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Teatri chiusi: “Cambiare tutto, solo così avrà un senso riaprire”. Intervista a Daniele Russo

Cultura | 15 Marzo 2021

Teatri chiusi da un anno esatto. Un anno senza spettacoli dal vivo, senza contatto con il pubblico, senza compagnie, senza applausi, senza lavoro. A che punto sono i Teatri oggi? Qual è lo stato d’animo degli attori, dei registi, dei direttori, dei tecnici? E soprattutto: quali sono le prospettive future e le possibili soluzioni per tornare a far vivere questi luoghi di cultura e storia?

Ne abbiamo parlato con Daniele Russo che, insieme ai fratelli Gabriele e Roberta, dirige il Bellini di Napoli. Lo abbiamo incontrato nel suo Teatro, che lui dice essere la casa di tutti noi.

E per la prima volta abbiamo messo piede in un Teatro vuoto, silenzioso, ma non senza vita.

L’esperimento zona rossa e i 76 giorni di reclusione in Teatro

Durante questo anno di chiusura forzata i Teatri hanno dato vita a tante forme di resistenza.

Al Bellini è nato “Zona rossa” arrivato al suo settantaseiesimo giorno. Sei attori hanno trascorso settantasei giorni di reclusione all’interno del Bellini, senza mai uscire. Durante questo tempo si è fatto teatro, ci si è interrogati sul senso di questo lavoro, sulla sua necessità, sulle ragioni della crisi dello spettacolo dal vivo, esasperata dalla pandemia, e si è mostrato in streaming non uno spettacolo compiuto, ma le fasi creative che portano alla sua realizzazione. Tutto questo in attesa dell’annuncio della riapertura dei teatri, per debuttare davanti a un pubblico.

La data di chiusura del progetto è stata il 5 marzo. Un anno esatto da quando il Bellini ha chiuso.

“Abbiamo scelto questa data per sciogliere il progetto Zona Rossa – ci spega Daniele Russo – perché riteniamo che la data annunciata del 27 marzo non sia una risposta alle criticità e alla complessità del nostro settore. La terza ondata è già arrivata e sappiamo benissimo che i Teatri non potranno riaprire a fine mese. Tantomeno nelle condizioni imposte dal DPCM che non permetteranno a nessun Teatro di sopravvivere.”

“Dobbiamo riflettere, ripensare totalmente ad un Teatro nuovo per ricominciare. A partire dal rapporto con il pubblico. Il Teatro deve parlare a tutti. Alla cittadinanza. Deve diventare la casa di tutti e un punto di riferimento. Se così non succederà questo anno di chiusura non sarà servito a nulla”.

Dar vita ad un Teatro che parli a tutti i cittadini 

La crisi di questo settore, con Teatri chiusi da anno, è la crisi di lavoratori e di famiglie intere che lavorano e vivono intorno a questo mondo. Ed è una crisi che accomuna il mondo della cultura con altri mondi apparentemente lontani, ma a cui il Teatro ha il dovere di parlare e di rivolgersi.

“Quando abbiamo sostenuto la causa degli operai Whirpool –  racconta Daniele – ci siamo sentiti vicini alla loro lotta. Stiamo lottando tutti. Non ci sono distanze o differenze. Tuttavia il Teatro, e noi che lo rappresentiamo, in questo momento ha un compito preciso: parlare proprio a chi si sente più lontano da questo mondo. Avvicinare giovani, cittadini.

C’è bisogno di un Teatro di grande senso, che sia per tutti. Il Teatro dovrebbe rappresentare la piazza.

Dovrebbe essere la piazza -continua Daniele – ma ha compiuto un grosso sbaglio: si è chiuso a riccio e ha continuato a parlare soltanto a chi voleva sentirsi dire quelle cose. Io auspico un’ apertura totale. Che non succeda più, ritornando agli operai della Whirpool, che una volta invitati mi si chieda come vestirsi. Potete venire come volete, ho risposto loro. L’importante è entrare, viverlo il Teatro”

 

Riaprire solo se veramente pronti

La data del 27 marzo, istituita dall’ultimo DPCM di Draghi, come data per la riapertura dei Teatri in zona gialla, è per tutti i rappresentanti di questo mondo una data non praticabile. E considerata la forza della terza ondata e la colorazione di tutte le regioni in vista delle festività pasquali, il pubblico non riuscirà ad entrare nei teatri nemmeno per fine mese.

“Siamo consapevoli che la data del 27 marzo non è la soluzione ai Teatri chiusi -sostiene Daniele – Noi, io insieme ai miei fratelli Gabriele e Roberta – stiamo valutando la riapertura solo se in via definitiva. E abbiamo la consapevolezza che questo non accadrà nemmeno in estate. Immaginiamo a settembre. Forse.

Chiediamo le condizioni necessarie affinchè le aperture abbiano un senso. Che siano riaperture definitive appunto, dove venga garantita sicurezza e soprattutto continuità del nostro lavoro. Di questo abbiamo realmente bisogno.

Ma in questo tempo d’attesa dobbiamo continuare ad interrogarci, a riflettere, a mirare al cambiamento. Cambiare tutto. Solo così avrà veramente un senso riaprire”

Valentina Castellano 

Un articolo di Valentina Castellano pubblicato il 15 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 15 Marzo 2021

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