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“Teresa”: il racconto domenicale di Raffaele Ceriello

Puortame a casa mia | 18 Marzo 2018

Non avrei mai immaginato che all’Istituto tecnico Marie Curie, sullo stradone di via Argine ci potessero essere ragazze.
Era pure possibile che ce ne fosse qualcuna, ma mai a pensare che potesse esserci una ragazza cosi bella, con quello sguardo cosi ammaliante, con quei denti bianchi, i capelli neri e le gambe dritte.
Con un nome semplice poi.
Niente Suemi, Jasmine, Susy o Cristel.
Niente a che vedere neanche lontanamente con questi nomi che per anni ho sentito pronunciati a squarciagola dai balconi del mio rione;
Un nome semplice, antico, che mi faceva pensare a mia nonna: il nome della ragazza più bella che io abbia mai visto da quando vivo sulla Terra.
Teresa.
Una ragazza solare, il portamento da tronista di Uomini e Donne. Cosi bella da mozzarmi il fiato, da non farmi pensare a Belen e Cecilia, che a me e Renato ce fann asci’ pazz solo se qualcuno le nomina.
Meglio della figlia di Alfonso il meccanico che era la più tosta di via Argine, prima che si fidanzasse con CiroEdmundo e diventasse una ciaciona con gli occhi da cerbiatto. Bella quasi quanto mia madre nella foto a Ercolano, con la camicia rosa e i capelli legati in una coda, il giorno del suo compleanno.

Teresa ha 16 anni e tutta la vita davanti. E’ intelligente, studia, non vuole uscire incinta a diciotto anni come sua cugina Erika, che ora lavora nella panetteria del padre e tra una rosetta e una pizza con le scarole accudisce il piccolo Diego.
Ha la testa sulle spalle. Per questo all’inizio non mi degnava di uno sguardo.
A pensarci oggi, nemmeno io l’avrei fatto.

Con Renato passavamo le ore ad impennare con una mano sola fuori lo stradone della scuola, aspettando che uscisse qualcuno per puntarlo sgasando e farlo cagare sotto.
Ci divertivamo cosi, ci schiattavamo dalle risate.

Poi è arrivata Teresa.

Ci ho messo un po’ a farmi notare, non voleva parlarmi, forse aveva paura e allora, dopo varie indagini per sapere il suo nome, l’ho aggiunta su Facebook.
Quattro giorni per essere accettato, i quattro giorni più lunghi della mia vita. Controllavo il telefono un minuto si e l’altro pure. Renato mi guardava stranito, lo Splendido mi diceva le parole giuste da usare ma io non lo sentivo nemmeno.
Ore interminabili. Immerso nella home di Facebook, con il polpastrello dell’indice della mano destra su e giù.
Poi quella notifica che tanto aspettavo.
Teresa ha accettato la tua richiesta d’amicizia.
Mi sentivo come se avessi vinto la coppa Italia in finale contro la Juventus.
Lo sguardo da fesso.
Esaltato come Lorenzo Insigne contro il Real Madrid, dopo chillù sfaccimm ‘e gol che ci fece saltare in aria e nell’esultanza lo Splendido acchiappò una gomitata sullo zigomo destro e si fece l’occhio nero.
Una sensazione che non riesco nemmeno a spiegare bene.
Forse per noi che perdiamo sempre è difficile raccontare cosa si prova in un momento cosi.

Forse mi sono sentito davvero come CiroEdmundo, mi sono rivisto in quel ragazzo chiatto, con i capelli rasati e il tatuaggio di Che Guevara dietro al polpaccio, il ragazzo che non aveva paura di lanciarsi sull’asfalto per salvare un gol in una stupida partita di calcio, quello su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo e che è riuscito a conquistare la ragazza più bella del rione, la ragazza che faceva perdere la testa a tutti e che tra tanti ha scelto lui, con cui ha fatto due figli.
Io mi sentivo cosi.

Senza il numero 97 di Edmundo sulle spalle, senza il tatuaggio del Che, con tanti chili in meno, i capelli più scuri ma esattamente cosi.

Proprio come CiroEdmundo e la sua collezione di magliette con la scritta “troppo strani per vivere – troppo rari per morire”.

Esattamente cosi.

Mi sono acceso una sigaretta, ho guardato verso la raffineria e il mio sguardo s’è perso tra il fumo e il tramonto. Ho pensato a mamma, un brivido mi ha accarezzato il collo. Ho sperato per un attimo che fosse lei.
Non era lei.
“Farò come sempre. Resterò in silenzio a guardarti tornare”

Raffaele Ceriello

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