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TRA LE TERRE MUTATE

A tre anni dal terremoto siamo stati a Norcia e Pescara del Tronto

Attualità | 24 Agosto 2019

So’ tre anni che c’ho addosso come ‘no scoraggiamento”.

Mi è rimasta impressa questa frase.

Scendendo, quest’estate, un po’ in giro per l’Italia, dalla Toscana verso sud, avevamo l’ idea di andare a vedere di persona anche alcuni paesi dell’ultimo terremoto. Arquata del Tronto, Accumoli, Norcia della Basilica di San Benedetto che in televisione si vede cadere l’ultimo pezzo che aveva resistito alla prima scossa forte. Sono nomi che suonano nella testa familiari anche senza esserci mai stati.

Norcia

Arriviamo a Norcia e si parcheggia fuori dalle mura. La porta del paese è puntellata coi tubi. Si entra a piedi e la strada è dritta, arriva fino alla piazza della basilica che coincide con la piazza principale e sbuca dall’altro lato in un’altra porta. In mezzo un sacco di ristoranti e negozi, molti, dopo tre anni, ancora chiusi. Sulle loro porte c’è quasi sempre un cartello che dice in sostanza: ci siamo trasferiti fuori.

Hanno costruito, subito fuori dalle mura, in legno e vetro. A tante travi. Più tardi, a cena, in alcuni di questi locali, di gente ne vedremo parecchia.

Invece dentro il paese, dai quattro angoli delle finestre quasi sempre partono le lesioni che spaccano i bordi delle porte. Hanno messo dentro ogni vano una X di legno molto forte per aiutare il tutto a mantersi in piedi. Poi ci sono le travi d’acciaio fuori e i puntelli di funi.

Un carretto aperto di pasticciere sta davanti al negozio chiuso con lo stesso nome. Adesso vendono i loro dolci come se fossero ambulanti ma stanno sempre fermi in quello stesso metro di strada, davanti alla vecchia insegna del loro locale: ad Assisi subito hanno ricostruito, qui a Norcia sono passati tre anni e ci hanno lasciati praticamente soli.

Sui lenzuoli stesi lungo le vie c’è scritto in rosso la rabbia per l’abbandono che sentono gli abitanti; sul muro di ferro che corre lungo la basilica: “Vergogna”, e qualche giorno fa per questa scritta qualcuno ha sgridato l’autore: dice che è vandalismo. Forse bisognerebbe guardare meglio al peso relativo delle cose. Ogni tanti metri mentre si cammina uno legge questi lenzuoli, guarda intorno, e cerca di capire.

Norcia

Ma è il giorno dopo che sento quella frase.

Pescara del Tronto

Stiamo andando verso Arquata del Tronto, ma prima, lungo la strada, c’è Pescara, una frazione. Le prime case crollate quasi del tutto. A fianco un albero perfettamente in piedi.

Pescara del Tronto

C’è un giardinetto con i giochi per i bambini: dentro stese tante magliette con ognuna una foto. Poi capisco che sono quelle degli abitanti del paese che quella notte del 24 agosto 2016 non hanno più lasciato questo posto.

Andiamo un po’ più avanti con la macchina. Mi fermo a fianco ad una casa che ce n’è solo una parte.

Attraversiamo la strada per guardare verso il paese che sta subito sotto. Quando esco dalla macchina mi viene incontro un cane. Non abbaia, neppure quando mentre mi cammina attorno, non lo vedo e gli calpesto una zampa. Venti metri più avanti, sull’altro bordo della strada, c’è un signore. È troppo buono, è il cane suo.

Gli chiedo se è del posto. E sì, vedete, la mia casa stava proprio qui in basso. Venite, tra gli alberi, si vede un poco. Il trattore sta ancora lì sotto.

Non potete più farlo salire?

Non c’è più neanche la strada.

Guardo avanti a me per cercare qualche riferimento, qualche traccia di dove passasse quella strada ma non ci riesco.

Sbalzati fuori

Quella notte a casa eravamo in quattro: mi hanno tirato fuori dalle macerie mio fratello e mia cognata. Se passava un’altra mezz’ora o un’ora credo che restavo senz’aria.

Loro due sono stati sbalzati fuori dal terremoto. Dice proprio così: “sbalzati”, come se si fosse trattato di una cosa, potente, veloce, come un incidente d’auto, quanto si deve essere mossa la terra alle 3.36 di quella notte.

Parlando con lui alla fine capisco che Pescara del Tronto è quel cumulo sparso di macerie sul fianco della collina davanti a noi in basso, un poco a destra.

Pescara del Tronto

Sono passati tre anni ma se guardate intorno sembrano passate un paio d’ore. Le rovine stanno lì, sparse uniformemente. Il paese sgretolato a caso.

I lavori di sgombero delle macerie erano cominciati, poi li hanno interrotti perché pare che la ditta avesse problemi di camorra. Mo stanno ricominciando e stanno lavorando meglio. Quelli di prima portavano semplicemente via tutto, adesso prima cercano se ci sono oggetti da recuperare e restituire alle persone.

E adesso dove state?

Molti hanno accettato il sussidio e stanno in fitto nei paesi vicino al mare. Molti con i bambini che ormai vanno a scuola, figuratevi se tornano. Io e altri due abbiamo qui sopra, in quella tensostruttura, delle pecore. È un scusa per tornare qui. Per camminare ogni giorno vicino al paese, io penso.

Camminare nel paese è impossibile, non ci sono più le strade. Prima neppure dove siamo adesso si poteva stare. Adesso è più facile. All’inizio ogni volta bisognava mostrare i documenti di residente per passare.

Adesso abbiamo le casette di legno, giù nella valle, vedete, a qualche chilometro laggiù in basso, c’è tutto, però non abbiamo più il paese, e le persone soprattutto. Il trattore si può ricomprare, le cose non sono un problema grande, ma le persone chi te le restituisce?

Le casette sono provvisorie. Il paese lo vogliono ricostruire un po’ più avanti sempre laggiù: hanno fatto i sondaggi del terreno e dicono che è buono.

Faccio caso adesso che in mezzo alle case distrutte, sotto, sembra un poco come di sabbia, chi sa se ha a che fare col nome di questo posto: ”Pescara”. Forse c’era un fiume.

Abbiamo parlato una mezz’ora e lui guardava quasi sempre verso una direzione: dall’alto della strada davanti in basso, verso la sua casa.

Poi poco prima che ci salutiamo mi dice quella frase: “so’ tre anni che tengo addosso come uno scoraggiamento”.

Lo saluto, fingo di dimenticare che l’ho già fatto, e la mano gliela stringo una seconda volta.

A Pescara del Tronto, di circa centotrenta abitanti, quella notte ne sono rimasti per sempre fermi più di quaranta, la quarta persona in casa era sua mamma.

Diamogli un’idea, una prospettiva bella, a lui e a tutti i nostri paesi dell’Italia interna, ne hanno bisogno.

Il cammino nelle terre mutate

Il cammino nelle terre mutate

Alcuni ci stanno provando: quando scendiamo nel fondo valle a vedere le case provvisorie, nel bar, provvisorio anche quello, trovo sul bancone una guida escursionistica. Hanno creato un itinerario da percorrere a piedi, si chiama “Il cammino nelle terre mutate” va da Fabriano a L’Aquila in 14 tappe, ci sembra un ottimo modo per rimettere le energie in moto, per riconnettere le persone e i luoghi, per farsi coraggio a vicenda e ripartire in una bella direzione.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 24 Agosto 2019 e modificato l'ultima volta il 25 Agosto 2019

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