giovedì 14 novembre 2019
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TORNA L’ARTE IN PIAZZA

Natale a Napoli con i lupi di ferro del cinese Liu Ruowang

Arte, NapoliCapitale | 17 Ottobre 2019

Cento lupi di ferro stazioneranno a piazza Municipio, da novembre in poi: opera del cinese Liu Ruowang. Qualcuno, forse immemore, già polemizza. Invece c’è da registrare in positivo il fatto che l’arte internazionale torni in piazza a Napoli per il periodo di Natale. Come negli anni 90 con Antonio Bassolino, quando il Plebiscito, in sequenza, anno dopo anno, si animava di installazioni artistiche di grandi nomi dell’arte mondiale. Artisti che poi hanno lasciato, il più delle volte, opere permanenti in città. soprattutto nella metropolitana di Napoli, che ormai costituisce la più moderna versione d’un museo d’arte contemporanea per una metropoli. Per anni questo ruolo è toccato a Piazza del Plebiscito, una delle più grandi platee pubbliche dedicate all’arte di oggi.

1995: al Plebiscito la Montagna di Sale di Paladino

Il primo artista che ha invaso la piazza, lo ricorderete tutti, fu Mimmo Paladino con la sua “Montagna di sale”: in realtà un cumulo di cemento, vetroresina e pietrisco, su cui furono inseriti trenta cavalli in legno – animali ricorrenti nelle opere di Paladino – disposti in posizioni diverse: in piedi o coricati. Correva l’anno 1995, i napoletani furono estremamente “partecipativi” e il mondo parlava di nuovo di Napoli, al punto che il il filosofo americano Arthur Danto scrisse di dover affermare l’eminenza di Mimmo Paladino tra le file dell’arte contemporanea. “Non c’è niente che regga il confronto con l’imponente “Montagna di sale” che l’artista ha eretto in piazza del Plebiscito a Napoli, disseminata di cavalli arcaici; il mondo dell’arte dell’ultimo quarto di secolo non ha nulla di paragonabile. C’è qualcosa di magicamente alchemico nella visione di questi cavalli arcaici che si dibattono su una piramide di sale» scriveva Danto, allora.

La montagna di sale di Mimmo Paladino a piazza del Plebiscito: anno 1995

Eduardo Cicelyn, animatore dell’arte di quegli anni, raccontava così l’iniziativa: “Comincia con la “Montagna di sale” di Mimmo Paladino, tra i principali esponenti della Transavanguardia italiana – i cui lavori sono ospitati anche al Moma di New York – la storia napoletana delle opere d’arte in piazza del Plebiscito. È il Natale del 1995. Per la prima volta la piazza più importante di una grande città italiana diventa un teatro dell’arte contemporanea. L’installazione di Paladino conquista una popolarità imprevista, suscitando l’interesse dei passanti e l’attenzione dei mass media di tutto il mondo. L’evento artistico sembra finalmente in grado di superare anche nel nostro paese i confini ristretti delle gallerie e dei musei per entrare in un rapporto diretto con un pubblico vasto che se ne appropria, giudicando, dibattendo e anche litigando”. Oggi opere di Paladino sono un po’ dovunque a Napoli: anche nella metro di Salvator Rosa.

1996: la striscia di Jannis Kounellis

Nel 1996 in piazza Plebiscito fu la volta del compianto Jannis Kounellis, tra i principali esponenti dell’arte contemporanea e tra i protagonisti della transavanguardia. L’artista greco, nato ad Atene nel 1936, esponente di primo piano della cosidetta «arte povera», montò una lunga lastra di metallo sulla quale brillavano piccole fiamme alimentate a gas. Sotto i portici vennero invece sospesi 185 vecchi armadi, suscitando lo stupore dei napoletani. Sia per Paladino che per Kounellis che, nel 1998 per Mario Merz, sono documentati da tre lavori del regista partenopeo Pappi Corsicato.

Ostensorio di Kounellis: piazza del Plebiscito nel 1996

A Napoli Kounellis, scomparso nel febbraio 2017, ha lasciato importanti, significative opere, come l’installazione nella metro di piazza Dante del 2002, dove pezzi di rotaia tengono strette delle scarpe maschili e femminili a simboleggiare il continuo fluire dei passeggeri  e della loro vita.

