 Novembre 2019

LE DELIBERE

Ieranto, Punta Campanella, Astroni, Vivara e Campi Flegrei: arrivano i fondi per la riqualificazione

Ambiente | 25 Ottobre 2019

NAPOLI EST

Il ministro Costa obbliga il comune di Napoli al dietrofront: discarica da chiudere e bonificare

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi