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UCRAINA

La Guerra dimenticata nel Donbass

Altri Sud | 10 Marzo 2019

Nonostante sui quotidiani nazionali ed europei alcune guerre non siano considerate importanti, nel Donbass, a poco più di 2000 km da noi, ce n’è una che va avanti da 5 anni e che ogni giorno miete nuove vittime. Ad oggi si contano più di 13.000 morti, di cui 3.300 civili, e oltre 2 milioni di sfollati ma i dati sono confusi e ottimistici perché da quel fazzoletto di terra le informazioni escono col contagocce.

La regione del Donbass, letteralmente “bacino del fiume Donec”, è una regione confinante con la Russia e per questo caratterizzata da una fortissima presenza di una comunità russofona.

Questa guerra però non nasce per motivi etnici (anche se è così che si evolverà) ma riguarda la ragionevole ostinazione di un popolo, quello ucraino, che non ha mai interrotto la sua educata lotta per l’indipendenza, intesa come esigenza di far sapere al mondo di potercela fare anche da solo.

Fine dell’Unione Sovietica e dichiarazione di indipendenza

L’Ucraina, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fu uno dei primi paesi a dichiarare la propria indipendenza e lo fece al termine di un referendum che prevedeva una domanda semplice e chiara: “Approvi l’Atto di Dichiarazione di Indipendenza dell’Ucraina?”, domanda alla quale il 91% della popolazione votante rispose un altrettanto chiaro “SI”. Era il 24 Agosto 1991.

Primo presidente dell’Ucraina indipendente fu Leonid Kravčuk, esponente autorevole del processo che condusse all’indipendenza del proprio paese, per 30 anni funzionario del Partito Comunista e convertito alla politica nazionalista dopo il crollo del regime sovietico.

A quei tempi il governo ucraino, un po’ per allontanare qualunque rievocazione di stampo comunista e un po’ per fare cassa, diede vita ad una massiccia privatizzazione svendendo a prezzi irrisori le industrie ex sovietiche. Privatizzazione questa che attirò una classe dirigente nuova e cinica, quella degli oligarchi, oggi considerati i veri padroni delle sorti del paese e secondo molti osservatori il Cavallo di Troia di interessi esteri nel territorio ucraino.

L’indipendenza portò ad un periodo di forte crisi economica ma furono anche anni di orgoglio popolare: “le persone erano povere ma orgogliose della propria indipendenza, non avevamo niente ma eravamo liberi” queste le parole di Yuliia Raikhman, coreografa di Dnipro, fuggita in Italia per trovare riparo da una situazione economica divenuta ormai insostenibile nel Donbass e in tutta l’Ucraina ma che sogna di tornare, un giorno, in un paese libero.

Elezioni del 1994 e la lunga presidenza di Leonid Kucma

Intanto, sin dalla dichiarazione di indipendenza, la Russia ha sempre provato a riprendere il controllo politico dell’Ucraina, vista la posizione geografica strategica ai confini con l’Europa, insinuandosi in ogni ambito, stringendo alleanze ed entrando in politica con ministri puppets. Così, nel Giugno 1994, in occasione delle prime elezioni presidenziali post indipendenza, il Cremlino non perse occasione per tornare in cabina di regia.

Il momento era cruciale per l’emancipazione della nazione, si doveva dar seguito ad una politica (moderatamente) autonoma e consapevole e la gente seguì con attenzione e fermento l’andamento delle elezioni.

Il presidente nazionalista in carica, Leonid Kravčuk, nonostante le aspettative, perse le elezioni in favore dell’allora primo ministro Leonid Kučma ex comunista filorusso. La Russia era tornata sul pulpito.

Nel 1999 dopo 5 anni di transizione, il presidente filorusso fu rieletto con il 57% dei voti anche se gli osservatori presumevano irregolarità di voto.

Al secondo mandato la situazione economica migliorò leggermente ma la reputazione di Kučma precipitò e i suoi ultimi anni furono molto travagliati, assediato da pesantissime accuse, su tutte l’omicidio del giornalista dissidente Georgy Gongadze.

Una delle sue più grandi detrattrici fu Julija Tymosenko, politica, oligarca e attivista europeista fra le prime a mettere in discussione le politiche del presidente. Kučma, ormai alle corde, decise nel 2004 di non candidarsi e di appoggiare la candidatura del fidato primo ministro Viktor Yanukovich, esponente e fondatore del Partito delle regioni, partito centrista e filo-russo, contro l’omonimo Yushchenko.

La rivoluzione Arancione del 2004

In occasione delle elezioni presidenziali del 21 Novembre 2004 i primi risultati vedevano il delfino di Kučma, nuovo presidente ucraino ma lo sfidante Victor Yushchenko, non accettando i risultati elettorali, invitò il popolo ucraino, stanco delle politiche di Kučma, a manifestare in piazza fino ad una ripetizione delle elezioni.

In seguito alle numerose proteste, la Corte Suprema invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni, questa volta le votazioni diedero ragione a Yushchenko, che divenne presidente con il 52% dei voti.

Una delle paladine della Rivoluzione Arancione fu proprio Julija Tymosenko e la sua partecipazione attiva nel 2004, insieme alla stima del neoeletto presidente, gli valse la nomina di Primo Ministro, nomina che onorò per poco più di un anno, contribuendo però all’enorme crescita dell’industria energetica.

Dopo un inizio promettente il governo fu sciolto con un annuncio dal presidente Yushchenko per conflitti insanabili tra governo e opposizione.

Seguì un lungo periodo di transizione in cui Julija Tymosenko cercò di formare, con molti ostacoli, una coalizione che le permettesse di lottare per le elezioni presidenziali, occasione che le si presentò nel 2010.

Il ritorno ai seggi di Victor Yanukovich e la vittoria alle presidenziali

Quella del 2010 fu un’elezione fotocopia del 2004 con un candidato indipendentista, appunto la Tymosenko, e l’avversario filorusso, ex braccio destro del presidente Kucma, Victor Yanukovich il quale ingaggiò specialisti stranieri per risollevare la sua immagine pubblica, distrutta dalla rivoluzione arancione.

Nonostante un buon risultato della candidata democratica le elezioni vennero vinte da Victor Yanukovich.

Per Julija Tymosenko i mesi successivi alla sconfitta furono molto duri, attaccata dalla maggioranza di governo e dalla gogna mediatica fu arrestata l’anno successivo per malversazione di fondi pubblici, avendo siglato, quando era Primo Ministro,  un contratto per la fornitura di gas naturale, con la compagnia russa Gazprom, giudicato troppo oneroso per il paese.

La presidenza di Yanukovich fu tutt’altro che brillante. Accusato di corruzione, nepotismo, restringimento di diritti democratici e incompetenza, il presidente tentò di risollevarsi con un colpo di coda grazie ad un segnale di apertura verso Bruxelles in cui accettava di valutare un accordo di libero scambio che puntava a introdurre, seppur con dei limiti, l’Ucraina in un trattato dal sapore di Shengen.

Era quello che il popolo aspettava e l’apertura verso l’Unione Europea fu una gioia per milioni di Ucraini.

Il rifiuto di Yanukovic all’accordo con l’Europa DCFTA e l’Euromajdan

Nel novembre 2013 però il presidente cleptocratico e filo-russo Yanukovic si rifiutò di firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea, il DCFTA “Deep and Comprehensive Free Trade Area” (Area approfondita e locale di libero scambio), accordo che avrebbe fatto da spartiacque per un futuro ingresso dell’Ucraina in UE.

Motivo di questo improvviso ripensamento fu l’ incontro tra il presidente ucraino e Vladimir Putin in cui il presidente russo si ripromise di farsi carico di tutte le spese elettorali per la campagna 2014 e in cambio Yanukovic avrebbe dovuto evitare qualsiasi avvicinamento verso l’Europa. A spingere Mosca verso questo blocco fu la volontà di far entrare anche l’Ucraina nell’unione doganale euro-asiatica, un piccolo impero che ricorda l’ex URSS e che pare sia intenzionato ad inglobare anche la Siria.

L’improvvisa rinuncia al DCFTA fu vista come un affronto dai sostenitori dell’ingresso in Europa e portò ad una protesta di massa a Piazza Majdan (piazza dell’Indipendenza) a Kiev , dove oltre 100.000 persone si riunirono per protestare con il fine di rovesciare il governo.

A motivare i manifestanti, oltre agli ex leader dell’opposizione, a piazza Majdan, si recarono molti esponenti del mondo occidentale tra cui anche il senatore degli Stati Uniti John McCain per spingere il popolo ucraino alla resistenza “con voi c’è un mondo libero, con voi c’è l’America, con voi ci sono Io” tuonò dal pulpito issando le masse a proseguire le proteste, prendendo la palla al balzo per sostenere quello che si sarebbe rivelato il punto più delicato del nuovo risiko mondiale.

I protestanti si accamparono in piazza per giorni promettendo di rimanerci fino al conseguimento delle loro richieste e cioè fino alla firma del trattato europeo e un graduale avvicinamento politico-economico al Vecchio continente.

Intanto gli scontri tra polizia antisommossa ucraina (Berkut) e manifestanti si inasprirono dopo che alcuni di loro riuscirono ad intrufolarsi nel palazzo di Governo e dopo che alcuni protestanti con bandiere nazionaliste rovesciarono il monumento dedicato a Lenin.

Il 21 febbraio 2014, dopo una breve tregua, i contestatori circondarono il palazzo di governo fino a che, il mattino dopo, la città si sveglio con il rumore degli spari, c’erano cecchini piazzati ovunque.

Chi ha mandato i cecchini? Il governo di Yanukovic? Putin o, come sostenne lo stesso presidente russo, gli Stati Uniti e l’Europa? questo come altri punti non sono mai stati chiari nella vicenda ma l’epilogo purtroppo si. I manifestanti si ripararono alla meglio dietro scudi artigianali ma non ci fu nulla da fare, fu un vero e proprio massacro. I morti furono centinaia tra manifestanti e polizia in quella che sarà ricordata come “EuroMajdan”, la più grande manifestazione pro-europea mai vista.

Il presidente Yanukovich fuggì, si presume in Ucraina orientale, nella zona russofona del Donbass e fu istituito un governo ad interim presieduto da Oleksandr Turcynov poi sostituito, tramite elezioni governative, dal presidente filoeuropeo Petro Poroshenko.

Gli effetti post Majdan nell’immediato furono molteplici e toccarono ogni ambito civile e sociale, le richieste, quasi tutte formalizzate, furono le seguenti:

Altro importante segnale fu la scarcerazione di Julija Tymosenko che, appena libera, si unì subito al lutto dei manifestanti in piazza.

Al termine dell’EuroMajdan la Russia accusò gli Stati Uniti e l’Unione Europea di aver diretto e finanziato la Rivoluzione e  – pochi giorni dopo – ebbe inizio una nuova fase di instabilità politica nel paese con la “Crisi di Crimea”.

La reazione della Russia e la Crisi di Crimea

Le reazioni della Russia non si fecero attendere, Putin condannò duramente il colpo di stato e, nei primi giorni di marzo intervenne spostando truppe regolari nella penisola di Crimea bloccando, con le sue navi da guerra, il porto di Sebastopoli ai movimenti delle navi ucraine con lo scopo “di proteggere la popolazione di etnia russa in Crimea”.

Subito dopo i crimei indissero un referendum per l’autonomia, fu un plebiscito, il 97% della popolazione votò per la scissione dall’Ucraina e la Russia fu l’unica nazione (insieme a qualche alleato) a riconoscere come valido il referendum. Solo una settimana dopo la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa con il nome di Repubblica di Crimea.

La Guerra del Donbass e il virus separatista

L’annessione della Crimea ha fatto emergere nel popolo ucraino una pericolosa consapevolezza (e nella Russia una vantaggiosa opportunità): l’impossibile coesistenza di due diverse etnie, gli autoctoni ucraini e i russofoni delle regioni orientali.

Fino a quel momento in realtà, nel paese, non si ricordano problemi tra genti di differente origine ma piazza Majdan era diventata il punto di non ritorno, la fine di un sogno comune durato secoli.

Tutto cominciò il 6 Aprile del 2014 quando alcuni gruppi di separatisti russi si impadronirono di palazzi governativi nell’Ucraina Orientale, precisamente nelle regioni di Doneck, Luhansk e Charkiv.

L’indomani fu proclamata la nascita della Repubblica indipendente di Doneck (RPD) e della Repubblica indipendente di Luhansk (RPL). Un mese dopo i due stati si dichiararono ufficialmente indipendenti tramite referendum unendosi poi nella federazione “Nuova Russia”. Solo la Russia riconobbe i due stati.

Le neonate Repubbliche istituirono immediatamente una la legge marziale per” l’annientamento” delle forze ucraine rimaste sul loro territorio. Ormai era chiaro che si trattava dell’ennesima guerra russo-occidentale e che questa volta il tavolo da gioco sarebbe stato l’Ucraina, restava solo da capire il ruolo del popolo, un popolo illuso, sfruttato e violentato per secoli a prescindere dalla provenienza dei bisnonni.

Da questo assunto è chiaro comprendere che l’etimologia della guerra ha avuto una mutazione non indifferente, si è passati dalla lotta per l’autonomia e indipendenza di un popolo ad una guerra fratricida.

Intanto da quell’Aprile 2014 le battaglie vanno avanti senza sosta cambiando ogni giorno la struttura geopolitica delle regioni coinvolte in base ai nuovi territori conquistati o perduti in una determinata battaglia.

Le forze dispiegate nel conflitto

Al fianco dei separatisti hanno combattuto e continuano a combattere, oltre alla Milizia Popolare del Donbass (forze armate dell’autoproclamata Nuova Russia), l’Armata del Sud-Est, l’Armata Ortodossa Russa e molti gruppi volontari stranieri tra cui cosacchi, i Gruppi armati del Caucaso e paramilitari ceceni, obkazi e asseti ma ci sono anche molti volontari provenienti dall’Europa al fianco degli insorti filorussi

Ciò che stupisce è il dispiegamento di forze volontarie “estere” al fianco dei separatisti mentre per gli anti-separatisti la difesa è sempre stata di tipo governativo o filo-governativo con un supporto pro-tempore dell’ONU (fino al 2017).

Dopo l’annessione della Crimea, la Russia sembra aver avuto un ruolo rilevante anche nella conquista delle Repubbliche della Nuova Russia.

Come qualsiasi altro punto di questa guerra non c’è alcuna certezza, è un fatto però che i separatisti abbiano agito con armamenti di prima categoria tra cui veicoli blindati, carri armati e qualsiasi tipo di arma moderna ed è altresì innegabile che in occidente nessuno avrebbe avuto interesse ad armare gruppi paramilitari al confine con una superpotenza come la Russia.

Il motivo per cui molte forze estere, anche dell’europa occidentale (si contano anche molti italiani), si siano schierati dalla parte della Russia è presto detto. Questa guerra, apparentemente senza né capo né coda, è stata definita la “battaglia dei mercenari” e dei filorussi. La Russia per molti popoli ex sovietici è ancora vista come molto più di una nazione, come una mamma o addirittura come un’entità superiore (la Santa Madre Russia), questi popoli hanno lottato al fianco della loro madre per dedizione e molti altri migliaia di soldati, per denaro.

Il Bilancio della Guerra

Le nazioni unite hanno appurato moltissime violazioni dei diritti umani nella regione del Donbass documentando torture, rapimenti, uccisioni mirate di persone la cui unica colpa è quella di non parlare  il russo.

Inoltre, sempre da parte dell’ONU, sono stati certificati rapimenti e arresti di giornalisti, osservatori internazionali e sostenitori dell’Ucraina unita.

Uno degli ultimi rapporti dell’Osservatorio dei diritti umani ha affermato che “L’impunità totale per la tortura connessa con i conflitti e la detenzione arbitraria è continuata da entrambe le parti. Le nuove misure governative hanno ulteriormente ridotto il pluralismo dei media, i nuovi regolamenti hanno frenato la libertà di espressione e di associazione e le bozze legislative propongono ulteriori restrizioni. In Crimea, le autorità russe hanno intensificato le persecuzioni contro gli attivisti filo-ucraini per la loro pacifica opposizione all’occupazione della Russia”.

Oltre alle migliaia di vittime la guerra ha portato a un disastro umanitario senza precedenti. Secondo l’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) ad oggi la guerra ha prodotto oltre 2 milioni di rifugiati e questi numeri non possono che aumentare.

Dal punto di vista economico la situazione è ancora più grave, l’Ucraina si trova ad affrontare una crisi energetica dovuta al taglio del Gas da parte della Russia e un inflazione che continua a crescere (nel 2018 si è registrato un +10%).

Quello che più spaventa è che la guerra non accenna a terminare, l’occidente sembra essersi fatto da parte e la Russia galleggia su uno strano equilibrio dove pare accontentarsi delle regioni conquistate.

Vedere la fine della battaglia è impossibile come è impossibile cercare di capirne i veri motivi. Per il momento l’unica nazione in grado di guadagnarci qualcosa da tutto questo è la Russia.

 

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 10 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Marzo 2019

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