Al Madre c’è una stanza con l’opera “Senza titolo” del 2005 creata appositamente per il museo, una grande struttura di ferro, che lascia trasparire la luce da vetri colorati monocromi, come una versione contemporanea e critica delle vetrate delle grandi cattedrali gotiche e della centralità del ruolo dell’arte al loro tempo. Una grande àncora arrugginita appoggia il suo peso, anche metaforico, sul pavimento, con un gioco di rimandi al ruolo storico dell’affaccio di Napoli sul mare e sulla sua rappresentazione nella storia dell’arte non solo locale.

Al Museo di Capodimonte, al terzo piano, si conserva “Senza titolo”, installazione di Kounellis con grandi orci.

1997 Mario Merz tra tavoli e Fibonacci

Le pedane sculture dell’ architetto Mario Merz furono invece installate in piazza del Plebiscito nel dicembre del 1997.  Merz, scomparso nel 2003 e tra i massimi esponenti dell’arte povera, nel 1997, riempie la piazza di rossi tavoli di legno e acciaio e di neon riproducenti una sequenza numerica di Fibonacci. Sui tavoli ci sono quintali di frutta e verdura che presto spariranno. Pappi Corsicato, che filma le installazioni, vi farà passeggiare gli animali di un circo equestre.

Palchi e numeri: Mario Merz, 1997 al Plebiscito

Oggi opere di Merz sono custodite al Museo Madre e al Museo di Capodimonte.

1998: arte povera con Gilberto Zorio

Tra i pionieri dell’Arte Povera, che si differenzia da altri colleghi del gruppo per la sua eterogeneità di intenti e per la sua essenza di “alchimista”, il torinese Gilberto Zorio propone nel 1998 la sua installazione al Plebiscito, Le stelle del Canio (pure ripreso da Corsicato in un docu).  Attratto dai processi chimico-fisici, Zorio conduce una ricerca che si fonda sul rendere visibili le fasi di trasformazione della materia, dando vita a opere che sono in costante azione e mutamento, come dotate di una propria forma e forza vitale. Elementi chimici quali lo zolfo, il cobalto, il fosforo sono messi in relazione con strutture di eternit o ferro, che rappresentano la stabilità contro l’instabilità dei processi attivati dall’artista, ma anche il dialogo, a volte conflittuale, tra materie naturali e prodotti della modernità industriale. Zorio, con sullo sfondo del colonnato “le bandiere del maggio” deposita nell’enclave della piazza forme e frammenti di una stella che ruota sulle sue punte. L’installazione di Gilberto Zorio (n. 1944) annuncia precarietà e dinamismo: una stella alta 12 m è affiancata da una canoa che ogni quarto d’ora scorre lungo un’asta inclinata, spinta dall’aria espulsa con forte sibilo da un otre in pelle di maiale (Senza titolo1998).

L’opera di Gilberto Zorio nel 1998 al Plebiscito

Forme d’arte, anche queste, che non cercano il consenso nè della critica nè del pubblico ma che invitano a fruire dell’arte in modo partecipativo: evento, spettacolo e coinvolgimento contano più del bello e del brutto. E i napoletani anche stavolta non deludono l’artista di turno.

1999 l’arte concettuale di Giulio Paolini

Da un momento all’altro. Si chiama così l’opera che Giulio Paolini ha installato al Plebiscito nel 1999. Equidistante dai monumenti equestri di Carlo e Ferdinando di Borbone, sull’asse che collega Palazzo reale con la Basilica Paolini ha collocato l’opera, un parallelepipedo di ferro rivestito di legno nero che gareggia per forma e dimensioni con i basamenti dei due monumenti equestri. Al posto dei regnanti a cavallo, però, siede un cubo bianco sulle cui quattro facce un colonnato neoclassico, identico a quello della piazza, apre su uno spazio prospettico animato da personaggi.

L’opera di Paolini al Plebiscito

Assecondando, anzi moltiplicando la struttura monumentale della piazza, Paolini ha creato un’opera di pari segno, contraddicendo l’abituale carattere precario, temporaneo e incompiuto delle sue installazioni. Paolini, artista concettuale genovese, ha tenuto innumerevoli mostre in gallerie e musei di tutto il mondo. Tra le maggiori antologiche si ricordano quelle al Palazzo della Pilotta a Parma (1976), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (1980), al Nouveau Musée di Villeurbanne (1984), alla Staatsgalerie di Stoccarda (1986), alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1988), alla Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum di Graz (1998), alla Fondazione Prada a Milano (2003), al Kunstmuseum di Winterthur (2005) e alla Whitechapel Gallery a Londra (2014).
Ha partecipato a diverse mostre di Arte povera ed è stato invitato più volte alla Documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1992) e alla Biennale di Venezia (1970, 1976, 1978, 1980, 1984, 1986, 1993, 1995, 1997, 2013).

