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TRATTORIE STORICHE

Da Cibi Cotti (Nonn’Anna): un pranzo a Mergellina, un pranzo napoletano

Agroalimentare | 26 Novembre 2018

Sabato mattina sono sceso a piedi verso il mare.

È l’una passata, c’è vento di scirocco che alza le onde e la temperatura dell’aria. Sono un poco stanco e tengo fame. Inizio a tornare verso casa ma non sono del tutto convinto.

A via Caracciolo un signore aspetta il verde sulle strisce pedonali in pantaloncini e a torso nudo: lo scirocco non porta solo caldo, ma, avevo sentito, pure una certa dose di “spirito creativo”. Una signora con la nipotina in braccio lo guarda seduta sulla panchina di fronte. Le passo vicino, ci guardiamo e le dico: fa caldo. Lei sorride, e tutto ritorna normale.

Poi mi ricordo che qua vicino c’era un posto bello dove si poteva mangiare, stava dentro il mercato coperto, tra la Torretta e il mare, ci manco da molto tempo e sono curioso di rivederlo.

L’antica trattoria alla Torretta

Arrivo, entro nel mercato, è tutto uguale. In fondo, nell’angolo a sinistra c’è la porta del locale.

C’è gente che staziona fuori. Chiedo se è la fila o bisogna lasciare il nome. Sì è la fila, si aspetta, mi dice un signore.

Mi fermo dietro di lui e aspetto.

Qualcuno dopo un poco esce: ch’ casin’, mammà, a famme è famme. Dentro evidentemente c’è un poco di ressa, di confusione, non si capisce l’ordine, l’appetito fa confondere il rigore: è, detto male, quello che capisco che voleva dire.

Però il signore di fondo sembrava contento, un poco stressato ma contento.

Aspetto.

Poi arriva un altro avventore. Si mette in fila ma non troppo. Mi faccio subito l’idea che sia il classico esperto di file napoletane: arrivano dopo, ma un millimetro alla volta, con moltissimo garbo, dopo dieci minuti stanno annanz’ a vuje. La fame è fame, so’ d’accordo, e allora glielo dico: guardate che la fila però inizia lì. E indico il punto più lontano nell’universo dietro le mie spalle.

Allora lui si sposta indietro di qualche centimetro. Né più né meno di quelli che servono per rassicurarvi, che avete ragione, che lui sta dietro, nun ce sta problema.

Passa qualche minuto e la fila non si muove. Stamme tutt’ quant’ alla stessa distanza dalla porta dell’inizio di questa rappresentazione. È qua che arriva il colpo di genio, il tocco dell’esperto, del napoletano superiore: ma quello, sapete, il posto per uno sempre si trova, è se siete in parecchi che c’è problema.

Io sto da solo, mi sono messo dietro perché sono arrivato dopo, avete ragione, però qua, da soli, l’uso è che uno, se è cliente, se è della zona, se sa come funziona, non la città, assolutamente, ma proprio questo posto, si infila, ma non saltando gli altri, salta solo quelli che sono in tanti, capite, nun sta prevaricando, ha proprio tutto il diritto di entrare. Lui aveva detto le poche parole di prima, questa qui è la mia “traduzione”.

Io non gli dico se appartengo a un gruppo o sto da solo. Non gli dico proprio niente, penso.

Poi me lo chiede lui: ma voi in quanti siete? Pure io sto da solo.

E lui capisce che il gioco è fatto. Entra, ma non solo per lui, entra davanti per farmi da esempio, mi chiama con una mimica sottile, neppure con i gesti, ma neanche del tutto con le parole, forse lasciando un millimetro di spazio dietro di sé, per farmi posto, non lo so neppure io esattamente, forse con l’esempio.

Insomma mi ritrovo pure io che so trasut’ saltando gli altri, ancora nunn o saccio si agge fatt bbuon, però non mi sento molto in colpa, forse è molta più la fame.

È talmente abile, sicuro, c’ha il giusto tatto e totale visione che da adesso in poi lo chiamerò Virgilio, come la guida di Dante, e che a Napoli tiene la tomba a pochi metri da questo ristorante.

Un napoletano particolare, una specie di Virgilio

Bene, il mio Virgilio si avvicina al cameriere, gli dice che sta da solo, se ci sta un posto, anzi che pure sto signore sta da solo, se ci trova un posticino per due.

All’angolo più vicino alla cucina e al bancone c’è un tavolino libero; ci possiamo sedere. Ci porta le posate, i tovaglioli e tutto. Io nel frattempo seguo a Virgilio che sta al bancone dove si chiedono le pietanze per portarsele al posto.

Conosce i nomi di tutti i lavoranti, pure del cuoco, e gli chiede se c’è qualche piatto che mo sta uscendo. La pasta e fagioli ‘ o verite, è uscita in questo momento. E lui pare contento.

Un altro po’ di esperienza serve pure al bancone. Stiamo io e lui in seconda fila. Annnanz’ ce sta nu sacc e gente, in prima linea. Noi stiamo ad aspettare, soprattutto io.

