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In Calabria a Serra San Bruno: le foto degli ultimi carbonai

Identità | 25 Novembre 2018

 

Orami quasi estinta, l’arte dei Carvunari (i carbonai) conserva ancora sacche di resistenza in Calabria. Sulla costa jonica, sulle montagne calabresi, l’arte di produrre carbone vegetale con le antichissime tecniche dei fenici sopravvive, tramandandosi di padre in figlio.

Il settore in passato impegava decine di famiglie che si distinguevano per l’abilità della scelta del legno e nella composizione degli “scarazzi” fino alla fase ultima della realizzazione del carbone. A distanza di secoli, ancora oggi, nei boschi delle Serre, è possibile individuare gli “scarazzi” fumanti, i covoni di legna accatastata e coperti di paglia bagnata e terra, che permettono la completa disidratazione e la piena cottura del legno e che porterà alla carbonizzazione.

Una procedura lunga e paziente tramandata tra generazioni

E’ una procedura lunga e paziente che deve essere seguita per circa venti giorni, mentre ne occorrono circa dieci per l’accatastamento geometrico della legna che va selezionata con a centro i pezzi più grossi a finire con i rami più sottili. Ed è, appunto, la forma geometrica dello “scarazzo” che maggiormente impressiona il visitatore; una perfetta cupola a base circolare che può superare i sei metri d’altezza e che prima d’essere interrata assomiglia ad abitazioni di certe culture lontane da noi. Il lavoro dei carbonai è, certamente, molto sacrificato, senza sosta e senza cognizione temporale tanto da richiedere una turnazione anche notturna e per questo coinvolgente l’intera famiglia. Il carbonaio, infatti, dopo aver appiccato il fuoco all’interno dello “scarazzu” deve fare attenzione a che questo non si spenga perché altrimenti risulterebbe difficile la riaccensione e deve praticare dei buchi su tutto il covone per permettere l’uscita del fumo. Ed è, proprio, il colore del fumo ad indicare lo “stato di salute” dello scarazzu ed a richiamare l’attenzione del carbonaio alla necessità di alimentare ulteriormente o diminuire il fuoco all’interno per una ottimale cottura. Così tra fumo e polvere nera, trascorrono trenta lunghi giorni prima che il carbone, ormai pronto, possa raggiungere nei sacchi di iuta le più lontane destinazioni.

Oggi, intorno le montagne di Serra esistono otto siti di carbonizzazione pienamente funzionanti e tutti a conduzione familiare, siti che rimangono a testimonianza di una attività che si va perdendo ma che ha costituito per secoli un importante punto di riferimento per l’economia locale.

Gli scarazzi sembrano vulcani

Si sceglie la legna e si costruiscono le strutture, che sembrano piccoli vulcani dove la legna cuoce: sono questi, appunto, gli “scarazzi”. Gli ultimi carbonai li costruiscono sulla montagna alle spalle di Serra San Bruno: è qui che si produce carbone col fuoco, senza incenerire la legna.

Si tratta di un lungo processo che dura anche un mese: una pila di tronchi di spessore largo formano una canna fumaria al centro e via via si aggiungono pezzi di legna sempre più sottili fino a completare la costruzione semisferica che si ricoprirà di terra umida.

Poi si procede all’accenzione che dura dalle 6 del mattino alle 16 del pomeriggio, giorno dopo giorno: tutto si svolge intorno alla “civatura” ovvero l’alimentazione del fuoco nella canna fumaria centrale. Il fuoco serve a disidratare e carbonizzare la legna circostante senza bruciarla e quindi senza incenerirla.

Quando il carbone è pronto, si pulisce dalla terra lo scarazzo e si passa alla rottura della struttura: il carbone, che rompendosi emette un suono gioioso, è pronto.

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Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 25 Novembre 2018 e modificato l'ultima volta il 25 Novembre 2018

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