2000: la vela di Anish Kapoor

Anish Kapoor è l’artista che apre il nuovo millennio a piazza del Plebiscito

Nel 2000, nel nuovo millennio, si torna alla spettacolarità con una enorme tromba di pvc rossa, firmata da Anish Kapoor, alta 32 metri e lunga 51, che entusiasma e fa – al solito – discutere i napoletani. Taratantara (2000) di Anish Kapoor ha aperto il nuovo secolo con due gigantesche torri Layher (moderno sistema di ponteggi) che sostengono un telone rosso in PVC, rafforzando l’asse Palazzo reale-Basilica.

Anish Kapoor al Plebiscito nel 2000

L’artista interagisce con la Piazza del Plebiscito, scegliendo una struttura dalle forme imponenti che si relaziona con lo spazio circostante. Il progetto è il più rilevante dal punto di vista architettonico di quelli realizzati per la piazza e ne ridisegna la geometria. L’installazione crea un contatto tangibile tra Palazzo Reale e la basilica di San Francesco di Paola.

A Kapoor Napoli piace, non ha mai fatto mistero di sentircisi come a casa, anche perché vi ritrova un po’ delle colorate atmosfere della sua Bombay (è anglo-indiano). Ha spesso confessato scherzosamente come non gli dispiaccia nemmeno “l’anarchia” che regna in città, prova provata di una vitalità mediterranea senza pari. Taratantara, il gigantesco papillon rosso aperto ai lati, collocato al centro di Piazza del Plebiscito fra Palazzo Reale e la basilica borbonica di San Francesco di Paola ne è stata una prima prova. Tre anni più tardi, il Museo Archeologico gli dedicò la prima monografica italiana, che incluse anche due opere site specific, mentre nel 2007 il MADRE acquisì Dark brother, suggestivo tappeto scuro “galleggiante” fra pieni e vuoti, un buco nero metafora dell’insicurezza contemporanea. Oggi sue opere sono alla metro di Monte Sant’Angelo.

2001: Croce e Joseph Kosuth

Nel 2001 Joseph Kosuth ha scelto un brano tratto da “Etica e politica” di Benedetto Croce che sembra essere direttamente rivolto a tutti i cittadini napoletani. La frase, una grande scritta luminosa di circa 150 metri che abbracciava entrambe le ali del colonnato della storica chiesa. in un elegante stile corsivo, si staglia lungo tutto la trabeazione del porticato. Kosuth nell’installazione Ripensare il vero ha vergato nel 2001 il fregio del colonnato con brani luminosi tratti da Etica e politica (1931) di Benedetto Croce

Kosuth e Croce: 2001

Utilizzando, come fa da più di trent’anni, la più immediata forma simbolica del genere umano, il linguaggio, Kosuth ha restituito a Napoli un pensiero che ben si addice al carattere della città. In un luogo in cui storicamente ogni individuo antepone l’interesse personale al bene collettivo, Kosuth propone una frase di Croce che ricorda che il fine ultimo del comunicare agli altri la propria verità non è quello di imporre il proprio pensiero, ma quello di elevare la loro condizione, aiutandoli a raggiungere una verità più elevata. “Rapportarsi agli altri è più importante delle cose che si hanno da dire” è il motto che sembra scaturire dall’istallazione stessa. Ed è con questo motto che Kosuth ha voluto cominciare un rapporto con Napoli poi andato avanti negli anni con un’altra istallazione dell’artista, questa volta permanente, presso la stazione della Metropolitana di Piazza Dante  che Gae Aulenti ha voluto per la struttura da lei progettata.

2002 Rececca Horne e le capuzzelle

Un grandissimo nome internazionale quale quello di Rebecca Horne fu scelto invece nel 2002.

