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TOR SAPIENZA

La lettera dei 35 immigrati rifugiati e le balle della stampa di regime

Attualità, Emigrazione, Italia, Razzismo | 16 Novembre 2014

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Da Alessandro Mascoli riceviamo e pubblichiamo la lettera dei 35 rifugiati ospitati a Tor Sapienza. Persone che scappano da guerre e tragedie enormi, terrorizzati da giorni dalle pressioni esercitate contro di loro nel quartiere, e strumentalizzati a scopo politico da personaggi del calibro di Salvini, Borghezio e Alemanno, saranno ora obbligati a spostarsi altrove. Un documento assolutamente da leggere, per capire chi sono effettivamente queste persone, al di là della solita narrazione tossica della stampa di regime.
Prima di lasciarvi alla lettura del documento, una breve ma necessaria premessa: queste persone sono costrette a scappare dalla loro terra, a partire dall’Africa, perché quest’ultima da oltre tre secoli è trattata da colonia dal “civile” occidente. Ancora oggi nei loro paesi non c’è un solo filo d’erba che non sia debitamente sfruttato dalle “nostre” multinazionali: un aspetto che non dovrebbe mai essere dimenticato tanto più da chi, in quanto meridionale, ha dovuto imparare sulla propria pelle cosa significa essere costretti ad emigrare per vivere ed essere oggetto di razzismo.

«È da tre giorni che viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani: ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro».

«Tutti parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni, telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce. Noi siamo un gruppo di rifugiati, 35 persone provenienti da diversi Paesi: Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania, ecc. Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti… ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno».

«In questi giorni abbiamo sentito dire molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, né tantomeno per scontrarci con gli italiani. A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi».

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 16 Novembre 2014 e modificato l'ultima volta il 16 Novembre 2014

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