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Un anno fa ci lasciava Franco Del Prete, anima della Neapolitan Power

Musica | 13 Febbraio 2021

Franco Del Prete, orgogliosamente di Frattamaggiore, periferia Nord o provincia di Napoli, è stato l’anima della Neapolitan Power, insieme a tutto quello che forse mai saremmo capaci di descrivere.

Potenza plebea della musica. Profondità popolana di una poesia capace di raccontare i silenzi. Inchiostro grezzo che descrive l’amore nudo, verace, umano. Vangelo di una fede dilaniata dal dubbio, che urla contro il cielo e chiede ragione di ciò che un senso proprio non ce l’ha.

Le vibrazioni della periferia

Con lui, la periferia ha vibrato forte e le percussioni si sono organizzate per dare il ritmo e battere il tempo dell’eternità.

La preziosa pelle degli strumenti musicali e quella pregiata degli esseri umani si è accordata per mostrare ciò che spesso si nasconde agli occhi e si rende visibile solo alle anime attente, ai cuori allenati a pompare fortissimo per dare vita a ciò che li circonda.

Con Franco Del Prete l’essenziale invisibile è diventato musica e poesia, ha oltrepassato i confini delle sofferenze solitarie, delle miserie silenziose, di una normalità che continua ad appartenere all’anonima gente di questa terra che, anche senza voce, ha sempre trovato il modo pe’ allucca’.

Forse, ora più che mai, perdonerete se non scegliamo di elencare i grandi successi del batterista frattese, della storica collaborazione con James Senese (l’amico di sempre) e Mario Musella, con i quali ha dato vita al leggendario gruppo “The Showmen”; della vittoria al Cantagiro nel 1968, con una versione Rhythm & Blues di “Un’ora sola ti vorrei” e della partecipazione a Sanremo con la canzone “Tu sei bella come sei”, solo per citare qualche tappa della sua carriera.

Franco Del Prete continua a raccontare il Sud

Più di ogni altra cosa, in realtà, ci piacerebbe che a parlare adesso fosse ancora Franco. Lui che è sempre stato capace di alimentare i sogni, siamo convinti possa ancora aiutarci a guardare il mondo cu l’uocchie ‘e criature, quando credevamo bastasse davvero solo ‘na scala chiù longa p’arriva’ ncoppa ‘a luna.

Allora, se davvero ci fermiamo ancora un attimo con il maestro, pure in mezzo alla puzza di smog e cemento diventiamo capaci di sentire l’addore ‘e mare di una Terra che è comme ‘o sole, t’abbruce l’uocchie si tu a guard, ma dà calore.

E mentre ci lasciamo andare al caldo abbraccio del Mezzogiorno, ci ridesta il rumore di un vecchio e malandato Sud Express, ‘o treno d’a speranza, guidato da un macchinista ubriaco che porta diplomati, laureati, manovali in quantità, operai specializzati cu ‘a speranza ‘e fatica’. E il Sud Express, emblema dell’annosa Questione Meridionale, so’ cient’anni che nun arriva addò adda arriva’ e ancora ci costringe ad affidarci cu pacienza a Gesù Cristo, pure si ‘nce manca a fede.

E proprio a lui, al Nazareno, vorremmo chiedere il perché di mille storie travagliate, alle quali proprio non riusciamo a dare senso. Domanderemmo la forza di sopportare le sofferenze che, in questa vita, rischiano di farci cadere, come Maria, donna delle pulizie di un palazzo di cento piani, chiu’ sfurtunata da Maronna, dilaniata dal pensiero di ‘nu figlio che ha sempre sbagliato e che continua ad attendere. Madre dolcissima, così la chiama Franco. ‘Na vita ‘e sacrifici, senza maje s’allamenta’ pure quando, dopo chiu’ e trecientomila scale, nun è maje arrivata a tucca’ ‘o cielo cu ‘e mane.

Contro la ingiustizie e la disuguaglianza sociale

Quando allora, nel bel mezzo di queste storie nostre, respiriamo con Franco la puzza dell’ingiustizia e il gusto amaro del dolore, della miseria e della disuguaglianza sociale, comincerà a scendere pure a noi ‘o latte dint ‘e ginocchia. ‘Ngazzate Nire, ce la prendiamo cu chi fa musica fetente, cu ‘na Chiesa ruffiana che allecca ‘e mane de putiente e pure cu chi arrobba e se mette e guanti pecche’ s’è fatto intelligente.

Franco, così, continua a raccontarci quanto potente sia questa musica plebea, nata dalla fusione di diversi stili musicali importati dai soldati afro-americani e trasformata, in questa terra, da artisti di grandissimo livello.

Sì, perché Napoli è la patria della musica e non si è mai arresa a diventare colonia passiva di stili provenienti dal resto del mondo. Il Jazz, il Blues, il Funk, il Rock nelle mani dei nostri artigiani ha avuto una vita nuova, si è arricchito con il sound della nostra lingua e ha urlato quello che nessuno ha mai saputo raccontare.

Franco Del Prete ci ha consegnato la chiave, ci ha indicato la strada. Non resta altro da fare che indossare un paio di cuffiette e cominciare, pure noi, ad aprire le porte di altre storie incredibilmente vere. Lo facciamo, adesso, accompagnati da un sentimento di profonda gratitudine e dal desiderio di diventare, come lui, anime nobili, cuori attenti a ciò che davvero è essenziale.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 13 Febbraio 2021 e modificato l'ultima volta il 13 Febbraio 2021

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