La Piazza del Plebiscito fu trasformata dalle ghise e dagli effetti di luce e colore, approntati dalla Horn, in un ambiente da favola sospeso tra fine e inizio, morte e vita. Da uno dei teschi (“capuzzelle”) del Cimitero delle Fontanelle di Napoli ricavò, in ghisa, centinaia di riproduzioni – alcune rubate dalla piazza  – che furono collocate davanti al colonnato del Plebiscito e fatte sorvolare da cerchi di neon illuminati d’una luce color madreperla. Dovevano sembrare tante aureole che sovrastano il luogo muovendosi in aria tra terra e cielo. L’intenzione dell’artista era suscitare negli spettatori la sensazione di assistere ad un fenomeno di continuità, di procurare l’idea d’una vita che neanche la morte conclude dal momento che la rende partecipe dell’eternità. Le aureole illuminate dovevano far pensare che i corpi appartenuti ai teschi erano tornati alla luce, vivevano la vita dell’altro mondo.

Un’atmosfera misteriosa, magica che a Napoli intorno alle “capuzzelle” s’è creata ed ancora dura, una spiritualità di cui l’anima popolare napoletana è piena di redenze e leggende.
Fondamentale nella sua ricerca è il ricomporre momenti di vita, di storia per che ne è stato o ne è protagonista e ricavare significati più estesi di essi per un superamento del reale, del contigente in mone dell’ideale, del trascendente e di volerla proporre nei modi più accessibili al pubblico.

Rebecca Horn, artista tedesca, spiegò così il suo progetto per piazza Plebiscito: «Sarà un intervento artistico polifonico, con circolazione di energia ovunque, una installazione luminosa e una sonora».

Ci fu l’inaugurazione con un coro di 40 bambini di Cercola, parte integrante dell’ opera, su partitura composta da un musicista tedesco, Heyden Chicholm.  «Una installazione di luce e una sonora, con musicisti tedeschi, un sopranista e tre cantanti polifonici per tre live performance e poi repliche in impianto audio». Ma prima la Horne girà per Napoli tra «il cimitero delle Fontanelle, Cuma, il Museo Archeologico, la Cappella Sansevero. Sono ritornata spesso per crearmi un piccolo universo di comprensione. Ho trovato un rapporto più libero che altrove con la morte, meno limitato da tabù che in Germania». E ancora, a chi le chiedeva cosa amasse di Napoli rispondeva: “Il palinsesto dei secoli, il sovrapporsi dell’ architettura e della storia, sorprendentemente incastonati uno nell’ altro e visibili allo stesso modo. Il cibo, fantastico, e il vino: Greco di Tufo».

Fatto sta che quell’anno fu uno dei più partecipati dai napoletani, colpiti nel cuore dai 333 teschi in ghisa  inseriti nel selciato antistante la Basilica che guardavano verso l’alto, verso 77 aureole luminose di neon color madreperla. Radicato nella tradizione popolare napoletana, Spiriti di Madreperla evocava anche la tragedia ancora recente e cocente dell’11 settembre 2001.

2003: la spirale di Richard Serra

Natale 2003: la spirale di Richard Serra

Naples (2003) di Richard Serra fu un’opera invadente e prepotente: al cerchio perfetto della piazza si contrapponeva, decentrata, una gigantesca spirale di ferro le cui alte pareti sghembe turbano e disorientano lo spettatore che vi si avventuri, isolandolo dall’intorno.

Dedicata alla città e all’inevitabile suggestione della sua memoria storica e alla vitalità del presente, l’opera è una delle più grandi e monumentali mai realizzate dall’artista.

Senza alterare la coerenza stilistica degli edifici, i colori e la forma dell’installazione sembrano sottolineare e riprendere con lievità quelli dell’intera piazza. Un’alta parete d’acciaio ossidato, chiudendosi su se stessa, si flette in direzioni opposte, creando un contrasto apparente con il colonnato di San Francesco di Paola. Napoli che contiene Napoli.

Anche l’opera di Serra entrò in rapporto diretto con la curiosità dei cittadini che si avvicinavano alla scultura, alla misteriosa astronave arrugginita, alla collina di metallo. Il pubblico vi vedeva un contenitore, un recinto, chiedendosi cosa fosse.

La spirale, composta in fogli d’acciaio, che animò il Natale 2003 dei napoletani oggi è conservata al Museo Guggenheim di Bilbao.

