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TRA MITO E STORIA

Phaleros, Parthenope e Neapolis: le origini greche di Napoli

NapoliCapitale | 21 Dicembre 2019

 

Vi abbiamo raccontato del mito della sirena Parthenope, dell’inganno di Ulisse e di quel corpo trascinato dalle onde e ritrovato sull’isolotto di Megaride dai coloni greci tremila anni fa. Su quel ciglio di tufo giallo cinto dai fianchi verdeggianti di Posillipo e Sorrento, su quel lembo di terra sorvegliato dall’occhio vigile e funesto del Vesuvio, veniva allora eretto il sepolcro alla vergine, un tumulo di pietra vulcanica custodito e venerato da un piccolo avamposto di pescatori. Quell’approdo antichissimo estese le sue radici fino al monte Echia, un pizzo alato e proteso sul mare, propaggine dell’antica Parthenope in seguito ribattezzata Pizzofalcone.

La nascita della città partenopea affonda nell’antichità e sfuma nelle ombre inestricabili della leggenda come tutte le più antiche città d’occidente; la sua origine è ancora oggi fonte di controversie tra gli studiosi e la data della sua fondazione è tutt’altro che certa. Se la vicenda di Ulisse ci rimanda a un’epoca antichissima e successiva alla leggendaria guerra di Troia, alcune labili supposizioni di letterati del ‘600 raccontano di un approdo ancor più antico e attribuibile all’ateniese Phaleros, eroe della mitica nave Argo e fondatore, secondo la leggenda, di un piccolo villaggio protetto dalla leggendaria Torre di Falero (Phaleros) sulla roccia ambrata di Megaride.

E’ assai probabile, al di là dei racconti mitologici, che l’isolotto di Megaride fosse già abitato da coloni provenienti dall’Egeo ancor prima del IX secolo a.C., e dunque in un’epoca antecedente a quella massiccia opera di colonizzazione che interessò i nostri territori. Un salto nella spirale offuscata del tempo che proietta le primissime fondazioni di piccoli approdi costieri intorno al XII secolo a.C. (un villaggio miceneo risalente a questa epoca fu infatti scoperto nelle campagne afragolesi durante la realizzazione della stazione dell’Alta Velocità). Oltretutto bisogna considerare che il culto di Parthenope sembra non appartenere alla tradizione Cumana (secondo le ultime ricostruzioni i Cumani colonizzarono Parthenope tra la fine del VIII e l’inizio del VII secolo a.C.), un popolo fortemente devoto al dio Apollo e alla sua leggendaria sibilla Cumana .

Le testimonianze dell’approdo di Phaleros sono riconducibili ad alcuni versi di Licofrone e di altri storici e letterati napoletani successivi; a parte il rinvenimento del villlaggio di Afragola e ad alcuni sporadici frammenti disseminati qua e là lungo la costa, non esistono ad oggi tracce archeologiche oggettive precedenti all’ondata calcidese. Recenti ritrovamenti collocano infatti l’insediamento di quest’ultimi sull’isola di Pithecusa nel IX secolo a.C.; di lì a poco, gli abitanti dell’isola delle scimmie – l’attuale Ischia – attraversarono la lingua di mare per sbarcare nei campi ardenti e fondare una delle maggiori città della Magna Grecia: Cuma.

La colonia cumana ebbe modo di svilupparsi grazie a un terreno particolarmente fertile e al dominio navale e militare sul Tirreno. La sua politica di sviluppo commerciale la indusse presto a creare nuovi approdi e avamposti lungo il litorale campano, occupando intorno al VII secolo a.C il centro del golfo, lì dove probabilmente sorgeva l’antica Parthenope.

Fondazione di Neapolis

Se la data della fondazione di Phaleros e di Parthenope è tutt’ora celata dai i tortuosi anfratti della mitologia, la nascita di Neapolis non solo è ampiamente documentata ma la sua testimonianza si palesa ancor oggi nell’assetto urbano del centro storico della città, esempio unico al mondo di stratificazione delle epoche. La nuova città germogliò su di una terrazza scoscesa sul mare, racchiusa tra il fiume Sebeto ad est, il mare a sud e da una vallata a nord oggi solcata da via Foria. Neapolis fu dunque fondata dai Cumani verso la fine del VI secolo a.C., e si rafforzò solo a seguito della guerra vinta contro la flotta Etrusca, grazie all’appoggio determinante degli alleati Siracusani.

I due nuclei urbani collocati nella baia di Napoli erano uno di fianco all’altro e abitati dal medesimo popolo; Partheope già mostra i segni del tempo e viene “ribattezzata” Palepolis, mentre il nuovo insediamento, in contrapposizione alla “vecchia città”, verrà chiamato Neapolis. Alla fine del V secolo a.C. vi furono alcuni eventi determinanti per lo sviluppo e la crescita della città: nel 423 l’espansionismo Osco provocò la caduta di Capua, e nel 421 capitolò anche Cuma. Gli abitanti in fuga trovarono rifugio tra le mura di Neapolis che resistette all’assedio grazie a un compromesso con le élite osche.

La città ebbe una crescita esponenziale assorbendo i rifugiati cumani e una folta colonia di siracusani e ateniesi che a più riprese popolarono la città. Da quel momento Neapolis si affermò sul golfo e sul Tirreno favorita dal rapporto privilegiato con Atene, al punto che lo stesso Pericle, il più celebre politico ateniese, favorì la crescita degli scambi commerciali tra le città, attingendo dalla Campania felix per ovviare al fabbisogno di derrate elleniche. Un flusso proficuo di cultura e di tradizioni che contribuì alla fioritura della civiltà occidentale.

Dalla sua nascita, e per molti secoli ancora, Napoli fu da tutti considerata la città più ellenica della Magna Grecia.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 21 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 21 Dicembre 2019

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