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TRADUZIONI NAPULITANE

“Comme s’arricettaie zizìo” Plinio il Giovane parla Napoletano grazie al giornalista e scrittore Carlo Avvisati

Lingua Napoletana | 2 Marzo 2018

“Da Caio Plinio a lu cumpagno suio Tacito. Salute.”

Così comincia una delle due lettere di Plinio il Giovane allo storico Tacito, riguardo alla morte di suo zio Plinio il Vecchio, durante la tragica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., tradotta in lingua napoletana dal giornalista e scrittore Carlo Avvisati.

“Tu vuó ca te conto comme murette zìemo, p’ ’o pputé ripurtà, senza nisciuna jonta, a cchilli ca sarranno a mmunno ’ntra quarch’anno. I’ te songo ubbrigato, pecché tengo certezza ca si ne parle tu, ’a morta soia è destinata a na gròlia senza fine.”

Giornalista che si occupa principalmente di archeologia, Carlo Avvisati è anche autore di un poemetto intitolato ’O ritorno d’ ’o Pateterno, e di libri sulle tradizioni napoletane, tra i quali ’O nonno mio riceva, una ricerca sulle tradizioni dell’area vesuviana, tra detti, soprannomi e usanze degli antichi guaritori.

“La cosa interessante” racconta Avvisati “è stata tradurre l’immediatezza del latino con un altro tipo di immediatezza, quella della lingua napoletana, che è sua diretta discendente. Tradurre il latino in napoletano è stato uno sfizio, anche se queste due lettere sono il racconto di una tragedia immane.”

E in effetti, una chicca della traduzione si trova già nel titolo, nel quale l’autore della poderosa Naturalis Historia, Plinio il Vecchio, viene chiamato affettuosamente dal nipote, nella traduzione napoletana, “zizìo”, una parola estremamente evocativa, che non può fare a meno di ricordare la figura bonaria del vecchio zio napoletano.

L’opera è un inno al napoletano, al latino, e al Vesuvio, alla montagna per eccellenza, a cui i popoli vesuviani si riferiscono come ’a Muntagna, punto di riferimento per i popoli che abitano ai suoi piedi, come per gli uccelli migratori che attraversano la nostra terra.

L’opera, ci dice Avvisati, si rivolge soprattutto ai ragazzi dei licei, che studiano il latino, per presentare quest’ultimo come lingua viva, poiché si continua nel napoletano. Un altro obiettivo è quello di fornire un esempio per diffondere la corretta ortografia, e, perché no, anche per riportare in vita qualche parola caduta in disuso. L’opera, infatti, ha anche una valenza didattica, poiché è corredata di un glossario, che il lettore può consultare per chiarirsi il senso di parole più difficili, disseminate qua e là nel testo.

Un’opera, insomma, dalla quale il latino esce “rinato”, mentre, dal canto suo, il napoletano viene valorizzato nelle sue potenzialità, nell’atto di tradurre la lingua letteraria per eccellenza.

“Parla pulito, si diceva una volta, come se il napoletano fosse una lingua sporca.” ricorda Avvisati. E, certo, opere di questo tipo dimostrano quanto questo non sia affatto vero.

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 2 Marzo 2018 e modificato l'ultima volta il 2 Marzo 2018

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