Natale 2004: L’Italia all’asta di Luciano Fabro

L’Italia all’asta (2004) è il titolo allo stesso tempo tautologico, ironico e impegnato dell’installazione di Luciano Fabro (1936-2007), che gioca sul significato dell’asta come palo, tipico della festa barocca, e dell’asta come vendita all’incanto. Un’asta metallica alta 35 m regge effettivamente con un cappio la sagoma della nostra penisola in lamina d’alluminio. Un’Italia divisa, però, in una metà dritta e nell’altra capovolta, mentre le isole si abbarbicano al centro. Il Nord e il Sud, nello scambiarsi ruolo e posizione, finiscono con il combaciare. Non solo. La metà dritta riferisce di aziende pubbliche privatizzate, dall’Alfa Romeo all’ENI, da Telecom a Montedison, mentre invece su quella capovolta compaiono i nomi di occasioni mancate: Bronte, Campoformio, Savoia. Luciano Fabro è un artista che con lo spazio ha sempre voluto misurarsi in maniera dialettica.


Piazza del Plebiscito per Fabro è stata «un impegno a grande rischio in uno spazio che non si può migliorare». L’opera La sagoma misura 12 metri per 6, ma poggia su un basamento insieme al quale arriva a quota 35 metri.

L’ opera  ha rappresentato il tentativo di contrapporre un segno “positivo” all’ immagine purtroppo prevalente di una Napoli che vede in crisi la propria sicurezza. L’idea iniziare era di esporla rpermanentemente in un’ area aperta. All’epoca si parlava di Bagnoli Futura.

Luciano Fabro, scomparso anche lui nel 2007, dopo aver trascorso la giovinezza in Friuli si trasferisce a Milano nel 1959 dove diventa uno degli esponenti dell’Arte Povera, avviando una personale riflessione sul concetto di spazio e sulla sua fruizione. Alcune delle sue opere, realizzate in vetro, mettevano a confronto le opposte funzioni della trasparenza e della specularità, mentre altre, in tubolari di ferro, erano estremamente condizionanti la percezione dello spazio in cui erano accolte. Lavori come In cubo, alla metà del decennio, arrivarono a coinvolgere direttamente lo spettatore.

Natale 2005 con Sol Lewitt

Sol LeWitt, artista minimal statunitense, è uno degli artisti che hanno maggiormente contribuito a proseguire e sviluppare quel processo iniziato col Modernismo, per sfidare, cambiare, capovolgere la definizione e le regole convenzionali della prassi artistica e della sua produzione materiale attraverso l’abolizione delle nozioni di unicità, irripetibilità, abilità individuale nell’esecuzione manuale in favore di un primato assoluto dell’idea. Nell’arte concettuale, di cui LeWitt negli anni sessanta è stato uno dei padri fondatori, l’idea o appunto il concetto rappresenta l’aspetto più importante dell’opera d’arte.

Sol Lewitt anima il plebiscito nel 2005: l’opera si chiama Progressions in a square

L’opera in questione, “Progressions in a square”, progettata da Lewitt nel 1993, fa parte di una serie che porta il titolo più generale di Concrete block structures, strutture in blocchi di cemento. E’ stata una delle più criticate in assoluto questa installazione: considerata fuori scala, posta in una zona non idonea e poco pertinente al luogo. Infatti, i 23 metri di base del quadrato per i circa 3 di altezza, entro i quali si sviluppa l’opera, scomparivano nell’immenso agorà definito dalla piazza; il colonnato bianco, prospiciente la piazza, schiacciava con la sua mole e la sua cromìa l’installazione. Inoltre, la serie delle Concrete block structures, alla quale appartiene l’opera, possiede una valenza etico-sociale molto spiccata che si perdeva nell’allestimento partenopeo. Progressions in a square, infatti fu progettata da Lewitt nel 1993, contenuta in una serie che porta il titolo più generale di Concrete block structures, strutture in blocchi di cemento. Questa serie prendeva il via all’inizio degli anni ’80, più precisamente nel 1982 ad Amburgo, con l’opera Two walls, ed immediatamente si poneva come terreno di analisi del rapporto fra architettura e scultura. Queste opere, in realtà, sono più monumenti che sculture o, meglio, monumenti non percorribili dal sapore archeologico, che riflettono sui temi dell’abbandono e della perdita. La perspicacia dei napoletani, infatti, non ha esitato, a definire taùto (cioè: bara o monumento funebre) l’opera del grande artista minimal americano.