Le persone che fanno i piatti dietro al banco si muovono veloci, velocissime, ma a dirvi il vero a me me pare che nun succere niente. Annanz a me ci sta sempre lo stesso signore. Non ho capito se sta pensando bene cosa vuole mangiare oppure nun riesce a intercettare l’attenzione della cuoca aret o bancone.

Virgilio invece, ma già lo avete capito, dalla seconda fila già ha ordinato il primo piatto, la pasta e fagioli fumante. Io so principiante e mi so fatto solo un’idea che vorrei la pasta e patate al forno, ma dalla seconda fila non ho le arti di Virgilio mago e ripenso alla frase di quel signore che uscendo, vi ricordate, aveva detto: che casino, ‘a famme è famme. Ora capisco. Il quadro piano piano si sta delineando. Virgilio, in piedi a fianco a me, ordina pure il secondo, ma mo che sto capendo sfrutto quel millesimo di secondo di attenzione rivolta più o meno nella nostra direzione per ordinare la pasta e patate. Olè, il gioco è fatto. Ci sediamo, e buon appetito.

Questo posto mi piace.

Questo è un posto dove uno entra da solo e poi mangia insieme ad un tavolo a volte con quattro persone che non conosce, mi inizia a raccontare il mago. E a me viene in mente Michele a Forcella, dove questo è uno dei motivi più belli, oltre l’ottima pizza, per andare.

Nonna Anna

Poi gli inizio a chiedere la storia di questo luogo. Mi ricordavo di una signora anziana che abitava in questo posto. Sì, nonna Anna. È morta l’anno scorso, mi dice. Io lo avevo letto proprio su questo giornale. È quella nel quadro qua sopra, poi aggiunge.

Da fuori, aspettando, avevo fotografato un quadro particolare. Era troppo distante per capire il soggetto ma sembrava interessante. Da lontano m’ero fatto l’idea che fosse il quadro di qualche regnante. In effetti non avevo torto. Nel quadro ha proprio la corona: era la regina di questo posto.

Negli ultimi tempi si sedeva proprio dove state voi, aiutava a preparare qualcosa, asciugava le posate, o comunque stava qui a guardarsi intorno. Aveva cucinato fino a tarda età. Solo negli ultimi tempi stava seduta e basta.

Gli chiedo quando ha aperto questo locale e chi. L’anno non se lo ricorda ma ad aprirlo fu proprio la signora. Lo chiediamo ad uno dei camerieri che si muovono nei centimetri liberi in mezzo alla folla. Negli anni ’50 hanno aperto. Nonna Anna all’inizio cucinava un unico pentolone enorme di pasta e fagioli. E fa con la mano un segno che da terra sarà più di un metro.

Il mio commensale poi continua: Io ho lavorato qui in zona per molti anni e venivo sempre a mangiare qua, mo ci vengo pure di sabato. Ogni tanto si vede pure qualche personaggio famoso, attori, mi fa il nome di un avvocato che non mi ricordo, pure Ferlaino con la moglie.

Vengo qui a mangiare le paste mischiate, i piatti semplici, perché pure nei ristoranti ormai è difficile trovarli.

La pasta e patate al forno è buona, solo non è più caldissima, aveva ragione Virgilio, pure questa volta, che bisognava prendere quello che era uscito al momento.

In giro non mi sembra di vedere turisti stranieri però italiani di fuori ce ne stanno.

Finisco il mio pranzo, mi trattengo un altro poco, poi lo saluto e gli auguro un ottimo proseguimento con il suo secondo.

Mi avvicino alla cassa, dico cosa ho preso e la signora fa il conto. Primo, acqua e coperto tre euro e cinquanta; sì, tre euro e cinquanta. E pagati sulla fiducia, senza nessuna nota, diciamo in autodichiarazione. Mentre prendo le monete le chiedo di nonna Anna. Ha una faccia molto bella la signora, se siamo quello che mangiamo qua state a posto. Sì, era mia mamma, la signora nel quadro e nelle foto. Dietro al bancone, laggiù vedete, adesso ci sta mio figlio, Ciro, il nipote.

A che ora aprite poi le chiedo, più che altro per il gusto di sentirla parlare, pure un poco forse per tornare un’altra volta in un momento con un po’ meno di folla. Apriamo verso mezzogiorno e chiudiamo quando è finito quello che abbiamo cucinato. Se venite tardi però vi dovete accontentare di quello che trovate.

Un posto così non può esistere ovunque, in altri mondi o c’è la fila o è assente, si ordina e poi si paga quello che dice il conto. In questa città le sfumature sono assai di più e amplificano la realtà di molto.

Esco, Napoli mi ha colpito ancora.

Poi qua stavo scrivendo: l’amo. Ma le dichiarazioni d’amore, se uno tiene abbastanza coraggio, non si fanno a parole. Perché creano un ostacolo a chi le riceve, che poi si sente in obbligo in qualche modo di rispondere. Allora l’ho cancellato e mi fido di voi, faciteme o favore: nunn ‘o iate a dicere a’ gente.

Testo e foto Francesco Paolo Busco

Un articolo di Francesco Paolo Busco pubblicato il 26 Novembre 2018 e modificato l'ultima volta il 28 Novembre 2018

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