Anno 2006: Jenny Holzer “For Naples”

Jenny Holzer (Gallipolis, Ohio, USA, 1950), artista americana considerata una delle principali esponenti della corrente concettuale degli anni Settanta ha disseminato anche a Napoli nel 2006 un suo truism (dall’inglese: assiomi o sentenze) ovvero brevi frasi in cui l’artista enuncia visioni contraddittorie del mondo, del rapporto uomo- donna, del potere e della giustizia. For Naples, a cura di Eduardo Cicelyn e Mario Codognato, consisteva in una gigantesca proiezione che coinvolgeva la Basilica di San Francesco di Paola.

Nel 2006 è stata la volta di Jenny Holzer che ha proiettato sulla facciata della Basilica un testo a caratteri cubitali, precario e revocabile, antimonumentale per eccellenza (For Naples).  Riflessioni e palpiti a caratteri cubitali, proiettati sulle facciate degli edifici circostanti, ovvero Palazzo Reale, la Prefettura, Palazzo Salerno (sede del comando militare meridionale) e la basilica neoclassica di San Francesco di Paola: strutture con un peso metaforico notevole rispetto alla poetica della Holzer, avvezza a misurarsi coi temi della giustizia e del potere, oltre che con la problematicità del rapporto tra i sessi. Aforismi da  un catalogo multiculturale e religiosamente corretto, che contempla accanto alla Bibbia l’iracheno Fadhil Al-Azzawi, l’israeliano Yehuda Amichai, l’ebreo russo Joseph Brodsky, l’italiana Patrizia Cavalli, gli americani Henri Cole e Mark Strand, il palestinese Mahmoud Darwish, l’angloamericana Denise Levertov e i polacchi Wisława Szymborska e Adam Zagajewski.

Nel 2007 al Plebiscito c’è Michelangelo Pistoletto con Love Difference

Michelangelo Pistoletto è uno dei più grandi artisti italiani e internazionali e a Napoli ha fatto importanti lavori  anche  nelle stazioni della Metro.

Esponente di spicco, negli anni ’60-’70, del movimento dell’arte povera teorizzato da Germano Celant e, oggi, tra i protagonisti riconosciuti della scena artistica internazionale. Pistoletto nell’anno 2007 trasforma l’immagine della basilica di San Francesco di Paola in un manifesto collettivo di amore per le differenze, ripetendo lungo la trabeazione del colonnato, in tutte le lingue del mondo e con neon di diverso coloro, il suo slogan: Love Difference.

Al centro della piazza lo stesso concetto è trasformato in immagine per mezzo di una grande pedana, la cui forma riproduce i profili dei paesi che affacciano sul Mediterraneo, approfondendo l’idea di una possibile, armonica convivenza tra uomini uguali eppure diversi tra loro per colore della pelle, cultura, religione, provenienza geografica, ma non certo per nascita. Pistoletto offre così la possibilità a ognuno di compiere il periplo del globo, di inventarsi viaggi e destinazioni impreviste, ricreando con l’immaginazione l’atmosfera di paesi magari mai visitati, l’immagine vaga di coste sconosciute.

L’opera deriva da un’idea nata nel 2002 con il progetto Love Difference – Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea, che vede la realizzazione, all’interno di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto di Biella, di un grande tavolo specchiante a forma di bacino del Mediterraneo.

Il progetto, presentato nel 2003 alla 50a Biennale di Venezia, dove l’artista ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera, risponde a un più ampio programma di ricerca e impegno culturale avviato dell’artista sin dal 1994 con il manifesto programmatico Progetto Arte, teso a porre l’arte al centro di una trasformazione socialmente responsabile attraverso l’organizzazione di incontri, manifestazioni e mostre e, nel 1998, la fondazione della stessa Cittadellarte.

Al museo Madre sono esposti invece lavori di grandi dimensioni realizzati da Pistoletto degli anni scorsi, Luogo di raccoglimento e Terzo paradiso. L’artista ha in realtà rinnovato le versioni delle due opere realizzata in alluminio riciclato e allestite la prima nella sala polivalente e la seconda nel cortile interno. Luogo di raccoglimento risale al 2000 mentre Terzo paradiso nasce nel 2003, con il progetto Nuovo segno d’infinito, e fa riferimento anch’esso a una visione metaforica in cui si contrappongono il paradiso terrestre, quello artificiale e una soluzione “alternativa”.

Un altro classico di Pistoletto è esposto presso la chiesa di Santa Maria Donnaregina vecchia: la nota Venere degli stracci, riproposta dopo la prima presentazione del 1968.

Il 2008 è l’anno di Jan Fabre

Il 2008 è la volta di un grandissimo artista fiammingo, Jan Fabre.  Arguto e instancabile artista autoreferenziale (tanto che oramai la sua fisionomia è diventata famosa come cifra stilistica della sua arte, un po’ come il caschetto scapigliato di Andy Warhol), Fabre immortala sempre se stesso in sculture di bronzo a grandezza naturale ritraendosi in azioni misteriose e poetiche, ipnotiche e meditative. Nel 2008 cinque sue opere hanno “occupato” piazza del Plebiscito nel progetto espositivo “Il Ragazzo con la luna e le stelle sulla testa” a cura di Eduardo Cicelyn e Mario Codognato, per la quattordicesima edizione de “L’arte scende in piazza”.

L’Homme qui donne du feu (1999), L’Homme qui mèsure les nuages (1998), L’Homme qui pleure et rit (2005), L’Astronaute qui dirige la mer (2006), L’Homme qui écrit sûr l’eau (2006): uomini che accendono una fiamma e la proteggono dal vento alzando il cappotto fin sopra la testa, quasi a invitare lo spettatore ad una relazione confidenziale con la sua anima, a quasi ad offrire al pubblico uno sguardo sull’universo della sua intimità. Uomini che guardano al cielo e tentano di misurare le nuvole con un righello, un’apertura mistica e coraggiosa all’impalpabile e indecifrabile cosmo. Uomini che piangono e ridono in un volto straziato dai sentimenti, a segnare i vertici dell’emotività naturale, che segnano le fasi cicliche della vita e della morte. Uomini che immersi in una vasca scrivono sull’acqua o che partono alla conquista del mare. Uno si librava sul colonnato della chiesa di San Francesco di Paola, l’altro si ergeva su una terrazza di Palazzo Reale.

Possenti mimi di strada che, con un cortocircuito non proprio inedito, si scoprono essere veramente statue (con qualche minimo congegno meccanico). Calchi a immagine e somiglianza dell’artefice, “rinascimentale” nel recupero dell’atavico immaginario fiammingo, e soprattutto per la professione di fede nell’homo mensura.

Natale 2009 Pioneer II di Carsten Nicolai

L’ultima edizione dell’arte internazionale in piazza a Natale è datata 2009. Quell’anno fu la volta dell’artista tedesco Carsten Nicolai, noto anche con lo pseudonimo di Alva Noto, che propose la sua installazione Pionier fra la centralissima piazza partenopea e il museo Madre.

Carsten Nicolai – Pioneer II installation at Piazza Plebiscito in Naples

Entrambe le installazioni affrontavano il tema dell’interazione tra gli elementi artificiali e naturali, “direttamente ispirati al rapporto antagonista che la città vive con il sottosuolo”. Tre mongolfiere ad elio, illuminate e collegate al suolo tramite cavi metallici, ondeggiavano sopra la piazza accompagnate da un suono di sottofondo, trasposizione sonora delle onde telluriche prodotte dal Vesuvio.

L’installazione nel cortile del museo consisteva invece in un paracadute, che ricordava quelli utilizzati per l’atterraggio delle capsule spaziali sulla superficie extraterrestre o quelli per lanciare carichi in territori inaccessibili. Gonfiato tramite un ventilatore, il paracadute era illuminato da una forte fonte di luce che ne evidenzia la struttura al calare della sera.

10 anni dopo i lupi di Liu Ruowang a piazza Municipio

Questa carrellata per far capire che in genere l’arte internazionale in piazza, pur susscitando reazioni controverse, ha poi lasciato comunque un segno alla città.

Dieci anni dopo, dunque, la grande arte internazionale torna in piazza anche se con modalità diverse.

I cento lupi di ferro annunciati a piazza Municipio opera dell’artista cinese Liu Ruowang, già apprezzata negli anni scorsi alla Biennale di Venezia e all’Università di Torino, saranno lupi “cavalcabili”  dai due ai tre metri e mezzo di lunghezza, interamente in ferro, dal peso di 280-300 chili l’uno, che arriveranno a Napoli a bordo di quindici tir direttamente dalla Germania. Assieme a loro anche un condottiero che si troverà al centro dell’installazione, come “circondato” dai lupi.

Si spiega nel comunicato: “Il movimento, la mutevolezza, l’instabilità, l’indefinibile, l’arbitrarietà, l’effimero, la globalizzazione, sono da sempre tutti stimoli dai quali, Liu Ruowang, trae energie per la propria ricerca iconologica. L’installazione concettuale, intitolata “Wolves Coming”  si inserisce al centro del tessuto urbano e della vita culturale della città per incutere al pubblico un dubbio esistenziale, tema centrale di tutto il suo lavoro: sono i lupi a voler attaccare Napoli? Cento grandi sculture che rappresentano lupi, realizzati in ferro, lunghi 250 cm. x 90 x 100, del peso di circa 280 kg. ciascuno, e che simboleggiano i pericoli imminenti e la lotta per fronteggiarli, rivolti verso un imponente guerriero, in un luogo emblematico della città. Organizzata dalla Lorenzelli Arte con la collaborazione di Milot e promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra, visitabile fino al 31 marzo 2020, intende far riflettere su derive antropologiche, trasposizioni geopolitiche dei fenomeni culturali, post-colonialismo, fallimento del modernismo, globalizzazione, perdita dell’individualità. Ecco perché Liu Rouwang, affronta con impegno e dedizione gli aspetti di un medesimo incontro con se stesso, per recuperare un’identità storica come una via di meditazione che esige un’affermazione di vita. Paure e disagi sono espressi da Ruowang attraverso un’elegante allegoria composta dai lupi, che in branco minacciano lo status quo del vivere comune. Una narrazione evocativa amplificata, resa dalla coralità degli elementi che la compongono. La dimensione filosofica di Liu Ruowang è in definitiva una vera e propria denuncia dei rischi provocati dalla perdita dei valori umani mortificati dal sistema oppressivo della vita contemporanea, teatro di dolore e violenza, luoghi contaminati dalle prevaricanti mitologie di massa. Partendo dalla considerazione che la storia dell’uomo è anche la storia del suo rapporto con la natura, l’artista cinese, affonda la sua ricerca in profonde radici. Da un lato, nella cultura tradizionale cinese per il lessico e il pensiero, dall’altro in quella occidentale, attraverso richiami alla fluidità della nostra società globalizzata, con cui diamo luogo alla continua moltiplicazione d’identità all’interno di dimensioni sia reali che virtuali per tentare attraverso concezioni cognitive della dottrina neoplatonica di riportare armonia tra microcosmo e macrocosmo. In questa società bombardata e deformata da immagini virtuali, nella quale apparire e mostrarsi è ormai diventato l’impegno più comune, l’uomo è costretto all’incomunicabilità, di conseguenza anche gli artisti “cercano” una nuova identità per tentare di far riflettere sulla grande incertezza che viviamo oggi. La società liquida di Zygmunt Bauman di cui facciamo parte ed a cui si ispira Ruowang, si esplica in un soggettivismo portato all’estremo, in cui appare fondamentale ritrovare i punti di riferimento e al contempo accettare la molteplicità da cui è composta la realtà in cui viviamo in cui bene e male non sono uno diverso dall’altro, ma convivono in ogni essere ed in ogni situazione. Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, e mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità.

L’installazione è già stata esposta due volte in Italia, ma mai in una visione olistica come era stata concepita, nel 2015 alla Biennale di Venezia ospitata nel Padiglione di San Marino dove il branco di lupi attaccava una riproduzione della Pietà Michelangiolesca mettendo in scena una denuncia chiara contro l’indifferenza verso le arti e la cultura, mentre la seconda volta sempre nello stesso anno presso l’Università di Torino quando i lupi attaccavano una catasta di libri donati dagli studenti sormontati dal volume “Critica della ragion Pura “ di Immanuel Kant”.

Dopo diverse esposizioni in mezzo mondo, tra cui Nuova Zelanda, Francia e Germania, i lupi di bronzo faranno dunque la loro apparizione anche a Napoli. L’inaugurazione – polemiche a parte – si terrà il 14 novembre alle 11.30, alla presenza di Liu Ruowang, che tra l’altro è uno dei maggiori artisti contemporanei della Cina, collocato nel solco della tradizione cinese nella quale ha ben amalgamato elementi trasversali con aspetti peculiari della sua tradizione.

I lupi made in China resteranno a piazza Municipio fino al 31 marzo 2020.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 17 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 21 Ottobre 2019

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